Dilemmi
Da qualunquista doc, ho sempre guardato alle grandi organizzazioni internazionali con sospetto. Grandi, ricchissime e scialacquatrici di danaro erano per me incapaci di produrre un solo risultato apprezzabile a fronte del loro costo smisurato.
Quando però i giudizi sono solo frutto di preconcetti è doveroso accettare nuovi elementi e riformulare.
Finalmente una campagna seria, dalle finalità chiare e dall’indubbio valore sociale.
L’opuscolo riportato dabbasso è rigorosamente autentico ed attualmente distribuito su una compagnia aerea di cui la mia fonte (grazie) non ha voluto fornire il nome.
Ora mi chiedo, una specie che ha bisogno di spiegazioni su come lavarsi le mani merita di essere salvata?
Ps. Devo ammettere che i punti 5,6 e 7 forse mi erano oscuri

L’età dell’innocenza


Questo bel bambino della foto non è il testmionial della Invernizzi ma sono io all’età di 3 anni e mezzo. Se pensate che abbia un’espressione da figlio di buona donna, siete pienamente nel giusto (a parte il fatto che mia madre non ha colpa alcuna) visto che fin da allora il vizio di combinare guai non mi ha mai abbandonato.
Che il mio rapporto con la scuola e in generale con i superiori non sarebbe stato tutto rose e fiori si è capito subito. Il primo giorno, feci la mia pagine di aste sull’ultima pagina del quaderno a quadretti tenendolo capovolto. Come si suol dire: “chi ben comincia…”
Il secondo giorno presi la mia prima nota per essere entrato fuori orario, fregandomene bellamente delle disposizioni del preside.
Ho mantenuto il primo anno di elementari una sontuosa media di almeno una o due note a settimana, per i motivi più disparati, ricevendo un mare di cazziate da i miei genitori. A poco servivano le mie giustificazioni sia verso la maestra che verso mio padre che provando la carta della persuasione energica un giorno mi disse: “questa deve essere l’ultima, alla prossima non sai nemmeno quanto dovrai pentirtene”.
Il deterrente funzionò poco e due giorni dopo avevo di nuovo l’ordinata grafia della signorina Drago sul diario.
Per provare ad evitare la punizione ignota che mi aspettava e che mi metteva una fifa blu in corpo, non trovai di meglio da fare che siglare in calce “Giulio” in un approssimativo corsivo. Alla richiesta di spiegazioni della maestra mi discolpai con fierezza asserendo che ritenevo offensivo anche solo dubitare che quella non fosse la firma avita. Una risata di gusto mi congedò dai mie affanni.
Credeteci o no quella è una delle poche occasione in cui me la sono cavata completamente gratis ed ho quindi compreso in età giovanissima che se devi sparare una balla, tanto vale spararla più grossa possibile per poi trincerarsi dietro una sfrontatezza senza limiti.
A quasi trent’anni di distanza le prove a sostegno di questa teoria fioccano ancora copiose, nel piccolo come nel grande.
Sebbene originariamente fuorviato da quelle comuniste delle donne della mia famiglia, col tempo ho maturato un affetto sincero per il nostro leader.
Come posso quindi restare insensibile al gioioso sorriso infantile del nostro premier che colto con le mani nel barattolo della marmellata ha commentato la sua marachella: «In giro ci sono un sacco di belle figliole. Io non sono un santo, lo avete capito tutti».
Cosa contestare a un uomo che non cerca scusanti, ammette serenamente la sua colpa (ammesso che andare con scoscione in perizoma possa essere considerata una colpa) ed ammicca da vecchio bucaniere sottintendendo “te piacerebbe pure a te eh?”
Si, piacerebbe pure a me! E vivaddio mi piacerebbe pure vincere una coppa campioni da presidente della Roma. Come si fa? Esistono corsi di formazione?
Silvio, fai di me il tuo delfino. Le donne mi piacciono, il pallone pure e sparo balle da competizione. Solo il fatto di non saper suonare nemmeno il campanello di una porta e di riuscire a salire sul letto un predellino fatto con gli elenchi mi ha dissuaso dall’intentare una causa di paternità…. Divisi dalla fredda genetica, affini nell’anima.
PS. Nella giornata di ieri ben 160 persone hanno letto il post sul papa, ma solo uno ha commentato.. Non vergognatevi, esprimetevi. Scrivere è bello. Non fatevi pregare
Le verità nascoste
Durante la settimana, da tantissimi amici o anche solo da conoscenti, mi sono sentito rivolgere la seguente domanda: “ma come, il Papa si frattura una mano in modo misterioso e tu non dici nulla?”.
Li per li sono rimasto di sasso. Non c’è mai stata ombra di malizia in me. In tutti questi anni mi sono sempre considerato un avversario fiero ma leale dello stabile sito in via della conciliazione e quindi non vedevo nulla di strano o di sospetto nella frattura tranne forse il fatto che i nuovi gessi somigliano moltissimo alle uniformi dei pizzardoni a piazza Venezia.

