Parole sfuse che costano meno

Le donne vengono da Venere, gli uomini da Garbatella

Le insidie della gioventù

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Circa un mese addietro sono andato a visitare una coppia di amici da poco fieri genitori di un bel bimbo.
E’ sicuramente vero che sono totalmente estraneo al mondo dell’infanzia ed a tutti i suoi annessi e connessi però entrato nella stanza del putto paffuto ho avuto la sensazione di essere di fronte ad una tecnologia più progredita di quella segregata nell’area 51. Oggetti che scintillavano, gracchiavano, roteavano, sensori di posizione e del respiro, umidificatori dell’aria, mancava solo un analizzatore in tempo reale delle puzzette.
Come tutti i cavernicoli tendo a guardare con sospetto le novità ed a provare a distruggere ciò che non comprendo. Questa volta però, sulla via di casa sono stato colpito da un pensiero differente indice di consapevolezza: ma io come sono sopravvissuto all’infanzia?
Facendo un’attenta analisi dei miei primi 10 anni ho realizzato che da qui a breve la mia carriera dovrà avere per forza una brusca accelerazione portandomi rapidamente a nuovo guru planetario o leader genocida altrimenti non si spiega davvero come il fato abbia permesso che io uscissi dall’infanzia senza menomazioni gravissime.
Cominciamo dal fatto che entrambi i miei genitori erano fumatori piuttosto attivi, non sono certo quindi che mia madre abbia smesso di fumare durante la gravidanza e se lo ha fatto non sono convinto di dover esserle grato perché mi ha precluso l’unica possibilità della mia vita di essere sottopeso.
Se passiamo all’alimentazione, i bambini di oggi mangiano pappe, creme, pastine e biscottini che sono l’antipasto per una vita insipida. Nemmeno nel romanzo di fantascienza più scadente si sarebbe potuto immaginare di alimentare un essere umano con cose di minor gusto che, però provengono da oasi giardino dove le mele crescono sorridendo e i vitelli si suicidano per senso di responsabilità nei confronti della catena alimentare.
Io invece, figlio di mamma lavoratrice, sono stato cresciuto nelle cucine dei miei nonni e dalla signora Anna, che chiamavo amorevolmente tata, che riteneva che le patatine fritte ed il baccalà fossero parte necessaria ed integrale dell’alimentazione prescolastica.
Piccola nota di cronaca, all’età di due anni e mezzo, mentre i miei erano in viaggio di lavoro ed ero stato affidato ai nonni pare che mi sia arrampicato sui fornelli (spenti) e mi sia fatto fuori una padella di ossobuco col risotto per poi precipitare in una sorta di coma gastrico per sette giorni. Come si suol dire.. chi ben comincia…..
Sul tema dello sviluppo intelletivo è prassi consolidata che per stimolare l’istinto ad apprendere dei bambini oggi vengano realizzati tutta una serie di giochi interattivi di dimensioni rigorosamente enormi per evitare di ingoiarli. Questi mostruosi aggeggi che consumano in pile quanto un circo a tre piste hanno mediamente il costo di una Lamborghini Gallardo e per quanto il genitore amorevole li possa sventolare di fronte al fantolino questi cercherà sempre in ingozzarsi con la plastica della confezione.
Dei miei giocattoli invece ricordo prerogative molto più affascinati quali:
1) Erano tutti rigorosamente di metallo con rari inserti in plastica che però avevano un sapore buonissimo (ho personalmente masticato le teste di tutti i miei soldatini Atlantic)
2) Erano formati da parti piccolissime, ideali per essere infilati in prese di corrente o cavità nasali
3) Venivano lasciati in terra o al più in ceste polverose per permettermi di sviluppare sani anticorpi

