L’istinto del Bomber
Se c’è una cosa che nessuno, anche il più severo dei detrattori, può contestarmi è di avere pregiudizi sessuali. Come uomo di scienza anzi plaudo a chiunque non preferisca le donne perché statisticamente aumenta il numero di esemplari femminili senza corrispettivo.
La vicenda del mio presidente di regione sorpreso a giocare a fare il vagone ristorante nel trenino do’ brazil mi aveva lasciato quindi bellamente indifferente tranne il senso di indisposizione per essere governato da uno talmente sprovveduto (termine che uso per evitare la galera) da pagare un ricattatore con assegni.
Avevo promesso a me stesso di non entrare assolutamente in argomento, di lasciare questi commenti da baciapile a chi li ritenesse interessanti e dedicarmi a cose più elevate tipo chessò.. il calcio.
Poi però l’istinto del bomber di razza ha preso il sopravvento e quando lo stesso Pietro è volato sulla fascia scodellando un cross teso:
«Le mie condizioni personali di sofferenza estrema non rendono più utile per i cittadini del Lazio la mia permanenza alla guida della Regione»
ho sentito mi dovere spingere la palla in rete chiosando “comprati un cuscino ad aria per sederti allora”.
Poi mi sono sentito in colpa, possibile un tale scadimento? Possibile scendere al livello dei lazzi da bar? Cosa potrebbe pensare la mia nobile madre del suo rampollo?
No, non è giusto e sono sceso in campo in difesa del mio presidente di regione, io e Sky che gli ha addirittura dedicato un canale. Fox retro.

Il mio contributo invece sarà spinto a valorizzare le doti di amministratore di Marrazzo e il suo amore per le sorti calcistiche della squadra della capitale. Sono bastati pochi click su internet per scoprire il colpo di calcio mercato dell’anno. Da due stagioni la Roma ha bisogno di una prima punta di peso e Pietro ben conoscendo le scarse finanze del club di Trigoria si è sacrificato per provinare il più acclamato centravanti verde oro!
Pensate che per amore è riuscito a fargli ridurre il suo cachet faraonico da 3 milioni l’anno a 5 mila euro a gettone!
Grazie Marrazzo per aver portato a Roma Amauri!

