Parole sfuse che costano meno

Le donne vengono da Venere, gli uomini da Garbatella

L’istinto del diavolo


La mia casa è sempre stata un rifugio per felini. Da che io mi possa ricordare non è passato giorno senza il meraviglioso senso di affetto e calore che le fusa di un micio possono generare.
Come piccolo di casa (ammesso che il termine “piccolo” sia applicabile a un incrocio fra shrek e un grizzly canadese) ho sempre avuto l’onore di dare il nome ai gatti trovatelli. Dopo aver provato a imporre nomi fantasiosi a pesci rossi, criceti e tartarughe che inevitabilmente schiattavano nell’arco di una notte e che si toccavano potentemente le balle mentre fantasticavo sul nome da dare alla prossima vittima ho concluso che questa pratica portava semplicemente iella e l’ho abbandonata per gli animali di taglia rispettabile.
Questo è il motivo per cui per un lunghissimo periodo ai piedi del mio letto si sono addormentati due mici meravigliosi chiamati semplicemente “gatto rosso” e “gatto nero”.
Sarebbe spiacevole ed ingiusto metterli in fila in termine di affetto però è indubbio che il gatto rosso si sapesse vendere meglio facendosi coccolare dai familiari costantemente e ricambiando generosamente.
Rosso inoltre aveva un’abilità soprannaturale che me lo faceva preferire a qualsiasi altro quadrupede del globo ed alla maggior parte dei bipedi. L’istinto del diavolo.
Tutte le volte che a casa era presente un ospite che:
 Temeva o detestava i gatti
 Era allergico al pelo
 Indossava un vestito di pregio
Rosso lo puntava con decisione facendogli una corte serrata fino a ridurlo ad una massa di pelo, appanicata e stranutente.
Abilità correlata era sempre individuare solo i buoni di cuore che non lo avrebbero comunque mai rifiutato se non altro per ragioni di etichetta. Vittima prediletta è sempre stato il mio amico Andrea che piuttosto che infastidire il gatto se lo sciroppava con scolpita in volto l’immagine di San Sebastiano martirizzato dalle frecce.
In sostanza si tratta dello stesso fenomeno per cui, se siete non fumatori, non importa la cella di quale monastero vi nascondiate, il fumo della sigaretta più vicina vi raggiungerà da chilometri di distanza sfruttando gli alisei e vi impregnerà da vomitare il maglione di cachemire appena comprato a costo di un rene.
Nello stesso modo infingardo i fenomeni sub normali a due gambe che popolano gli aeroporti mi cercano con cattiveria per avvelenare la gioia del viaggio tanto decantata in numerosi post precedenti consapevoli di irritare la mia psiche quando un barile di eprite lanciato in una trincea.
Lunedì scorso mi trovavo su un Roma – Praga della Chech Air stracolmo, innervosito da una trasferta lavorativa che si prefigurava molto stancante e con il trolley in grembo perché ogni occupante del velivolo aveva pensato bene di portare 8 bagagli a mano.
Unici tre posti vuoti quelli di fronte a me, fila 4, la prima dopo la business. I due cugini meno scolarizzati di Cassano in un dialetto padroneggiato solo da loro e dai sacerdoti di Anubi hanno occupato questa fila perché, a detta loro, gli piaceva e sarebbe stato uno spreco di tempo sistemarsi dove gli sarebbe spettato. Ovviamente in 3 minuti gli occupanti legittimi si sono palesati generando grande malcontento nei truzzi che ritenevano ormai loro le poltrone per usucapione.
A metà del volo un signore della fila avanti ma dall’altra parte del corridoio, ha cominciato a dare evidenti segni di disagio, sentendosi male, chiedendo aiuto e li è partito il circo di Oler Togni al completo con giocolieri e scimmie ammaestrate al seguito.
Una delle hostess si è avvicinata al passeggero chiedendo in inglese la causa del malessere ricevendo una risposta nel gergo degli scafisti di bari vecchia.
Da li la richiesta per un interprete: “chi parla italiano?” e da dietro di me si è alzata con i tempi di risposta di un decatleta una suora larga quanto un juke box ma di sicuro minor appeal. “Lo parlo io!!!!!”
Dopo alcuni secondi si è però venuto a sapere che la sorella parlava SOLO italiano per cui è stata rispedita a posto celermente e secondo me anche con qualche vaffa.. ma tanto erano in ceco.
L’anziana devota non era però intenzionata a demordere ed è rimasta a fare capannello insieme ai cugini di Cassano agitandosi come un lemure nella gabbia, armeggiando con l’aria condizionata e facendo la spola con la propria borsetta riportando di volta in volta pillole di dimensioni sempre crescente fino ad arrivare a quelle che giurerei fossero supposte.
La diffusione di serie come ER e Dr. House ha reso l’Italia un paese oltre che di 56 milioni di commissari tecnici di medici diagnosti per cui tutte le file contigue al malato si sono sentite in diritto di redigere un’anamnesi, effettuare la diagnosi ed ipotizzare una cura! “gli chieda che medicine ha preso la mattina” “è allergico a qualcosa?” “è immunosoppresso?” ed a un certo punto “qualcuno sa fare il massaggio cardiaco?”. In tutto ciò la suora continuava a volteggiare sul malato come un condor fa sulla mesa andina sventolandogli sotto il naso il rosario per cui il poveruomo credo avesse in cuor suo abbandonato le possibilità di salvarsi e si fosse già incamminato verso la grande luce.