Quando si arriva al momento della socializzazione i bambini di oggi sono sottoposti a percorsi che una volta erano riservati solo a chi fosse rimasto 4 anni in mano all’anonima sarda. Lunghe sedute con i genitori per ridurre l’ansia da distacco, giochi selezionati ed ambienti disegnati da architetti giapponesi il tutto per una rata mensile pari alla spesa pubblica per le forze armate.
Io ricordo molto bene il mio asilo, sono ragionevolmente certo che mia madre l’avesse scelto perché aveva l’ingresso in forte pendenza sul quale poteva farmi scivolare senza correre il rischio che potessi tornare su.
Mi ricordo però che adoravo la signora Rossana, la proprietaria, e che passavo tutto il giorno a grufolare nella ghiaia come un maiale felice. Ho personalmente battezzato col sangue ogni singolo spigolo di quel giardino e lo scivolo in legno che lì troneggiava mi ha affettuosamente riempito le chiappe di schegge senza che nessuno ne avesse a ridire (a parte me).
Sul lato, bambini ed auto, posso solo ammirare i seggiolini disegnati dal reparto F1 della Williams sui cui adesso ogni bimbo è obbligato ad essere incatenato fino al compimento della maggiore età. Mi ricordo invece che il privilegio di viaggiare nel bagagliaio della station wagon di papà fosse tema di lotte al coltello con mia sorella. L’arrivo di una strada sconnessa che ci permettesse di schizzare come palline da flipper fra la lamiera e i sedili era salutato con lo stesso entusiasmo dello scioglimento del sangue di san Gennaro a Napoli.
Glisserò sui contenuti delle trasmissioni televisive delle prime tele libere ma è inconfutabile che l’attaccamento che provo verso i miei genitori sia originato dal fatto che se eri un protagonista di cartoni animati che guardavo ed avevi avuto un solo genitore orribilmente ucciso ti aveva detto un gran culo.
Per quello che riguarda i luoghi di divertimento devo ammettere che la puericultura ha fatto passi da giganti. Si sono diffusi ovunque punti di aggregazione che insegnano ai bambini ad interagire con altri bimbi, a modellare la creta, a fare arte, a suonare uno strumento musicale ad interagire con gli animali… ecco gli animali.. io ho passato tutta l’infanzia allo zoo a dare il sale alle capre e le noccioline alle scimmie che tiravano le feci ma il mio battesimo con la vita selvaggia l’ho avuto al cinodromo!
All’età di 7 anni assieme al mio miglior amico Matteo venivamo portati da suo papà Stefano alle corse dei cani. Visto che eravamo piccoli l’ingresso era gratuito, badate bene non vietato ma gratis!!!!!! Non voglio suggerire ai miei amici padri di fare lo stesso anche perché quel luogo di magia è chiuso da tempo però vi dico che non c’è nulla che stimoli in un bambino l’amore per la matematica e le tabelline che calcolare le quote di una tris, alla fine io mi sono laureato in ingegneria a 20 metri da li. Ci sarà pure un motivo no?

