Contributi
Come ho più volte esposto, oltre alla necessità di alimentare la mia megalomania, questo spazio libero di parole è nato dallo stringente bisogno di evitare la mia regressione verso l’analfabetismo.
Comprendo che in un mondo in cui Elisabetta Caporali viene inviata come giornalista ai mondiali di atletica e rivolge a Usain Bolt la domanda “Iu ar veri fast end di oders dregon sleierdont catc iu, uatdoiutincabautit?” senza che nessuno parta per la Germania con una garrota di filo spinato parlare di prosa possa sembrare ridicolo però qualche piccolo seme di utopia ogni tanto germoglia nel suolo inaridito e preferisco la speranza piuttosto che finire in carcere per aggressione.
Per questo motivo lancio, accanto alle mie scempiaggini, una pagina (cronache pescaresi) indipendente in cui raccolgo gli scritti di un menestrello metropolitano, il dottor Fabio Ruggiero, amico di mio cugino ed ora anche mio.
Dotato dell’ironia dell’uomo di mondo amareggiato, periodicamente manda meravigliosi racconti dalla terra d’Abruzzo che riporterò fedelmente operando solo alcune piccole modifiche di editing ma senza cambiare una sola virgola.
Sono certo che ne sarete anche voi conquistati e lo seguirete con grande affetto.
Ps
Tutti i contributi indipendenti sono bene accetti. Scrivere è bello e sorprendentemente facile.
Ps2
Cugino Andrea.. sono pronto ad aprire una pagina anche per te se mi prometti di dare un seguito alla mail di ieri
Ps3
Elisabetta Caporali ti odio e spero che un lanciatore del martello moldavo ti scambi per la ragazzina che lo prendeva in giro per il suo peso alle medie e si diletti ad usare la tua mascella come rastrelliera per le pipe, così almeno ti stai zitta
Ferragosto, il natale col mare

Dotato di una spocchia degna di un principe russo decaduto, in genere disdegno le ferie estive. E’ abbastanza raro che cada nei tranelli dei viaggi agostani (a parte la benedetta trasferta al monastero buddista di cui ho gia parlato) e questa scelta si coniuga perfettamente con il piacere di dedicare almeno ferragosto alle tradizioni di famiglia che normalmente scanso se non quando vengo adescato con un numero di portate pari ai decimali scoperti del P greco (64).
Come ogni anno il piano che avrebbe portato al sequestro della patente ed all’infarto intestinale era ben consolidato. Festa notturna a Gaeta cercando di rimanere vivi e di non essere ripescati a faccia in giù al largo delle coste tunisine e pranzo il giorno successivo nell’avito paese di Roccamonfina con la sfida di scoprire se le pareti del mio stomaco siano in grado o meno di sopportare le 5 atmosfere di pressione.
Purtroppo il viaggio in Tailandia del cugino Alessandro, anima nera, principe della vita notturna dell’agro pontino e storico organizzatore del baccanale, ha sparigliato l’oscuro disegno costringendomi ad abbandonare la prima parte del programma decuplicando quindi le mie possibilità di giungere vivo ed incensurato alla fine della settimana.
La notte del 14 era stata quindi ridisegnata all’insegna della sobrietà di modi e costumi con una gustosa cena di pesce, magari un bicchiere di vino di troppo e l’idea di guardare i fuochi d’artificio sul mare. Grossolano errore.
A nemmeno metà cena, con l’orologio che segnava stentatamente le 23:00 il cielo si è rischiarato a giorno.
Era dai tempi della diretta di Peter Arnett da Bagdad che non vedevo una tale serie di scie luminose e razzi traccianti. Dando fondo a tutte le scorte delle armi di distruzione di massa sottratte agli iracheni, gli abitanti del basso Lazio hanno inscenato la ricostruzione storica del bombardamento di Dresda con centocinquanta (150) minuti ininterrotti di esplosioni, botti, fontane e un dispiego di mezzi degno dell’inaugurazione di un albergo a Las Vegas.
Passati i primi 20 minuti di sincera ammirazione il sentimento che è subentrato abbastanza velocemente è stata la rottura di coglioni, tanto più che in casa il cane e i gatti schizzavano contro i muri come le palline di un flipper anni ’70.
Faticosamente archiviata la pratica pirotecnica, per la prima volta da anni sono andato a dormire prima dell’alba consapevole che la giornata successiva avrebbe richiesto uno stato psicofisico degno ti un maratoneta (della fettuccina).
La mattina dopo, assieme al mio cugino stacanovista sottratto a fatica all’ufficio ed alla sua affascinate ragazza siamo partiti alla volta del paese per affrontare la solita benedetta inondazione di nonne, zii, cugini e oramai sempre più frequentemente di nipotini.
La fortuna principale del pranzo di ferragosto per noi rami secchi è che la bravura clamorosa ai fornelli di tutte le donne chiamate in causa è tale che alla fin fine noi passiamo bellamente inosservati dinanzi alla stratosferica prolificità di tutti gli altri cugini.
Di fronte alle 115 polpette di melanzane di zia Ninì, dei 2 vassoi di insalata russa da campionato del mondo di zia Marinella o della lasagna di zia Maria, qualche bimbo in più o in meno scompare.
Gradito ospite a sorpresa di quest’anno è stato un terzo sano di porchetta che faceva beatamente capoccella a metà tavolata.