PS
Fortunatamente il passeggero si è parzialmente ripreso ed una volta capito che il non sarebbe morto a bordo l’interesse è rapidamente scemato e l’arrivo dei paramedici è stato visto unicamente come un ostacolo per lo sbarco e la perdita di preziosi minuti ai lap bar della capitale (spero non per la suora almeno)

Novembre 6, 2009 Pubblicato da zemariani | Editoriali | | Ancora nessun commento.

L’istinto del Bomber

Se c’è una cosa che nessuno, anche il più severo dei detrattori, può contestarmi è di avere pregiudizi sessuali. Come uomo di scienza anzi plaudo a chiunque non preferisca le donne perché statisticamente aumenta il numero di esemplari femminili senza corrispettivo.
La vicenda del mio presidente di regione sorpreso a giocare a fare il vagone ristorante nel trenino do’ brazil mi aveva lasciato quindi bellamente indifferente tranne il senso di indisposizione per essere governato da uno talmente sprovveduto (termine che uso per evitare la galera) da pagare un ricattatore con assegni.
Avevo promesso a me stesso di non entrare assolutamente in argomento, di lasciare questi commenti da baciapile a chi li ritenesse interessanti e dedicarmi a cose più elevate tipo chessò.. il calcio.
Poi però l’istinto del bomber di razza ha preso il sopravvento e quando lo stesso Pietro è volato sulla fascia scodellando un cross teso:
«Le mie condizioni personali di sofferenza estrema non rendono più utile per i cittadini del Lazio la mia permanenza alla guida della Regione»
ho sentito mi dovere spingere la palla in rete chiosando “comprati un cuscino ad aria per sederti allora”.
Poi mi sono sentito in colpa, possibile un tale scadimento? Possibile scendere al livello dei lazzi da bar? Cosa potrebbe pensare la mia nobile madre del suo rampollo?
No, non è giusto e sono sceso in campo in difesa del mio presidente di regione, io e Sky che gli ha addirittura dedicato un canale. Fox retro.
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Il mio contributo invece sarà spinto a valorizzare le doti di amministratore di Marrazzo e il suo amore per le sorti calcistiche della squadra della capitale. Sono bastati pochi click su internet per scoprire il colpo di calcio mercato dell’anno. Da due stagioni la Roma ha bisogno di una prima punta di peso e Pietro ben conoscendo le scarse finanze del club di Trigoria si è sacrificato per provinare il più acclamato centravanti verde oro!
Pensate che per amore è riuscito a fargli ridurre il suo cachet faraonico da 3 milioni l’anno a 5 mila euro a gettone!
Grazie Marrazzo per aver portato a Roma Amauri!
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Ottobre 29, 2009 Pubblicato da zemariani | Editoriali | | 1 Commento

La decenza della ricchezza

piccololord
Il mio amico Andrea è sposato con una simpatica e dolce ragazza di nome Linda.
Linda ed io da sempre siamo avversari in una battaglia ideologia sul doppiaggio. Lei è fortemente contraria, io sono per una soluzione più nazionalpopolare ossia più lingua originale ma conservando l’istituzione del doppiaggio altrimenti tanto varrebbe sostituire il sonoro con gli ultrasuoni visto che gli animali da cinema lo percepirebbero meglio.
Tema di scontro ferocissimo sono i suoi lazzi sul fatto che in Italia non solo si doppia tutto, ma spesso si traduce proprio a cazzo per motivi davvero inspiegabili. Sono 5 anni che mi prende per il culo per il fatto che “Dart Vader” di guerre stellari è tradotto con un inspiegabile Lord Fener… il fatto che Linda sia di cultura spagnola e che in Iberia si possa vedere in Tv serie come “Equipo A” e il “coche fantastico” ri-allinea la barca almeno verso il pareggio (fate un piccolo sforzo di traduzione e capirete il delirio che regna oltre i Pirenei).
Da un po’ di tempo però mi sento di sposare sempre più la linea delle versioni originali ad ogni costo non per il bene sociale che ne deriverebbe, ma perché di solito le sale sono più sgombre e frequentate da persone che non mi piacerebbe vedere arse vive con tutto il cinema (vedi il post sulla torre di babele). Per questo motivo la presenza della festa del cinema di Roma e la sua messe di film in lingua originale erano riuscite nell’impresa di vincere la mia avversione per gli abitanti della suburra e farmi mischiare al popolaccio per la visione di “Astroboy”, film di animazione basato su un caposaldo del fumetto giapponese.
Con la circospezione e la diffidenza di un Amish alla fiera dell’elettronica mi sono avventurato nei pressi dell’auditorium per ritirare i biglietti da un amico ammanicato, sgattaiolare dentro e minimizzare l’esposizione a nani, ballerine e presunti vip piantati come delle gerbere nei vasi antistanti piazzale Flaminio.
Piccola nota a margine.. nel foyer della festa del cinema c’era anche una ragazza non vedente con tanto di cane…. M’è sembrato un po’ come invitare Pistorius a un Expo di mocassini.
La sensazione di aver preso una grossa fregatura era però montante e veniva corroborata da mille segnali che piovevano da ogni parte.
Io mi aspettavo una sala piccola e scalcagnata con 4 giornalisti annoiati per dover assistere a un film minore ed in una lingua del menga e quando invece sono stato fatto accomodare in una cavea grande quanto l’olimpico e con torme di bambini festanti ho capito che il laccio s’era chiuso sulla preda.
A corredo della sciagura ho scoperto che non solo il film non sarebbe stato in lingua, ma che la proiezione sarebbe stata ritardata per attendere i doppiatori.. Silvio Muccino ed il Trio Medusa… dissolvenza sul nero e un bip di censura con i decibel di una sirena da transatlantico.
Proprio quando stavo per sprofondare nella mia poltrona rancoroso ed immalinconito dall’immancabile berciare dei piccoli mostri ho chiuso gli occhi per pochi istanti ed ho assaporato.. il silenzio? Pensando di essere diventato improvvisamente sordo a causa della pressione sanguinea mi sono alzato per vedere la platea e, miracolo, erano tutti in silenzio!
Sinceramente ho pensato di essere morto e di essere nel paradiso dei malmostosi ma dopo essermi pizzicato a sangue mi sono dovuto arrendere all’evidenza.. i bambini rimanevano seduti, con un sommesso brusio educato, non si arrampicavano sulle pareti come nell’esorcista, non facevano liane di moccio sui braccioli ma rimanevano sorridenti accanto alle… alle tate!! Ecco dov’era il trucco. Non erano piccole scimmie scappate dalle gabbie di quartieri con più solarium che semafori ma bellissimi bambini abbienti e bene educati (a scudisciate) da tate severe.
Sono certo che una volta esaurita la spinta educatrice e lasciati a loro stessi i piccoli si imbottiranno di meta anfetamine e coca per finire con le loro mini auto nel Tevere però per due ore mi è sembrato di vivere in una società civile.
A questo punto il dilemma sociale si impone… asili comunali in svizzera o segregazione nelle miniere di sale di qualunque genitore porti piumini translucidi e scarpe di vernice?