Novembre 16, 2009 Pubblicato da zemariani | Editoriali | | 3 Commenti

L’istinto del diavolo


La mia casa è sempre stata un rifugio per felini. Da che io mi possa ricordare non è passato giorno senza il meraviglioso senso di affetto e calore che le fusa di un micio possono generare.
Come piccolo di casa (ammesso che il termine “piccolo” sia applicabile a un incrocio fra shrek e un grizzly canadese) ho sempre avuto l’onore di dare il nome ai gatti trovatelli. Dopo aver provato a imporre nomi fantasiosi a pesci rossi, criceti e tartarughe che inevitabilmente schiattavano nell’arco di una notte e che si toccavano potentemente le balle mentre fantasticavo sul nome da dare alla prossima vittima ho concluso che questa pratica portava semplicemente iella e l’ho abbandonata per gli animali di taglia rispettabile.
Questo è il motivo per cui per un lunghissimo periodo ai piedi del mio letto si sono addormentati due mici meravigliosi chiamati semplicemente “gatto rosso” e “gatto nero”.
Sarebbe spiacevole ed ingiusto metterli in fila in termine di affetto però è indubbio che il gatto rosso si sapesse vendere meglio facendosi coccolare dai familiari costantemente e ricambiando generosamente.
Rosso inoltre aveva un’abilità soprannaturale che me lo faceva preferire a qualsiasi altro quadrupede del globo ed alla maggior parte dei bipedi. L’istinto del diavolo.
Tutte le volte che a casa era presente un ospite che:
 Temeva o detestava i gatti
 Era allergico al pelo
 Indossava un vestito di pregio
Rosso lo puntava con decisione facendogli una corte serrata fino a ridurlo ad una massa di pelo, appanicata e stranutente.
Abilità correlata era sempre individuare solo i buoni di cuore che non lo avrebbero comunque mai rifiutato se non altro per ragioni di etichetta. Vittima prediletta è sempre stato il mio amico Andrea che piuttosto che infastidire il gatto se lo sciroppava con scolpita in volto l’immagine di San Sebastiano martirizzato dalle frecce.
In sostanza si tratta dello stesso fenomeno per cui, se siete non fumatori, non importa la cella di quale monastero vi nascondiate, il fumo della sigaretta più vicina vi raggiungerà da chilometri di distanza sfruttando gli alisei e vi impregnerà da vomitare il maglione di cachemire appena comprato a costo di un rene.
Nello stesso modo infingardo i fenomeni sub normali a due gambe che popolano gli aeroporti mi cercano con cattiveria per avvelenare la gioia del viaggio tanto decantata in numerosi post precedenti consapevoli di irritare la mia psiche quando un barile di eprite lanciato in una trincea.
Lunedì scorso mi trovavo su un Roma – Praga della Chech Air stracolmo, innervosito da una trasferta lavorativa che si prefigurava molto stancante e con il trolley in grembo perché ogni occupante del velivolo aveva pensato bene di portare 8 bagagli a mano.
Unici tre posti vuoti quelli di fronte a me, fila 4, la prima dopo la business. I due cugini meno scolarizzati di Cassano in un dialetto padroneggiato solo da loro e dai sacerdoti di Anubi hanno occupato questa fila perché, a detta loro, gli piaceva e sarebbe stato uno spreco di tempo sistemarsi dove gli sarebbe spettato. Ovviamente in 3 minuti gli occupanti legittimi si sono palesati generando grande malcontento nei truzzi che ritenevano ormai loro le poltrone per usucapione.
A metà del volo un signore della fila avanti ma dall’altra parte del corridoio, ha cominciato a dare evidenti segni di disagio, sentendosi male, chiedendo aiuto e li è partito il circo di Oler Togni al completo con giocolieri e scimmie ammaestrate al seguito.
Una delle hostess si è avvicinata al passeggero chiedendo in inglese la causa del malessere ricevendo una risposta nel gergo degli scafisti di bari vecchia.
Da li la richiesta per un interprete: “chi parla italiano?” e da dietro di me si è alzata con i tempi di risposta di un decatleta una suora larga quanto un juke box ma di sicuro minor appeal. “Lo parlo io!!!!!”
Dopo alcuni secondi si è però venuto a sapere che la sorella parlava SOLO italiano per cui è stata rispedita a posto celermente e secondo me anche con qualche vaffa.. ma tanto erano in ceco.
L’anziana devota non era però intenzionata a demordere ed è rimasta a fare capannello insieme ai cugini di Cassano agitandosi come un lemure nella gabbia, armeggiando con l’aria condizionata e facendo la spola con la propria borsetta riportando di volta in volta pillole di dimensioni sempre crescente fino ad arrivare a quelle che giurerei fossero supposte.
La diffusione di serie come ER e Dr. House ha reso l’Italia un paese oltre che di 56 milioni di commissari tecnici di medici diagnosti per cui tutte le file contigue al malato si sono sentite in diritto di redigere un’anamnesi, effettuare la diagnosi ed ipotizzare una cura! “gli chieda che medicine ha preso la mattina” “è allergico a qualcosa?” “è immunosoppresso?” ed a un certo punto “qualcuno sa fare il massaggio cardiaco?”. In tutto ciò la suora continuava a volteggiare sul malato come un condor fa sulla mesa andina sventolandogli sotto il naso il rosario per cui il poveruomo credo avesse in cuor suo abbandonato le possibilità di salvarsi e si fosse già incamminato verso la grande luce.