La decenza della ricchezza

Il mio amico Andrea è sposato con una simpatica e dolce ragazza di nome Linda.
Linda ed io da sempre siamo avversari in una battaglia ideologia sul doppiaggio. Lei è fortemente contraria, io sono per una soluzione più nazionalpopolare ossia più lingua originale ma conservando l’istituzione del doppiaggio altrimenti tanto varrebbe sostituire il sonoro con gli ultrasuoni visto che gli animali da cinema lo percepirebbero meglio.
Tema di scontro ferocissimo sono i suoi lazzi sul fatto che in Italia non solo si doppia tutto, ma spesso si traduce proprio a cazzo per motivi davvero inspiegabili. Sono 5 anni che mi prende per il culo per il fatto che “Dart Vader” di guerre stellari è tradotto con un inspiegabile Lord Fener… il fatto che Linda sia di cultura spagnola e che in Iberia si possa vedere in Tv serie come “Equipo A” e il “coche fantastico” ri-allinea la barca almeno verso il pareggio (fate un piccolo sforzo di traduzione e capirete il delirio che regna oltre i Pirenei).
Da un po’ di tempo però mi sento di sposare sempre più la linea delle versioni originali ad ogni costo non per il bene sociale che ne deriverebbe, ma perché di solito le sale sono più sgombre e frequentate da persone che non mi piacerebbe vedere arse vive con tutto il cinema (vedi il post sulla torre di babele). Per questo motivo la presenza della festa del cinema di Roma e la sua messe di film in lingua originale erano riuscite nell’impresa di vincere la mia avversione per gli abitanti della suburra e farmi mischiare al popolaccio per la visione di “Astroboy”, film di animazione basato su un caposaldo del fumetto giapponese.
Con la circospezione e la diffidenza di un Amish alla fiera dell’elettronica mi sono avventurato nei pressi dell’auditorium per ritirare i biglietti da un amico ammanicato, sgattaiolare dentro e minimizzare l’esposizione a nani, ballerine e presunti vip piantati come delle gerbere nei vasi antistanti piazzale Flaminio.
Piccola nota a margine.. nel foyer della festa del cinema c’era anche una ragazza non vedente con tanto di cane…. M’è sembrato un po’ come invitare Pistorius a un Expo di mocassini.
La sensazione di aver preso una grossa fregatura era però montante e veniva corroborata da mille segnali che piovevano da ogni parte.
Io mi aspettavo una sala piccola e scalcagnata con 4 giornalisti annoiati per dover assistere a un film minore ed in una lingua del menga e quando invece sono stato fatto accomodare in una cavea grande quanto l’olimpico e con torme di bambini festanti ho capito che il laccio s’era chiuso sulla preda.
A corredo della sciagura ho scoperto che non solo il film non sarebbe stato in lingua, ma che la proiezione sarebbe stata ritardata per attendere i doppiatori.. Silvio Muccino ed il Trio Medusa… dissolvenza sul nero e un bip di censura con i decibel di una sirena da transatlantico.
Proprio quando stavo per sprofondare nella mia poltrona rancoroso ed immalinconito dall’immancabile berciare dei piccoli mostri ho chiuso gli occhi per pochi istanti ed ho assaporato.. il silenzio? Pensando di essere diventato improvvisamente sordo a causa della pressione sanguinea mi sono alzato per vedere la platea e, miracolo, erano tutti in silenzio!
Sinceramente ho pensato di essere morto e di essere nel paradiso dei malmostosi ma dopo essermi pizzicato a sangue mi sono dovuto arrendere all’evidenza.. i bambini rimanevano seduti, con un sommesso brusio educato, non si arrampicavano sulle pareti come nell’esorcista, non facevano liane di moccio sui braccioli ma rimanevano sorridenti accanto alle… alle tate!! Ecco dov’era il trucco. Non erano piccole scimmie scappate dalle gabbie di quartieri con più solarium che semafori ma bellissimi bambini abbienti e bene educati (a scudisciate) da tate severe.
Sono certo che una volta esaurita la spinta educatrice e lasciati a loro stessi i piccoli si imbottiranno di meta anfetamine e coca per finire con le loro mini auto nel Tevere però per due ore mi è sembrato di vivere in una società civile.
A questo punto il dilemma sociale si impone… asili comunali in svizzera o segregazione nelle miniere di sale di qualunque genitore porti piumini translucidi e scarpe di vernice?
PS
Questo scritto in verità si doveva chiamare “la decenza dell’abbienza” ma con mio grande sconforto ho scoperto che il sostantivo di abbiente non esiste ed ho dovuto ripiegare su una formula di minor carisma fonetico
Ferragosto fuori stagione
La scorsa settimana, durante uno dei soliti appuntamenti vitelloni fatti di cene da decatleti e film da subnormali, io e il mio cugino lavoratore avevamo maturato il desiderio di passare un fine settimana nella casa dei nonni nell’incantevole paese di Roccamonfina (Ce), luogo di inenarrabili leggende gastriche più volte narrate nei post di ferragosto. L’agenda della due giorni prevedeva uno studio puntuale della curva di crescita della panza in funzione dei metri cubi di pizza rossa ingurgitati, una riceca di indubbio valore internazionale che il New England Journal of Medicine ci aveva commissionato per il numero di novembre.
Con grandissima sensibilità abbiamo registrato le lamentele del cugino Andrea, purtroppo impegnato in un sabato musicale e toccati dalla sua richiesta di spostare il viaggio abbiamo risposto “Esticazzi” fissando la partenza per sabato mattina, ore 11.
All’altezza di Valmontone, l’Anas ci ha informato tramite cartellonistica che la nostra fuga non era passata inosservata e che eravamo attesi.

Il problema più annoso dell’inizio viaggio è stato stabilire l’ordine dei pasti e capire quale dei ristoranti della zona fosse dotato di defibrillatore vista la bellicosa quantità di pietanze previste.
Fortuna ha voluto che nel reperimento di queste informazioni fossimo venuti in contatto con i cugini padroni di casa che, conquistati dal programma, ci hanno dato appuntamento per una serata prestigiosa fatta di vino rosso, pizza dello stesso colore, 1 chilo di mozzarella a testa, salalma fresca, dolci con annessa Romanella e partita della nazionale, un progetto partorito nel più classico film di Fantozzi.
Non sapendo come occupare le ore di febbrile attesa che ci separavano dal calcio d’inizio (incredibile scoprire quanto non me ne freghi una cippa dell’Italia da quando non ci gioca più il capitano), in attesa dell’arrivo dei parenti e spinti da un fortunale in stile “mago di Oz”, abbiamo veduto bene di occupare le 4 ore minimie per un pranzo meridionale nel prestigioso ristorante “Il castagneto” , aperto praticamente solo per noi, in cui abbiamo personalmente causato l’estinzione di alcune razze suine della zona.


Il caso vuole che Il ristorante succitato non si chiami il castagneto per caso ma perché immerso nel verde di un meraviglioso bosco ricolmo del gustoso frutto.
Come dei veri accattoni ci siamo fermati per strada raccogliendo un sacco di castagne in 3 minuti e lordandoci come maiali di fanga ma felici per il frutto della nostra scorribanda e scoprendo al nostra vera vocazione agreste.
Le ventiquattro ore successive sono state passate nel fitto dei boschi ed hanno prodotto 4 casse di castagne grosse come mandarini che sono state distribuite ad amici, parenti e colleghi con una munificenza degna del miglior Achille Lauro.
Dovete sapere che per qualche stranissimo incrocio astrale a Rocca qualsiasi cosa è commestibile, come nella casetta di marzapane di Hansel e Gretel, persino l’erbaccia che cresce ai lati delle scale è menta per i Moito. In poche ore siamo riusciti ad accumulare derrate alimentari sufficienti per l’invasione dell’Asia minore e in gran parte frutto spontaneo della terra! A rinforzo di madre natura è venuta la sagra della castagna nella piazza del paese in cui, forti di aver avuto le castagne gratis, abbiamo comprato praticamente ogni oggetto esposto aggirandoci in evidente stato di ebbrezza.