PS
Questo scritto in verità si doveva chiamare “la decenza dell’abbienza” ma con mio grande sconforto ho scoperto che il sostantivo di abbiente non esiste ed ho dovuto ripiegare su una formula di minor carisma fonetico

Ottobre 20, 2009 Pubblicato da zemariani | Editoriali | | 5 Commenti

Ferragosto fuori stagione

La scorsa settimana, durante uno dei soliti appuntamenti vitelloni fatti di cene da decatleti e film da subnormali, io e il mio cugino lavoratore avevamo maturato il desiderio di passare un fine settimana nella casa dei nonni nell’incantevole paese di Roccamonfina (Ce), luogo di inenarrabili leggende gastriche più volte narrate nei post di ferragosto. L’agenda della due giorni prevedeva uno studio puntuale della curva di crescita della panza in funzione dei metri cubi di pizza rossa ingurgitati, una riceca di indubbio valore internazionale che il New England Journal of Medicine ci aveva commissionato per il numero di novembre.
Con grandissima sensibilità abbiamo registrato le lamentele del cugino Andrea, purtroppo impegnato in un sabato musicale e toccati dalla sua richiesta di spostare il viaggio abbiamo risposto “Esticazzi” fissando la partenza per sabato mattina, ore 11.
All’altezza di Valmontone, l’Anas ci ha informato tramite cartellonistica che la nostra fuga non era passata inosservata e che eravamo attesi.
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Il problema più annoso dell’inizio viaggio è stato stabilire l’ordine dei pasti e capire quale dei ristoranti della zona fosse dotato di defibrillatore vista la bellicosa quantità di pietanze previste.
Fortuna ha voluto che nel reperimento di queste informazioni fossimo venuti in contatto con i cugini padroni di casa che, conquistati dal programma, ci hanno dato appuntamento per una serata prestigiosa fatta di vino rosso, pizza dello stesso colore, 1 chilo di mozzarella a testa, salalma fresca, dolci con annessa Romanella e partita della nazionale, un progetto partorito nel più classico film di Fantozzi.
Non sapendo come occupare le ore di febbrile attesa che ci separavano dal calcio d’inizio (incredibile scoprire quanto non me ne freghi una cippa dell’Italia da quando non ci gioca più il capitano), in attesa dell’arrivo dei parenti e spinti da un fortunale in stile “mago di Oz”, abbiamo veduto bene di occupare le 4 ore minimie per un pranzo meridionale nel prestigioso ristorante “Il castagneto” , aperto praticamente solo per noi, in cui abbiamo personalmente causato l’estinzione di alcune razze suine della zona.
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Il caso vuole che Il ristorante succitato non si chiami il castagneto per caso ma perché immerso nel verde di un meraviglioso bosco ricolmo del gustoso frutto.
Come dei veri accattoni ci siamo fermati per strada raccogliendo un sacco di castagne in 3 minuti e lordandoci come maiali di fanga ma felici per il frutto della nostra scorribanda e scoprendo al nostra vera vocazione agreste.
Le ventiquattro ore successive sono state passate nel fitto dei boschi ed hanno prodotto 4 casse di castagne grosse come mandarini che sono state distribuite ad amici, parenti e colleghi con una munificenza degna del miglior Achille Lauro.
Dovete sapere che per qualche stranissimo incrocio astrale a Rocca qualsiasi cosa è commestibile, come nella casetta di marzapane di Hansel e Gretel, persino l’erbaccia che cresce ai lati delle scale è menta per i Moito. In poche ore siamo riusciti ad accumulare derrate alimentari sufficienti per l’invasione dell’Asia minore e in gran parte frutto spontaneo della terra! A rinforzo di madre natura è venuta la sagra della castagna nella piazza del paese in cui, forti di aver avuto le castagne gratis, abbiamo comprato praticamente ogni oggetto esposto aggirandoci in evidente stato di ebbrezza.
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Come se non bastasse, a rimpinguare un bottino di guerra secondo solo a quello di Traiano di ritorno dalla Dacia, il guardaboschi cui avevamo commissionato l’acquisto di qualche fungo si è presentato con una cassa di ovuli e porcini facendocene dono in segno di riverito vassallaggio dicendo “Ingegne’, parlando di soldi mi offendete”. Non sia mai!!!!
Al mio arrivo a casa mio padre mi ha accolto con un entusiasmo riscontrabile solo nella letteratura russa o in qualche libro minore dell’antico testamento ma suppongo che il cabaret di fichi fioroni colti la mattina dall’albero abbia pesato un po’.
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Ottobre 13, 2009 Pubblicato da zemariani | Editoriali | | 1 Commento