PS
Fortunatamente il passeggero si è parzialmente ripreso ed una volta capito che il non sarebbe morto a bordo l’interesse è rapidamente scemato e l’arrivo dei paramedici è stato visto unicamente come un ostacolo per lo sbarco e la perdita di preziosi minuti ai lap bar della capitale (spero non per la suora almeno)

Novembre 6, 2009 Pubblicato da zemariani | Editoriali | | 1 Commento

L’istinto del Bomber

Se c’è una cosa che nessuno, anche il più severo dei detrattori, può contestarmi è di avere pregiudizi sessuali. Come uomo di scienza anzi plaudo a chiunque non preferisca le donne perché statisticamente aumenta il numero di esemplari femminili senza corrispettivo.
La vicenda del mio presidente di regione sorpreso a giocare a fare il vagone ristorante nel trenino do’ brazil mi aveva lasciato quindi bellamente indifferente tranne il senso di indisposizione per essere governato da uno talmente sprovveduto (termine che uso per evitare la galera) da pagare un ricattatore con assegni.
Avevo promesso a me stesso di non entrare assolutamente in argomento, di lasciare questi commenti da baciapile a chi li ritenesse interessanti e dedicarmi a cose più elevate tipo chessò.. il calcio.
Poi però l’istinto del bomber di razza ha preso il sopravvento e quando lo stesso Pietro è volato sulla fascia scodellando un cross teso:
«Le mie condizioni personali di sofferenza estrema non rendono più utile per i cittadini del Lazio la mia permanenza alla guida della Regione»
ho sentito mi dovere spingere la palla in rete chiosando “comprati un cuscino ad aria per sederti allora”.
Poi mi sono sentito in colpa, possibile un tale scadimento? Possibile scendere al livello dei lazzi da bar? Cosa potrebbe pensare la mia nobile madre del suo rampollo?
No, non è giusto e sono sceso in campo in difesa del mio presidente di regione, io e Sky che gli ha addirittura dedicato un canale. Fox retro.
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Il mio contributo invece sarà spinto a valorizzare le doti di amministratore di Marrazzo e il suo amore per le sorti calcistiche della squadra della capitale. Sono bastati pochi click su internet per scoprire il colpo di calcio mercato dell’anno. Da due stagioni la Roma ha bisogno di una prima punta di peso e Pietro ben conoscendo le scarse finanze del club di Trigoria si è sacrificato per provinare il più acclamato centravanti verde oro!
Pensate che per amore è riuscito a fargli ridurre il suo cachet faraonico da 3 milioni l’anno a 5 mila euro a gettone!
Grazie Marrazzo per aver portato a Roma Amauri!
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Ottobre 29, 2009 Pubblicato da zemariani | Editoriali | | 1 Commento