Come se non bastasse, a rimpinguare un bottino di guerra secondo solo a quello di Traiano di ritorno dalla Dacia, il guardaboschi cui avevamo commissionato l’acquisto di qualche fungo si è presentato con una cassa di ovuli e porcini facendocene dono in segno di riverito vassallaggio dicendo “Ingegne’, parlando di soldi mi offendete”. Non sia mai!!!!
Al mio arrivo a casa mio padre mi ha accolto con un entusiasmo riscontrabile solo nella letteratura russa o in qualche libro minore dell’antico testamento ma suppongo che il cabaret di fichi fioroni colti la mattina dall’albero abbia pesato un po’.

Tutto è relativo

In una delle più belle vignette mai disegnate da Quino (se non sapete chi sia andate in ferramenta, comprate 4 metri di corda e cercatevi un ramo robusto) è rappresentata la proiezione, in un cinema di una grande città, de “la febbre dell’oro” di Chaplin, in particolare la scena in cui per disperazione il vagabondo arriva a mangiare una sua scarpa.
In prima fila i signori eleganti e le donne impellicciate ridono di gusto, qualche fila dietro i borghesi sogghignano senza molto entusiasmo, in galleria alcuni poveri malconci piangono lacrime amarissime pensando a una cena tristemente simile.
Basta una sola immagine per illustrare come tutto sia relativo e come l’umorismo sia forse la forma di comunicazione maggiormente affetta dalla soggettività di chi guarda.
L’altro giorno, assieme alla mia pattuglia fedele, mi sono recato pieno di speranza a vedere “Basta che funzioni” ultima fatica di Woody Allen.
Ero al contempo un po’ scettico, lo confesso, dopo quasi un decennio in cui il regista aveva abbandonato la commedia per una serie di film di vario genere, tutti girati in Europa, in cui più che la sua vena satirica affiorava quella da satiro essendo in genere la trama ridotta a: “Entra in scena un’attrice con due pere enormi, varie ed eventuali”.
Per carità, non ho assolutamente nulla contro l’ostentazione pubblica della propria ossessione per la quarta misura coppa E, però chiedermi di finanziarla con 7 euro a botta mi sembrava eccessivo.
Sono stato abituato a vedere i film di Allen di solito in sale ammuffite e semivuote e sono rimasto effettivamente stupito dal vastissimo pubblico presente al secondo spettacolo di un feriale cominciando a temere una grossa sòla.
A dispetto di ogni triste presagio il film è onestamente divertente, veloce e sferzante con qualche distinguo.
Esistono infatti due categorie di persone che potrebbero trovare meno godibile la pellicola: i macachi urlatori e gli iper ironici.
Sui macachi non mi dilungo troppo perché confido sempre che l’evoluzione darwiniana li porti ad estinguersi quando si troveranno di fronte a cibo precotto con un’apertura troppo sofisticata, mentre facendo parte della seconda categoria qualche strascico amaro il film l’ha lasciato.
Il personaggio è un grandissimo rompipalle, super critico, convinto di essere meglio di tutto il mondo che lo circonda e che vive di megalomania… dopo un primo impulso verso una causa per plagio nei confronti di Allen mi ero riproposto qualche spunto di autocritica visto che costui vive solo, in preda al panico e prova diverse volte il suicidio.
Notando però che alla fin fine ha una casa in centro a New York, gli amici ancora lo stanno a sentire e porta a casa solo schianti di donne che lo venerano sono ritornato sui miei passi e aspetto le ninfette!
Sempre in campo cinematografico segnalo in chiusura una gran film di fantascienza: “district 9”.
Aldilà delle minchiate che potrete leggere sull’attualità del film in chiave di critica al mondo contemporaneo (se voglio farmi una coscienza faccio volontariato e non vado al cinema) l’opera è davvero valida e rinverdisce il filone dei film sugli alieni lattugoni fatti con due lire e tantissimo stile che dai tempi di “Starship Trooper” non trovava dei lavori degni di menzione.
Begli effetti, una trama che regge, poche vaccate sull’approfondimento della psicologia dei personaggi e un sacco di armi fichissime che friggono, mutilano, esplodono e vaporizzano. 7 e mezzo con la matta!
Ps
Ringrazio sinceramente le 15 136 persone che ad oggi hanno indugiato sui miei pensieri. Secondo i dati Istat, l’intero comune di Tarqunia si è baloccato leggendomi.. il motivo mi è sconosciuto ma grazie di cuore.
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