Tutto è relativo

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In una delle più belle vignette mai disegnate da Quino (se non sapete chi sia andate in ferramenta, comprate 4 metri di corda e cercatevi un ramo robusto) è rappresentata la proiezione, in un cinema di una grande città, de “la febbre dell’oro” di Chaplin, in particolare la scena in cui per disperazione  il vagabondo arriva a mangiare una sua scarpa.
In prima fila i signori eleganti e le donne impellicciate ridono di gusto, qualche fila dietro i borghesi sogghignano senza molto entusiasmo, in galleria alcuni poveri malconci piangono lacrime amarissime pensando a una cena tristemente simile.
Basta una sola immagine per illustrare come tutto sia relativo e come l’umorismo sia forse la forma di comunicazione maggiormente affetta dalla soggettività di chi guarda.
L’altro giorno, assieme alla mia pattuglia fedele, mi sono recato pieno di speranza a vedere “Basta che funzioni” ultima fatica di Woody Allen.
Ero al contempo un po’ scettico, lo confesso, dopo quasi un decennio in cui il regista aveva abbandonato la commedia per una serie di film di vario genere, tutti girati in Europa, in cui più che la sua vena satirica affiorava quella da satiro essendo in genere la trama ridotta a: “Entra in scena un’attrice con due pere enormi, varie ed eventuali”.
Per carità, non ho assolutamente nulla contro l’ostentazione pubblica della propria ossessione per la quarta misura coppa E, però chiedermi di finanziarla con 7 euro a botta mi sembrava eccessivo.
Sono stato abituato a vedere i film di Allen di solito in sale ammuffite e semivuote e sono rimasto effettivamente stupito dal vastissimo pubblico presente al secondo spettacolo di un feriale cominciando a temere una grossa sòla.
A dispetto di ogni triste presagio il film è onestamente divertente, veloce e sferzante con qualche distinguo.
Esistono infatti due categorie di persone che potrebbero trovare meno godibile la pellicola: i macachi urlatori e gli iper ironici.
Sui macachi non mi dilungo troppo perché confido sempre che l’evoluzione darwiniana li porti ad estinguersi quando si troveranno di fronte a cibo precotto con un’apertura troppo sofisticata, mentre facendo parte della seconda categoria qualche strascico amaro il film l’ha lasciato.
Il personaggio è un grandissimo rompipalle, super critico, convinto di essere meglio di tutto il mondo che lo circonda e che vive di megalomania… dopo un primo impulso verso una causa per plagio nei confronti di Allen mi ero riproposto qualche spunto di autocritica visto che costui vive solo, in preda al panico e prova diverse volte il suicidio.
Notando però che alla fin fine ha una casa in centro a New York, gli amici ancora lo stanno a sentire e porta a casa solo schianti di donne che lo venerano sono ritornato sui miei passi e aspetto le ninfette!
Sempre in campo cinematografico segnalo in chiusura una gran film di fantascienza: “district 9”.
Aldilà delle minchiate che potrete leggere sull’attualità del film in chiave di critica al mondo contemporaneo (se voglio farmi una coscienza faccio volontariato e non vado al cinema) l’opera è davvero valida e rinverdisce il filone dei film sugli alieni lattugoni fatti con due lire e tantissimo stile che dai tempi di “Starship Trooper” non trovava dei lavori degni di menzione.
Begli effetti, una trama che regge, poche vaccate sull’approfondimento della psicologia dei personaggi e un sacco di armi fichissime che friggono, mutilano, esplodono e vaporizzano. 7 e mezzo con la matta!

Ps
Ringrazio sinceramente le 15 136 persone che ad oggi hanno indugiato sui miei pensieri. Secondo i dati Istat, l’intero comune di Tarqunia si è baloccato leggendomi.. il motivo mi è sconosciuto ma grazie di cuore.

Ottobre 4, 2009 Pubblicato da zemariani | Mariani Consiglia | | Ancora nessun commento.