Non cito per decenza il resto delle innumerevoli altre pietanze che a metà pomeriggio mi hanno fatto somigliare a un pitone che avesse ingoiato una gazzella sana però per dare ai meno consapevoli il livello di difficoltà del pasto faccio presente che zio Giampiero ha portato in dono 0,3 metri cubi di mozzarella di bufala (l’equivalente della cilindrata di un centinaio di BMW X5) assorbendo da solo la produzione giornaliera del casertano.
Uno dei momenti più toccanti della giornata è stato ritrovare in piena battaglia accanto a me mio padre che, vivendo una seconda giovinezza gastrica, si è schierato in prima fila di fronte al tavolo delle vivande sconfiggendo quasi da solo un temibilissimo gateau di patate dal peso specifico superiore a quello dell’uranio fissile.
Ad essere completamente onesti tutta la famiglia si è distinta per fierezza e spirito pugnace visto che a metà pomeriggio nessuno si è tirato indietro quando a tavola sono state servite le crostate per la merenda.
Una volta riacquistata la capacità di respirare senza rantoli e fattoci strada fra una serie di corpi riversi a terra ci siamo incamminati verso il mare per un bagno ristoratore che dando ascolto agli ammonimenti dell’infanzia avrebbe dovuto svolgersi a novembre visto tutto quello che s’eravamo mangiati.
A chiudere una giornata meravigliosa la visione di un piccolo capolavoro del cinema espressionista comperato (su mia istigazione) la mattina da mio cugino: Zombie Strippers. Film dalla trama semplice e toccante. Tette grosse e pioggia di sangue, come è possibile sbagliare?
Piccole soddisfazioni
Ho sempre provato una forte attrazione per i film di animazione. Per anni sono sgattaiolato nei cinema con qualche amico scemo quanto me, mischiandomi a turbe di piccoli bacherozzi a cui auguravo severe disfunzioni all’ipofisi per il loro baccano.
Il dover sempre litigare con vecchie nonne malate di gotta e i capelli turchini per non saper controllare il loro circo di bertucce poi mi privava della sufficiente serenità per gustare lo spettacolo rendendo inutili i rischi che correvo abbandonando le aule universitarie o il posto di lavoro.
Poi è uscito “la città incantata”, ha vinto l’Orso d’Oro in Germania ed è passato il concetto che andare a vedere dei cartoni animati superata la pubertà non è per forza sintomatico di degenerazione sessuale , di essere Michael Jackson o entrambe le cose.
Per chi non avesse dimestichezza con le grandi manifestazioni della settima arte, di solito i film in cartellone a Berlino sono usati al posto cloruro di potassio per le esecuzioni dei pluriomicidi in Texas per cui l’affermazione di un film colorato e gioioso fu vista da molti come il primo segno dell’arrivo dei quattro cavalieri dell’apocalisse.
Da allora, con qualche fatica, riesco a farmi accompagnare da più amici in sala anche grazie al fatto che finalmente l’ultima proiezione utile non è più quella delle 16:30.
Proprio in virtù di questa estensione degli orari, nella giornata di venerdì, il mio cugino serio e posato megadirigente di multinazionale, quello che dorme sul divano dell’ufficio e che fa le teleconference la domenica di fronte alle linguine allo scoglio (ai molti non fregherà nulla, ma la tirata è dedicata all’interessato) mi fa: “frate’ andiamo a vedere Coraline in 3d?”.
Non m’è parso vero. Avevo perso il treno per la visione con gli altri sfaccendati e disperavo di avere una seconda occasione, tanto più che le critiche si erano rivelate tiepide ed ampiamente al disotto della mia fanciullesca eccitazione.
Cominciando dai titoli di coda.. il voto è altissimo, non 9 ma forse a 8 ci si avvicina senza grossi sforzi. Per me il film si piazza sicuramente sul podio assoluto nel 2009, primo staccato nella sua categoria e molto vicino al podio assoluto per l’animazione quindi se ne deduce che la famiglia Cutrì (autori delle succitate recensioni) di cinema non capisce una mazza.
La storia è molto gotica, con una piccola bambina insoddisfatta che migra in un mondo gemello in cui tutto è meglio che nella vita reale. Questo paese dei balocchi è un inganno intessuto da una “altra madre” che vuole divorare la sua anima per tenere la protagonista sempre con se.
Girato in stop motion (tipo i gatti Mio&Mao) il film è un’esplosione di luci e di colori.
Se Obelix era caduto nella pentola della pozione magica acquistando una forza senza fine, Neil Gaiman e Henry Selick (autore e regista) hanno attraversato l’atlantico in una tinozza di LSD rimanendo perennemente strafatti e riversando ogni goccia di allucinogeno nella pellicola.
Ogni scena è un’invenzione, ogni inquadratura una sorpresa. Tutto in una chiave assolutamente non convenzionale e sicuramente inadatta ai bambini (una madre che ti vuole cucire dei bottoni al posto degli occhi non è certo il viatico ottimale per una notte di sogni tranquilli). La tecnica del 3d aggiunge una spettacolarità non fine a se stessa ma utile a farsi trascinare senza riserve nel miglior altro mondo dai tempi di “Alice nel paese delle meraviglie”.
Chi non lo va a vedere al cinema perde uno spettacolo. Se poi non ci va perché danno le repliche dei Cesaroni in tv si merita Amendola come testimone di nozze che gli intona l’ave Maria di Schubert coi rutti.
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