Poi le richieste si sono fatte sempre più pressanti e certo di fare cosa gradita anche all’interessato in nome del motto “vox populi, vox dei” ho messo in moto la macchina investigativa.
Sono bastate poche indagini mirate nel mondo della distillazione clandestina per scoprire laverità.
Seguendo il richiamo del sangue e dell’istinto secolare della sua nazione (no, non perseguitare le minoranze) il santo padre ha cominciato a fare il birraio e il rarissimo reperto di cui sono entrato in possesso lo dimostra.

Pare che la frattura sia arrivata al culmine di una festa di presentazione del marchio in cui l’allegro alemanno, forse non lucidissimo, ha provato a impressionare gli invitati (la solita gente.. Corona, Belen, Paris Hilton, Mike Tyson, i Beckham, Cosimo Mele e Sircana…) aprendo una bottiglia con un colpo di karate portato col taglio della mano e centrando invece la fronte del chierichetto che la teneva sulla testa per rinverdire il mito di Guglielmo Tell.
PS Come TUTTE le foto contenute in questa scatola di vaniloqui, anche queste sono al 100% vere e non frutto di fotoshop o contraffazioni, spero che in sede di giudizio possa essere considerata una attenuante
Scusa ma ti chiamo Silvan

Contravverrò per la prima (e spero ultima) volta alla regola aurea che ha sempre guidato tutte le mie peregrinazioni nelle sale cinematografiche di questo mondo ossia: “Se vai a vedere un film che è dichiaratamente una puttanata, non hai il diritto di lamentarti se effettivamente lo è”.
A mia parziale discolpa posso solo dire che in uno dei due casi che sto per esporre, “Transformers 2” il difetto del film è di essere troppo poco una porcata, almeno secondo i miei altissimi canoni estetici.
L’ultima fatica di Michael Bay ha il grandissimo difetto di voler mescolare i generi, ripercorrendo l’abominio dei nuovi guerre stellari in cui personaggi classici che tutti vorrebbero immutabili si mescolano a pupazzetti scorreggioni creati ad arte solo per venderne i peluche a bambini lordi di nachos e popcorn al caramello.
Transformers è semplicemente molto brutto, fiacco, con pochi e confusi botti. Ottimo per un martirio di espiazione grazie a trovate assurde tipo autovetture che piangono dagli spruzzini tergicristallo o piccoli robot affetti da priapismo che provano ad ingropparsi tutto quello che incontrano fra le ovvie e sguaiate risate del popolo di subumani che affollava la sala e commentava compiaciuto “Amo’ che tajo, mortacci mia!!!!!!!!!!!”.
L’unico pregio che posso riconoscere al film è che almeno non è “Harry Potter e il principe mezzosangue”.
Venerdì mi accingevo a partire per il mare per passare 3 giorni di morte apparente sommerso da linguine alle vongole quando ho ricevuto l’imprevista telefonata dell’amico Gepi che si è svolta secondo i nostri abituali standard comunicativi: “aho..?” “eh?” “andiamo a vedere HP?” “a Ge’ ma se non te ne è mai fregato un cazzo?” “tendenzialmente si, ma va Francesco a prendere i biglietti” “allora ottimo”. Solleticato da una serata apparecchiata ho fugato i miei dubbi per una pellicola tratta da quello che è secondo me il peggior libro della serie, sopendo le mie perplessità con la scusa di aver letto il tomo solo in inglese e per questo di non aver fondamentalmente capito una cippa di un opera di eccezionale vigoria e intreccio narrativo (cosa che a tuttoggi potrebbe essere comunque vera).
Il tarlo di avvicinarmi a una solenne bufala continuava a masticare la mia dura madre, riempiendomi di segatura il cranio, ma il sospetto ha assunto dignità di quasi certezza quando, entrando in sala, mi sono ritrovato a una convention di Gormiti e Winx che berciavano come macachi in amore avvertendomi che le prossime due ore e quaranta me le sarei vissute davvero male.
Raccontare il film è abbastanza facile. Questo episodio è eccitante quanto guardare crescere un ficus benjamin e scoprire dopo un po’ che è pure di plastica.
Per centosessanta interminabili minuti non succede assolutamente nulla a parte uno sbocciare di sacrosante polluzioni giovanili grazie a torme di adolescenti che limonano duro in ogni angolo del castello, una specie di Moccia in chiave magica. Se al posto di Harry o Hermione ci fossero stati Step e Baby dubito che sarei riuscito a notare la differenza, bastava mettere il ponte col lucchetto al posto delle bacchette e pozioni.
Il regista (o lo sceneggiatore) riesce nella mirabile impresa di eliminare tutte la parti interessanti del libro come trama, storie del passato o analisi dei personaggi per soffermarsi su un messaggio di grande importanza sociale: “anche ai maghi gli piace la patata”.
Tagliando tutta la storia, risulta ovvio che quando negli ultimi 11 secondi, il professor Python provi a dare un senso al titolo uscendonese non richiesto con un “sono il principe mezzosangue” il commento non possa che essere: “esticazzi?”
Sono solo supersitizioni (addendum)