Un regalo divino

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Contrariamente al pensiero comune, non ho alcun preconcetto sulla religione, qualsiasi essa sia. Nutro invece un profondo interesse per tutte le storie intricate di guerra, culti misterici e sgozzamenti vari ed in questo l’antico testamento è insuperabile.
Pioggia di fuoco, di rane, sangue nel fiume, primogeniti accoppati in culla, sono pressoché infiniti gli episodi in cui il castigo divino si abbatte sul popolo nelle forme più stravaganti e fantasiose ma ce ne è uno che secondo me ricade erroneamente nelle categoria delle punizioni visto che lo considero il più grande regalo fatto dall’Onnipotente al genere umano dopo le riviste di intimo femminile: il polilinguismo della torre di Babele.
La storia è comune ma viene spiegata male: secondo l’esegesi canonica il Signore punisce l’indebito aumento di cubatura di una torre condonata confondendo i popoli coinvolti nell’abuso edilizio creando mille lingue diverse e rendendo impossibile la comunicazione. Quindi in cosa consisterebbe il castigo?
La gente non valuta accuratamente  il beneficio massimo di non capire generalmente cosa dice la gente attorno a noi.
Gli esempi sono praticamente infiniti ma ho cominciato a riflettere su questi argomenti durante l’ultima mia trasferta lavorativa.
Già abbastanza incazzato perché il mio ufficio viaggi mi aveva trovato un aereo alle 7 del mattino costringendomi a una sveglia alle 5, stavo aspettando stancamente l’imbarco al gate dell’aeroporto di Vienna quando dietro alla mia poltroncina si è accomodata una coppia di età superiore ai 60 con nipotino (o un nano vestito alla Cicogna) al seguito. Questa è copia fedele della loro conversazione che mi sono appuntato in diretta per essere sicuro di non perdere nemmeno una virgola.
“Ma  che lingua parleno in Autria?” “Parleno tedesco!” “No, ma che stai a di’!! Parleno austriaco…” “e che d’è?” “È na cosa mezzo gnws e mezzo… boh..” “Ah, me credevo tedesco.. peròssi parli tedesco te capischeno” “vabbe’, come te pare allora”.
Per un attimo ho pensato di rapire l’infante e di affidarlo ad un organizzatore di combattimenti clandesitini fra cani immaginando che comunque avrebbe avuto un futuro migliore di quello che la sua famiglia gli avrebbe riservato poi la pressione è salita troppo e tutto si è fatto indistinto.
Una volta riemerso dal coma farmacologico indotto dai paramedici per rallentare le mie pulsazioni e sgonfiare la vena del collo larga come il manico di una scopa ho rielaborato il fatto ed ho scoperto che il mio giudizio severo era legato al problema che capivo quello che i neanderthaliani si stavano dicendo, da qui le soluzioni per la pace interiore:

a)    diventare sordo e vivere in un mondo fatto solo di colori (scartato perché sono daltonico)
b)    andare a vivere all’estero, possibilmente in un paese di cui non conosco la lingua

E’ incredibile come la più semplice ed ovvia delle verità non fosse mai venuta alla mia attenzione.
Avete mai notato che le straniere sono grossomodo tutte interessanti? Come quando siamo all’estero l’atmosfera ci sembri comunque sempre più sofisticata?  Tutto questo grazie alla magia dell’incomprensione.
Proprio domenica allo stadio con l’amico Gepi osservavamo una ragazza davanti a noi.
A Parigi, in metrò, sarebbe risultata carina, frizzante e particolare.. all’olimpico, dopo la seconda parola ho  invocato a gran voce la sterilizzazione chirurgica. Vi sembra giusto che la differenza fra un’intrigante francesina e una sciacquapiatti di borgata sia solo l’interpretazione dei suoi grugniti culturali?
La barriera linguistica rappresenta un rifugio in ogni rapporto. Qualsiasi cazzata io possa dire, c’è sempre la scusa del non essermi spiegato bene o dell’aver capito male la sua frescaccia che declasserebbe una principessa a serva della gleba.
Pensateci bene. Chi non sarebbe fiero ed orgoglioso di presentare a tutti gli amici miss Ungheria? 1.80 di coscia bionda incomprensibile?
Agli stessi entusiasti chiedo, presentereste ugualmente miss Italia che alla prima intervista ha dichiarato “grazie ai miei genitori che non mi hanno mai tappato le ali”?
Magari si, ma non prima di aver assunto Darix Togni come istitutore della bestia popputa ed averle paralizzato la laringe con una siringa di botox.

