La decenza della ricchezza

Il mio amico Andrea è sposato con una simpatica e dolce ragazza di nome Linda.
Linda ed io da sempre siamo avversari in una battaglia ideologia sul doppiaggio. Lei è fortemente contraria, io sono per una soluzione più nazionalpopolare ossia più lingua originale ma conservando l’istituzione del doppiaggio altrimenti tanto varrebbe sostituire il sonoro con gli ultrasuoni visto che gli animali da cinema lo percepirebbero meglio.
Tema di scontro ferocissimo sono i suoi lazzi sul fatto che in Italia non solo si doppia tutto, ma spesso si traduce proprio a cazzo per motivi davvero inspiegabili. Sono 5 anni che mi prende per il culo per il fatto che “Dart Vader” di guerre stellari è tradotto con un inspiegabile Lord Fener… il fatto che Linda sia di cultura spagnola e che in Iberia si possa vedere in Tv serie come “Equipo A” e il “coche fantastico” ri-allinea la barca almeno verso il pareggio (fate un piccolo sforzo di traduzione e capirete il delirio che regna oltre i Pirenei).
Da un po’ di tempo però mi sento di sposare sempre più la linea delle versioni originali ad ogni costo non per il bene sociale che ne deriverebbe, ma perché di solito le sale sono più sgombre e frequentate da persone che non mi piacerebbe vedere arse vive con tutto il cinema (vedi il post sulla torre di babele). Per questo motivo la presenza della festa del cinema di Roma e la sua messe di film in lingua originale erano riuscite nell’impresa di vincere la mia avversione per gli abitanti della suburra e farmi mischiare al popolaccio per la visione di “Astroboy”, film di animazione basato su un caposaldo del fumetto giapponese.
Con la circospezione e la diffidenza di un Amish alla fiera dell’elettronica mi sono avventurato nei pressi dell’auditorium per ritirare i biglietti da un amico ammanicato, sgattaiolare dentro e minimizzare l’esposizione a nani, ballerine e presunti vip piantati come delle gerbere nei vasi antistanti piazzale Flaminio.
Piccola nota a margine.. nel foyer della festa del cinema c’era anche una ragazza non vedente con tanto di cane…. M’è sembrato un po’ come invitare Pistorius a un Expo di mocassini.
La sensazione di aver preso una grossa fregatura era però montante e veniva corroborata da mille segnali che piovevano da ogni parte.
Io mi aspettavo una sala piccola e scalcagnata con 4 giornalisti annoiati per dover assistere a un film minore ed in una lingua del menga e quando invece sono stato fatto accomodare in una cavea grande quanto l’olimpico e con torme di bambini festanti ho capito che il laccio s’era chiuso sulla preda.
A corredo della sciagura ho scoperto che non solo il film non sarebbe stato in lingua, ma che la proiezione sarebbe stata ritardata per attendere i doppiatori.. Silvio Muccino ed il Trio Medusa… dissolvenza sul nero e un bip di censura con i decibel di una sirena da transatlantico.
Proprio quando stavo per sprofondare nella mia poltrona rancoroso ed immalinconito dall’immancabile berciare dei piccoli mostri ho chiuso gli occhi per pochi istanti ed ho assaporato.. il silenzio? Pensando di essere diventato improvvisamente sordo a causa della pressione sanguinea mi sono alzato per vedere la platea e, miracolo, erano tutti in silenzio!
Sinceramente ho pensato di essere morto e di essere nel paradiso dei malmostosi ma dopo essermi pizzicato a sangue mi sono dovuto arrendere all’evidenza.. i bambini rimanevano seduti, con un sommesso brusio educato, non si arrampicavano sulle pareti come nell’esorcista, non facevano liane di moccio sui braccioli ma rimanevano sorridenti accanto alle… alle tate!! Ecco dov’era il trucco. Non erano piccole scimmie scappate dalle gabbie di quartieri con più solarium che semafori ma bellissimi bambini abbienti e bene educati (a scudisciate) da tate severe.
Sono certo che una volta esaurita la spinta educatrice e lasciati a loro stessi i piccoli si imbottiranno di meta anfetamine e coca per finire con le loro mini auto nel Tevere però per due ore mi è sembrato di vivere in una società civile.
A questo punto il dilemma sociale si impone… asili comunali in svizzera o segregazione nelle miniere di sale di qualunque genitore porti piumini translucidi e scarpe di vernice?
PS
Questo scritto in verità si doveva chiamare “la decenza dell’abbienza” ma con mio grande sconforto ho scoperto che il sostantivo di abbiente non esiste ed ho dovuto ripiegare su una formula di minor carisma fonetico
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