La decenza della ricchezza

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Il mio amico Andrea è sposato con una simpatica e dolce ragazza di nome Linda.
Linda ed io da sempre siamo avversari in una battaglia ideologia sul doppiaggio. Lei è fortemente contraria, io sono per una soluzione più nazionalpopolare ossia più lingua originale ma conservando l’istituzione del doppiaggio altrimenti tanto varrebbe sostituire il sonoro con gli ultrasuoni visto che gli animali da cinema lo percepirebbero meglio.
Tema di scontro ferocissimo sono i suoi lazzi sul fatto che in Italia non solo si doppia tutto, ma spesso si traduce proprio a cazzo per motivi davvero inspiegabili. Sono 5 anni che mi prende per il culo per il fatto che “Dart Vader” di guerre stellari è tradotto con un inspiegabile Lord Fener… il fatto che Linda sia di cultura spagnola e che in Iberia si possa vedere in Tv serie come “Equipo A” e il “coche fantastico” ri-allinea la barca almeno verso il pareggio (fate un piccolo sforzo di traduzione e capirete il delirio che regna oltre i Pirenei).
Da un po’ di tempo però mi sento di sposare sempre più la linea delle versioni originali ad ogni costo non per il bene sociale che ne deriverebbe, ma perché di solito le sale sono più sgombre e frequentate da persone che non mi piacerebbe vedere arse vive con tutto il cinema (vedi il post sulla torre di babele). Per questo motivo la presenza della festa del cinema di Roma e la sua messe di film in lingua originale erano riuscite nell’impresa di vincere la mia avversione per gli abitanti della suburra e farmi mischiare al popolaccio per la visione di “Astroboy”, film di animazione basato su un caposaldo del fumetto giapponese.
Con la circospezione e la diffidenza di un Amish alla fiera dell’elettronica mi sono avventurato nei pressi dell’auditorium per ritirare i biglietti da un amico ammanicato, sgattaiolare dentro e minimizzare l’esposizione a nani, ballerine e presunti vip piantati come delle gerbere nei vasi antistanti piazzale Flaminio.
Piccola nota a margine.. nel foyer della festa del cinema c’era anche una ragazza non vedente con tanto di cane…. M’è sembrato un po’ come invitare Pistorius a un Expo di mocassini.
La sensazione di aver preso una grossa fregatura era però montante e veniva corroborata da mille segnali che piovevano da ogni parte.
Io mi aspettavo una sala piccola e scalcagnata con 4 giornalisti annoiati per dover assistere a un film minore ed in una lingua del menga e quando invece sono stato fatto accomodare in una cavea grande quanto l’olimpico e con torme di bambini festanti ho capito che il laccio s’era chiuso sulla preda.
A corredo della sciagura ho scoperto che non solo il film non sarebbe stato in lingua, ma che la proiezione sarebbe stata ritardata per attendere i doppiatori.. Silvio Muccino ed il Trio Medusa… dissolvenza sul nero e un bip di censura con i decibel di una sirena da transatlantico.
Proprio quando stavo per sprofondare nella mia poltrona rancoroso ed immalinconito dall’immancabile berciare dei piccoli mostri ho chiuso gli occhi per pochi istanti ed ho assaporato.. il silenzio? Pensando di essere diventato improvvisamente sordo a causa della pressione sanguinea mi sono alzato per vedere la platea e, miracolo, erano tutti in silenzio!
Sinceramente ho pensato di essere morto e di essere nel paradiso dei malmostosi ma dopo essermi pizzicato a sangue mi sono dovuto arrendere all’evidenza.. i bambini rimanevano seduti, con un sommesso brusio educato, non si arrampicavano sulle pareti come nell’esorcista, non facevano liane di moccio sui braccioli ma rimanevano sorridenti accanto alle… alle tate!! Ecco dov’era il trucco. Non erano piccole scimmie scappate dalle gabbie di quartieri con più solarium che semafori ma bellissimi bambini abbienti e bene educati (a scudisciate) da tate severe.
Sono certo che una volta esaurita la spinta educatrice e lasciati a loro stessi i piccoli si imbottiranno di meta anfetamine e coca per finire con le loro mini auto nel Tevere però per due ore mi è sembrato di vivere in una società civile.
A questo punto il dilemma sociale si impone… asili comunali in svizzera o segregazione nelle miniere di sale di qualunque genitore porti piumini translucidi e scarpe di vernice?

PS
Questo scritto in verità si doveva chiamare “la decenza dell’abbienza” ma con mio grande sconforto ho scoperto che il sostantivo di abbiente non esiste ed ho dovuto ripiegare su una formula di minor carisma fonetico