Settembre 23, 2009 Pubblicato da zemariani | Editoriali | | 6 Commenti

Ritorno in sala

Dopo un’estate annacquata dal lavoro l’arrivo di un autunno precoce (buffo pensare che la gente consideri giugno come estate e settembre come autunno quando è praticamente il contrario) ho riaffrontato la routine romana cercando di rinchiudermi il più possibile nelle sale cinematografiche con la malcelata speranza che l’audio alto potesse distrarmi dal fatto che la città si stesse ripopolando troppo rapidamente d bipedi color cuoio, tatuati, osteggianti le loro mutande.
Con un curioso slancio di ironia, proprio mentre si apre la stagione dei festival, le Major propongono alla visione del pubblico tutte le loro opere in cui il minutaggio del parlato non superi il 12% del totale a favore di botti ed esplosioni. Ghiotto boccone per chi, come me, pensa che il cinema espressionismo francese sarebbe motivo sufficiente per dichiarare guerra ai cugini d’oltralpe.
Per ricominciare a carburare avevo scelto due film particolari: “Drag me to Hell” del maestro Sam Raimi, desideroso di riscatto dopo l’agonia di Spiderman 3, e G.I. Joe che era stato indicato dalla critica USA come una sequenza ininterrotta di botti e teste che volavano.
Pensando che fossero più che sufficienti come contributo alla cinema stelle e striscie mi stavo approntando ad organizzare le serate quando la splendida metà di mio cugino fa scivolare sotto la porta dell’intelletto una richiesta legata a una passione giovanile..
“Ci sarebbe anche un altro film che mi piacerebbe vedere.. possiamo?”
Cedendo alle lusinghe di mio cugino che maliziosamente aveva comprato i biglietti in un cinema amico mi sono andato a ficcare nella più evidente delle trappole. Una nuova pellicola interpretata da Nicholas Cage.
Probabilmente è stupido anche dedicare un solo secondo in più di quelli interminabili richiesti alla visione ma “Segnali dal futuro” è un film di quelli che lasciano il segno.
La trama è facilissima: tutti dobbiamo morire. Possiamo fare qualcosa per impedirlo? No! Bene, allora passiamo due ore a fare faccette buffe per scoprire quello che tutti sanno: In un lasso di tempo sufficientemente lungo le aspettative di vita di ognuno di noi tendono a zero.
Aldilà quindi del film molto brutto in se, la riflessione verte sul fatto di come sia possibile che in una sola faccia immobile si riesca a concentrare il peggio del cinema mondiale.
Ci sono attori sinonimi di qualità, registi che comunque vada due ore te le fanno passare bene e che comunque vada non ti mandano mai a casa totalmente incazzato.
Personalmente nella mia lista dei buoni ci sono personaggi da cassetta, magari non super stelle ma quando leggo il nome di Michael J. Fox, Tennis Quaid e Tony Scott (non quel pallone gonfiato di suo fratello Ridley) sono sicuro che i 7 euro e mezzo sono investiti bene.. e poi c’è Nicholas Cage.
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Per chi non fosse un accanito cinefilo (magari qui cinofilo sarebbe azzeccato) Nicholas Cage è quell’attore americano che presenta una singolare somiglianza con il pesce San Pietro e sullo schermo sprigiona la gioiosa espressività dei gargoyle di Notredame.
Altra caratteristica fondamentale di questo genio del male è essere la negazione vivente dei principi dell’ereditarietà. Nipote di Coppola (non di Neri parenti) Nic è indubbiamente la più grande prova, dopo Lalo ed Hugo Maratona, che gli studi di Mendel altro non erano che i vaneggiamenti di un frate ubriacone che avrebbe dovuto concentrasi più sulla sua dissolutezza che sui piselli lisci e quelli grinzosi.
Dopo tanta fiele è giusto ora addolcire i toni parlando invece di due bei lavori che mandano a casa felici gli spettatori.
G.I. Joe è sicuramente un film centrato. Trama molto efficace, 100 minuti di esplosioni culminanti nel crollo della torre Eiffel, e nessuna indulgenza verso il pubblico più giovane con una serie sublime di morti ammazzati molto male.
La produzione compie un notevole sforzo in termini di studio del mercato toccando i temi che più stanno a cuore al pubblico ossia decapitazioni con lame affilate e sexy donne ninja in tute di lattice attillate.
Ultimo in termine di recensione ma primo nel mio cuore è “Drag me to hell” film horror dei tempi belli, quelli in cui l’analisi psicanalitica del cattivo non solo non era richiesta ma nemmeno gradita. Nello specifico poi il cattivo è satanasso in persona per cui allo spettatore non resta altro che starsene seduto, se ci riesce, e godersi la malvagità gratuita del principe delle tenebre.
Anche qui la trama si compone di pochi ma solidi elementi: la biondina scema tipica, una maledizione zingara e un silos di liquidi corporali misti a bigattini (vermi) generosamente distribuiti per tutto l’arco della pellicola.
Il film diventerà un classico intramontabile del genere, proprio come “La casa” che tanti anni fa lanciò lo stesso Raimi come uno dei maestri del genere.
Di quella memorabile produzione ricordo solo che un amico di mia sorella portò la video cassetta per una serata in cui i nostri genitori non c’erano. Avevo 10 anni e penso di aver passato nell’armadio tutte le notti del mese seguente. Splendido 