Si dice che la preghiera sia l’ultimo rifugio delle canaglie. Quando un’anima nera perde ogni speranza nella capacità di sovvertire il fato imbrogliando, barando, strisciando e vendendo gli organi dei parenti prossimi, allora la fede ritorna prepotentemente a farsi strada nella pece del suo cuore.
Come un novello Faust faccio ammenda della mia vita che comunque non è stata dissoluta come avrei voluto e sto facendo le valigie per raggiungere al più presto il monastero di Chang Mai nella speranza di placare il turbine di sfiga che in due anni si era catalizzato attorno al mio polso destro poderosamente respinto dalla benedizione di un mite bonzo e che finalmente ha trovato un varco d’accesso.
Mi sento un po’ come il nero di turno nei film di zombies: “lasciatemi qui, venderò cara la pelle”. Molto coraggioso per uno con una fionda e due banane di fronte a novemiladuecento non morti.
Dalla rottura del prezioso amuleto:
- La mia auto puzza di cane (fatto molto curioso visto che non ho mai avuto un cane ne frequento assiduamente persone che ne hanno uno)
- zoppico
- ho fatto una bella figura di cazzo in ufficio di quelle che ti faranno ricordare nei corridoi come “qUello che..”
- ho avuto una bella, bella conversazione del tutto gratuita con una ex.. di quelle che ti lasciano proprio sereno ed affatto pieno di amarezza
- è arrivato un accertamento dall’agenzia delle entrate che mi segnala redditi non dichiarati per 35mila € con un importo da pagare di poco meno di 4mila
- il commercialista con simpatica leggerezza mi ha detto….: “ops che errorone che abbiamo fatto (abbiamo chi?). eh si, tocca pagare (tocca agli stessi che “abbiamo”??)
Essendo io partito da Viareggio il pomeriggio del disastro ancora in possesso del bracciale comincio a sospettare della mia pericolosità per cui credo che se dovesse fallire la missione Tailandese mi rinchiuderò sul fondo di un pozzo a secco come la protagonista di “the ring” salvo poi tornare a rompervi i coglioni strisciando fuori dal televisore.
Come inguaribile ottimista spero sempre che il dolce buddha ci ripensi accordandomi di nuovo il suo favore. Accetterò come segno di pace la foratura del pullman della nazionale estone di lotta femminile nella gelatina di fronte alla mia abitazione.
Solo superstizioni (i meridionali sono sempre meridionali)