Settembre 20, 2009 Pubblicato da zemariani | Mariani Consiglia | | 4 Commenti

Contributi

Come ho più volte esposto, oltre alla necessità di alimentare la mia megalomania, questo spazio libero di parole è nato dallo stringente bisogno di evitare la mia regressione verso l’analfabetismo.
Comprendo che in un mondo in cui Elisabetta Caporali viene inviata come giornalista ai mondiali di atletica e rivolge a Usain Bolt la domanda “Iu ar veri fast end di oders dregon sleierdont catc iu, uatdoiutincabautit?” senza che nessuno parta per la Germania con una garrota di filo spinato parlare di prosa possa sembrare ridicolo però qualche piccolo seme di utopia ogni tanto germoglia nel suolo inaridito e preferisco la speranza piuttosto che finire in carcere per aggressione.
Per questo motivo lancio, accanto alle mie scempiaggini, una pagina (cronache pescaresi) indipendente in cui raccolgo gli scritti di un menestrello metropolitano, il dottor Fabio Ruggiero, amico di mio cugino ed ora anche mio.
Dotato dell’ironia dell’uomo di mondo amareggiato, periodicamente manda meravigliosi racconti dalla terra d’Abruzzo che riporterò fedelmente operando solo alcune piccole modifiche di editing ma senza cambiare una sola virgola.
Sono certo che ne sarete anche voi conquistati e lo seguirete con grande affetto.
Ps
Tutti i contributi indipendenti sono bene accetti. Scrivere è bello e sorprendentemente facile.
Ps2
Cugino Andrea.. sono pronto ad aprire una pagina anche per te se mi prometti di dare un seguito alla mail di ieri
Ps3
Elisabetta Caporali ti odio e spero che un lanciatore del martello moldavo ti scambi per la ragazzina che lo prendeva in giro per il suo peso alle medie e si diletti ad usare la tua mascella come rastrelliera per le pipe, così almeno ti stai zitta

Agosto 21, 2009 Pubblicato da zemariani | Editoriali | | 2 Commenti

Ferragosto, il natale col mare

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Dotato di una spocchia degna di un principe russo decaduto, in genere disdegno le ferie estive. E’ abbastanza raro che cada nei tranelli dei viaggi agostani (a parte la benedetta trasferta al monastero buddista di cui ho gia parlato) e questa scelta si coniuga perfettamente con il piacere di dedicare almeno ferragosto alle tradizioni di famiglia che normalmente scanso se non quando  vengo adescato con un numero di portate pari ai decimali scoperti del P greco (64).

Come ogni anno il piano che avrebbe portato al sequestro della patente ed all’infarto intestinale era ben consolidato. Festa notturna a Gaeta cercando di rimanere vivi e di non essere ripescati a faccia in giù al largo delle coste tunisine e pranzo il giorno successivo nell’avito paese di Roccamonfina con la sfida di scoprire se le pareti del mio stomaco siano in grado o meno di sopportare le 5 atmosfere di pressione.

Purtroppo il viaggio in Tailandia del cugino Alessandro, anima nera, principe della vita notturna dell’agro pontino e storico organizzatore del baccanale, ha sparigliato l’oscuro disegno costringendomi ad abbandonare la prima parte del programma decuplicando quindi  le mie possibilità di giungere vivo ed incensurato alla fine della settimana.

La notte del 14 era stata quindi ridisegnata all’insegna della sobrietà di modi e costumi con una gustosa cena di pesce, magari un bicchiere di vino di troppo e l’idea di guardare i fuochi d’artificio sul mare. Grossolano errore.

A nemmeno metà cena, con l’orologio che segnava stentatamente le 23:00 il cielo si è rischiarato a giorno.

Era dai tempi della diretta di Peter Arnett da Bagdad che non vedevo una tale serie di scie luminose e razzi traccianti. Dando fondo a tutte le scorte delle armi di distruzione di massa sottratte agli iracheni, gli abitanti del basso Lazio hanno inscenato la ricostruzione storica del bombardamento di Dresda con centocinquanta (150) minuti ininterrotti di esplosioni, botti, fontane e un dispiego di mezzi degno dell’inaugurazione di un albergo a Las Vegas.

Passati i primi 20 minuti di sincera ammirazione il sentimento che è subentrato abbastanza velocemente è stata la rottura di coglioni, tanto più che in casa il cane e i gatti schizzavano contro i muri come le palline di un flipper anni ’70.

Faticosamente archiviata la pratica pirotecnica, per la prima volta da anni sono andato a dormire prima dell’alba consapevole che la giornata successiva avrebbe richiesto uno stato psicofisico degno ti un maratoneta (della fettuccina).

La mattina dopo, assieme al mio cugino stacanovista sottratto a fatica all’ufficio ed alla sua affascinate ragazza siamo partiti alla volta del paese per affrontare la solita benedetta inondazione di nonne, zii, cugini e oramai sempre più frequentemente di nipotini.

La fortuna principale del pranzo di ferragosto per noi rami secchi è che la bravura clamorosa ai fornelli di tutte le donne chiamate in causa è tale che alla fin fine noi passiamo bellamente inosservati dinanzi alla stratosferica prolificità di tutti gli altri cugini.

Di fronte alle 115 polpette di melanzane di zia Ninì, dei 2 vassoi di insalata russa da campionato del mondo di zia Marinella o della lasagna di zia Maria, qualche bimbo in più o in meno scompare.

Gradito ospite a sorpresa di quest’anno è stato un terzo sano di porchetta che faceva beatamente capoccella a metà tavolata.

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Non cito per decenza il resto delle innumerevoli altre pietanze che a metà pomeriggio mi hanno fatto somigliare a un pitone che avesse ingoiato una gazzella sana però per dare ai meno consapevoli il livello di difficoltà del pasto faccio presente che zio Giampiero ha portato in dono 0,3 metri cubi di mozzarella di bufala (l’equivalente della cilindrata di un centinaio di BMW X5) assorbendo da solo la produzione giornaliera del casertano.

Uno dei momenti più toccanti della giornata è stato ritrovare in piena battaglia accanto a me mio padre che, vivendo una seconda giovinezza gastrica, si è schierato in prima fila di fronte al tavolo delle vivande sconfiggendo quasi da solo un temibilissimo gateau di patate dal peso specifico superiore a quello dell’uranio fissile.

Ad essere completamente onesti tutta la famiglia si è distinta per fierezza e spirito pugnace visto che a metà pomeriggio nessuno si è tirato indietro quando a tavola sono state servite le crostate per la merenda.

Una volta riacquistata la capacità di respirare senza rantoli e fattoci strada fra una serie di corpi riversi a terra ci siamo incamminati verso il mare per un bagno ristoratore che dando ascolto agli ammonimenti dell’infanzia avrebbe dovuto svolgersi a novembre visto tutto quello che s’eravamo mangiati.
A chiudere una giornata meravigliosa la visione di un piccolo capolavoro del cinema espressionista comperato (su mia istigazione) la mattina da mio cugino: Zombie Strippers. Film dalla trama semplice e toccante. Tette grosse e pioggia di sangue, come è possibile sbagliare?

Agosto 20, 2009 Pubblicato da zemariani | Editoriali | | 6 Commenti

Piccole soddisfazioni

Ho sempre provato una forte attrazione per i film di animazione. Per anni sono sgattaiolato nei cinema con qualche amico scemo quanto me, mischiandomi a turbe di piccoli bacherozzi a cui auguravo severe disfunzioni all’ipofisi per il loro baccano.
Il dover sempre litigare con vecchie nonne malate di gotta e i capelli turchini per non saper controllare il loro circo di bertucce  poi mi privava della sufficiente serenità per gustare lo spettacolo rendendo inutili i rischi che correvo abbandonando le aule universitarie o il posto di lavoro.
Poi è uscito “la città incantata”, ha vinto l’Orso d’Oro in Germania ed è passato il concetto che andare a vedere dei cartoni animati superata la pubertà non è per forza sintomatico di degenerazione sessuale , di essere Michael Jackson o entrambe le cose.
Per chi non avesse dimestichezza con le grandi manifestazioni della settima arte, di solito i film in cartellone a Berlino sono usati al posto cloruro di potassio per le esecuzioni dei pluriomicidi in Texas per cui l’affermazione di un film colorato e gioioso fu vista da molti come il primo segno dell’arrivo dei quattro cavalieri dell’apocalisse.
Da allora, con qualche fatica, riesco a farmi accompagnare da più amici in sala anche grazie al fatto che finalmente l’ultima proiezione utile non è più quella delle 16:30.
Proprio in virtù di questa estensione degli orari, nella giornata di venerdì, il mio cugino serio e posato megadirigente di multinazionale, quello che dorme sul divano dell’ufficio e che fa le teleconference la domenica di fronte alle linguine allo scoglio (ai molti non fregherà nulla, ma la tirata è dedicata all’interessato) mi fa: “frate’ andiamo a vedere Coraline in 3d?”.
Non m’è parso vero. Avevo perso il treno per la visione con gli altri sfaccendati e disperavo di avere una seconda occasione, tanto più che le critiche si erano rivelate tiepide ed ampiamente al disotto della mia fanciullesca eccitazione.
Cominciando dai titoli di coda.. il voto è altissimo, non 9 ma forse a 8 ci si avvicina senza grossi sforzi. Per me il film si piazza sicuramente sul podio assoluto nel 2009, primo staccato nella sua categoria e molto vicino al podio assoluto per l’animazione quindi se ne deduce che la famiglia Cutrì (autori delle succitate recensioni) di cinema non capisce una mazza.
La storia è molto gotica, con una piccola bambina insoddisfatta che migra in un mondo gemello in cui tutto è meglio che nella vita reale. Questo paese dei balocchi è un inganno intessuto da una “altra madre” che vuole divorare la sua anima per tenere la protagonista sempre con se.
Girato in stop motion (tipo i gatti Mio&Mao) il film è un’esplosione di luci e di colori.
Se Obelix era caduto nella pentola della pozione magica acquistando una forza senza fine, Neil Gaiman e Henry Selick (autore e regista) hanno attraversato l’atlantico in una tinozza di LSD rimanendo perennemente strafatti e riversando ogni goccia di allucinogeno nella pellicola.
Ogni scena è un’invenzione, ogni inquadratura una sorpresa. Tutto in una chiave assolutamente non convenzionale e sicuramente inadatta ai bambini (una madre che ti vuole cucire dei bottoni al posto degli occhi non è certo il viatico ottimale per una notte di sogni tranquilli). La tecnica del 3d aggiunge una spettacolarità non fine a se stessa ma utile a farsi trascinare senza riserve nel miglior altro mondo dai tempi di “Alice nel paese delle meraviglie”.
Chi non lo va a vedere al cinema perde uno spettacolo. Se poi non ci va perché danno le repliche dei Cesaroni in tv si merita Amendola come testimone di nozze che gli intona l’ave Maria di Schubert coi rutti.

Agosto 5, 2009 Pubblicato da zemariani | Mariani Consiglia | | 1 Commento