Due anni fa, durante un umido viaggio attraverso la foresta del triangolo d’oro, ho avuto occasione di visitare una magnifica pagoda.
Fino ad allora la parola pagoda per me aveva come unico richiamo visivo quello della carta del mercante in fiera per cui mi sono avvicinato molto incuriosito allo “stupa d’oro”, un magnifico pinnacolo coperto dal prezioso elemento che riluce come un secondo sole nel tramonto tropicale.
All’interno di questo monastero è in vigore una tradizione. Il più anziano e venerato bonzo siede all’ingresso e ti stinge al polso destro un semplice bracciale di spago come segno ben augurante. Il visitatore dopo può esprimere tre desideri al Buddha che saranno esauditi se formulati con cuore puro. A dirla tutta, ho sempre avuto qualche dubbio sul nitore del mio animo, ma appellandomi alle diversità culturali ho sperato che l’illuminato scambiasse i miei peccatucci per stravaganze culturali.
L’anno era stato davvero pessimo: marette sentimentali, un lavoro che mi teneva in macchina 2 ore e una Roma che mi faceva tribolare. I tre obbiettivi quindi erano fin troppo facili ed dato fondo alle mie finanze ho illuminato a giorno il tempio con incensi fuomogeni tanto che dei tifosi turchi di passaggio l’hanno scambiato per l’Aly Sami Yen di Instanbul ingaggiando una fitta sassaiola con i monaci erroneamente presi per supporter del Galatasaray.
Sarà stato il classico meccanismo di marketing per cui al tossico nuovo dai la roba migliore, sarà il caso.. ma il simpatico pennellone sdraiato con pallino in fronte si diede davvero da fare.
Al ritorno ho avuto una specie di idillio romantico con farfalline nello stomaco, due mesi dopo ho lasciato il lavoro per uno meglio pagato e con molte più prospettive e la Roma si giocò il titolo agli ultimi 40 minuti di campionato. Davvero niente male.
Forte di un sereno 2,8 su 3 ho sempre trattato il bracciale con una cura a metà fra la devozione mistica e il terrore per l’ignoto che si potrebbe tratteggiare come l’ibrido di un anacoreta e la scimmia di 2001 odissea nella spazio. Sebbene sia esteticamente innegabilmente brutto (il braccialetto, non io) l’ho sempre portato con quella spocchia classica di chi mastica due spiccioli di spiritualità e guarda il mondo e pensa: “ma che ne sapete voi, volgo materiale” e ne ho avuto una gran cura presagendo grandi sventure in caso di danneggiamento irreparabile.
Sabato pomeriggio mi trovavo all’aeroporto di Vienna, pronto per il ritorno a casa dopo quattro giorni in Slovacchia passati a maledire l’embargo di serrande che mi aveva reso ancora più rincoglionito del solito a causa della mortale privazione del sonno (tortura usatissima da qualsiasi struttura di intelligence e terribilmente efficace).
Dopo 2 ore abbondanti di macchina, con la barba lunga e onestamente trascurato mi sono avvicinato al bancone della Austrian per la carta di imbarco.
La contemporaneità degli seguiti è quasi surreale.
Tendendo il passaporto alla gentile signorina ho guardato il braccialetto rompersi spontaneamente e cadere. Nello stesso istante le parole “mi dispiace, il suo posto non esiste più, cancellato”. Tre secondi e un rumore sordo, “tock” , ci ha reso noto che l’impianto di climatizzazione dell’aeroporto s’era rotto.
La temperatura intorno a me è aumentata istantaneamente di 11°, un po’ per il guasto tecnico un po’ per una febbre cerebrale che mi ha fatto rovesciare gli occhi all’indietro scagliando oscure maledizioni Tolteche all’indirizzo della povera banchista.
Riavutomi dalla possessione demoniaca e pulendomi il rivolo di bava verde che mi pendeva dal lato della bocca ho provato a fermare il tremore del sopracciglio ed ho chiesto squisitamente: “mi scusi, cosa vuol dire cancellato?” “ah no signore, il volo non è stato cancellato” “volevo ben dire” “solo il suo posto è stato cancellato”
“….. (dissolvenza)”.
Evidentemente preoccupata dalla fiamma magenta che brillava nella mia iride destra la signorina si è affrettata a precisare: “purtroppo per motivi insormontabili abbiamo ridotto la capienza del volo e il suo posto non esiste più, però non si preoccupi con un piccolo scalo tecnico via Zurigo riusciremo a farla arrivare”.
Una volta appreso che questo simpatico scherzo mi avrebbe riportato a casa alle 23:25 invece che alle 19 e 15 mi sono avviato verso il bancone della compagnia con lo stesso furore degli orchi di Mordor all’assedio di Minas Tirith ma non prima di essermela presa con parecchi protagonisti della tradizione cattolica, ingiustamente trascurando di essere stato abbandonato dal Buddha e non dalla mia religione originale.
Quasi rassegnato, ma avido di fondo, ho chiesto quale fosse almeno l’indennizzo previsto per il disguido. Un’altra signorina, meno cortese della prima, mi ha risposto che la compagnia non prevedeva indennizzi per problemi non prevedibili quindi era inutile fare l’accattone.
“Non prevedibili il cazzo” E’ stata la mia risposta, in italiano, ma deve aver capito abbastanza bene l’alto valore giuridico della mia affermazione, aggiungendo, in inglese, che o mi dava una giustificazione scritta e firmata o l’indomani avrebbe ricevuto notizie dai miei avvocati. Aldilà dell’evidente cazzata che avevo detto visto che avevo l’aspetto di uno arrivato con un gommone da un paese privo di acqua potabile, il tono imperioso e la dizione corretta (unito a un rinnovato aiuto celeste grazie alle immani quantità di piccoli voti con cui ho disseminato la Cina a maggio) hanno misteriosamente generato un biglietto di business sul volo originale, le scuse sentite della compagnia e l’accesso alla lounge per un bicchiere di vino.
In conclusione, da tutta questa vicenda, ho dedotto che:
- Buddha per quando vago è riconoscente
- se tanto mi da tanto se vince lo scudo
- per quanto a nord, gli austriaci rimangono i terroni dei tedeschi e in quanto ben più meridionale di loro so che basta fare lo spocchioso e dire “lei non sa chi sono io”
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