Ottobre 20, 2009 Pubblicato da zemariani | Editoriali | | 5 Commenti

Ferragosto fuori stagione

La scorsa settimana, durante uno dei soliti appuntamenti vitelloni fatti di cene da decatleti e film da subnormali, io e il mio cugino lavoratore avevamo maturato il desiderio di passare un fine settimana nella casa dei nonni nell’incantevole paese di Roccamonfina (Ce), luogo di inenarrabili leggende gastriche più volte narrate nei post di ferragosto. L’agenda della due giorni prevedeva uno studio puntuale della curva di crescita della panza in funzione dei metri cubi di pizza rossa ingurgitati, una riceca di indubbio valore internazionale che il New England Journal of Medicine ci aveva commissionato per il numero di novembre.
Con grandissima sensibilità abbiamo registrato le lamentele del cugino Andrea, purtroppo impegnato in un sabato musicale e toccati dalla sua richiesta di spostare il viaggio abbiamo risposto “Esticazzi” fissando la partenza per sabato mattina, ore 11.
All’altezza di Valmontone, l’Anas ci ha informato tramite cartellonistica che la nostra fuga non era passata inosservata e che eravamo attesi.
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Il problema più annoso dell’inizio viaggio è stato stabilire l’ordine dei pasti e capire quale dei ristoranti della zona fosse dotato di defibrillatore vista la bellicosa quantità di pietanze previste.
Fortuna ha voluto che nel reperimento di queste informazioni fossimo venuti in contatto con i cugini padroni di casa che, conquistati dal programma, ci hanno dato appuntamento per una serata prestigiosa fatta di vino rosso, pizza dello stesso colore, 1 chilo di mozzarella a testa, salalma fresca, dolci con annessa Romanella e partita della nazionale, un progetto partorito nel più classico film di Fantozzi.
Non sapendo come occupare le ore di febbrile attesa che ci separavano dal calcio d’inizio (incredibile scoprire quanto non me ne freghi una cippa dell’Italia da quando non ci gioca più il capitano), in attesa dell’arrivo dei parenti e spinti da un fortunale in stile “mago di Oz”, abbiamo veduto bene di occupare le 4 ore minimie per un pranzo meridionale nel prestigioso ristorante “Il castagneto” , aperto praticamente solo per noi, in cui abbiamo personalmente causato l’estinzione di alcune razze suine della zona.
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Il caso vuole che Il ristorante succitato non si chiami il castagneto per caso ma perché immerso nel verde di un meraviglioso bosco ricolmo del gustoso frutto.
Come dei veri accattoni ci siamo fermati per strada raccogliendo un sacco di castagne in 3 minuti e lordandoci come maiali di fanga ma felici per il frutto della nostra scorribanda e scoprendo al nostra vera vocazione agreste.
Le ventiquattro ore successive sono state passate nel fitto dei boschi ed hanno prodotto 4 casse di castagne grosse come mandarini che sono state distribuite ad amici, parenti e colleghi con una munificenza degna del miglior Achille Lauro.
Dovete sapere che per qualche stranissimo incrocio astrale a Rocca qualsiasi cosa è commestibile, come nella casetta di marzapane di Hansel e Gretel, persino l’erbaccia che cresce ai lati delle scale è menta per i Moito. In poche ore siamo riusciti ad accumulare derrate alimentari sufficienti per l’invasione dell’Asia minore e in gran parte frutto spontaneo della terra! A rinforzo di madre natura è venuta la sagra della castagna nella piazza del paese in cui, forti di aver avuto le castagne gratis, abbiamo comprato praticamente ogni oggetto esposto aggirandoci in evidente stato di ebbrezza.
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Come se non bastasse, a rimpinguare un bottino di guerra secondo solo a quello di Traiano di ritorno dalla Dacia, il guardaboschi cui avevamo commissionato l’acquisto di qualche fungo si è presentato con una cassa di ovuli e porcini facendocene dono in segno di riverito vassallaggio dicendo “Ingegne’, parlando di soldi mi offendete”. Non sia mai!!!!
Al mio arrivo a casa mio padre mi ha accolto con un entusiasmo riscontrabile solo nella letteratura russa o in qualche libro minore dell’antico testamento ma suppongo che il cabaret di fichi fioroni colti la mattina dall’albero abbia pesato un po’.
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Ottobre 13, 2009 Pubblicato da zemariani | Editoriali | | 1 Commento

Un regalo divino

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Contrariamente al pensiero comune, non ho alcun preconcetto sulla religione, qualsiasi essa sia. Nutro invece un profondo interesse per tutte le storie intricate di guerra, culti misterici e sgozzamenti vari ed in questo l’antico testamento è insuperabile.
Pioggia di fuoco, di rane, sangue nel fiume, primogeniti accoppati in culla, sono pressoché infiniti gli episodi in cui il castigo divino si abbatte sul popolo nelle forme più stravaganti e fantasiose ma ce ne è uno che secondo me ricade erroneamente nelle categoria delle punizioni visto che lo considero il più grande regalo fatto dall’Onnipotente al genere umano dopo le riviste di intimo femminile: il polilinguismo della torre di Babele.
La storia è comune ma viene spiegata male: secondo l’esegesi canonica il Signore punisce l’indebito aumento di cubatura di una torre condonata confondendo i popoli coinvolti nell’abuso edilizio creando mille lingue diverse e rendendo impossibile la comunicazione. Quindi in cosa consisterebbe il castigo?
La gente non valuta accuratamente  il beneficio massimo di non capire generalmente cosa dice la gente attorno a noi.
Gli esempi sono praticamente infiniti ma ho cominciato a riflettere su questi argomenti durante l’ultima mia trasferta lavorativa.
Già abbastanza incazzato perché il mio ufficio viaggi mi aveva trovato un aereo alle 7 del mattino costringendomi a una sveglia alle 5, stavo aspettando stancamente l’imbarco al gate dell’aeroporto di Vienna quando dietro alla mia poltroncina si è accomodata una coppia di età superiore ai 60 con nipotino (o un nano vestito alla Cicogna) al seguito. Questa è copia fedele della loro conversazione che mi sono appuntato in diretta per essere sicuro di non perdere nemmeno una virgola.
“Ma  che lingua parleno in Autria?” “Parleno tedesco!” “No, ma che stai a di’!! Parleno austriaco…” “e che d’è?” “È na cosa mezzo gnws e mezzo… boh..” “Ah, me credevo tedesco.. peròssi parli tedesco te capischeno” “vabbe’, come te pare allora”.
Per un attimo ho pensato di rapire l’infante e di affidarlo ad un organizzatore di combattimenti clandesitini fra cani immaginando che comunque avrebbe avuto un futuro migliore di quello che la sua famiglia gli avrebbe riservato poi la pressione è salita troppo e tutto si è fatto indistinto.
Una volta riemerso dal coma farmacologico indotto dai paramedici per rallentare le mie pulsazioni e sgonfiare la vena del collo larga come il manico di una scopa ho rielaborato il fatto ed ho scoperto che il mio giudizio severo era legato al problema che capivo quello che i neanderthaliani si stavano dicendo, da qui le soluzioni per la pace interiore:

a)    diventare sordo e vivere in un mondo fatto solo di colori (scartato perché sono daltonico)
b)    andare a vivere all’estero, possibilmente in un paese di cui non conosco la lingua

E’ incredibile come la più semplice ed ovvia delle verità non fosse mai venuta alla mia attenzione.
Avete mai notato che le straniere sono grossomodo tutte interessanti? Come quando siamo all’estero l’atmosfera ci sembri comunque sempre più sofisticata?  Tutto questo grazie alla magia dell’incomprensione.
Proprio domenica allo stadio con l’amico Gepi osservavamo una ragazza davanti a noi.
A Parigi, in metrò, sarebbe risultata carina, frizzante e particolare.. all’olimpico, dopo la seconda parola ho  invocato a gran voce la sterilizzazione chirurgica. Vi sembra giusto che la differenza fra un’intrigante francesina e una sciacquapiatti di borgata sia solo l’interpretazione dei suoi grugniti culturali?
La barriera linguistica rappresenta un rifugio in ogni rapporto. Qualsiasi cazzata io possa dire, c’è sempre la scusa del non essermi spiegato bene o dell’aver capito male la sua frescaccia che declasserebbe una principessa a serva della gleba.
Pensateci bene. Chi non sarebbe fiero ed orgoglioso di presentare a tutti gli amici miss Ungheria? 1.80 di coscia bionda incomprensibile?
Agli stessi entusiasti chiedo, presentereste ugualmente miss Italia che alla prima intervista ha dichiarato “grazie ai miei genitori che non mi hanno mai tappato le ali”?
Magari si, ma non prima di aver assunto Darix Togni come istitutore della bestia popputa ed averle paralizzato la laringe con una siringa di botox.

Settembre 23, 2009 Pubblicato da zemariani | Editoriali | | 6 Commenti

Contributi

Come ho più volte esposto, oltre alla necessità di alimentare la mia megalomania, questo spazio libero di parole è nato dallo stringente bisogno di evitare la mia regressione verso l’analfabetismo.
Comprendo che in un mondo in cui Elisabetta Caporali viene inviata come giornalista ai mondiali di atletica e rivolge a Usain Bolt la domanda “Iu ar veri fast end di oders dregon sleierdont catc iu, uatdoiutincabautit?” senza che nessuno parta per la Germania con una garrota di filo spinato parlare di prosa possa sembrare ridicolo però qualche piccolo seme di utopia ogni tanto germoglia nel suolo inaridito e preferisco la speranza piuttosto che finire in carcere per aggressione.
Per questo motivo lancio, accanto alle mie scempiaggini, una pagina (cronache pescaresi) indipendente in cui raccolgo gli scritti di un menestrello metropolitano, il dottor Fabio Ruggiero, amico di mio cugino ed ora anche mio.
Dotato dell’ironia dell’uomo di mondo amareggiato, periodicamente manda meravigliosi racconti dalla terra d’Abruzzo che riporterò fedelmente operando solo alcune piccole modifiche di editing ma senza cambiare una sola virgola.
Sono certo che ne sarete anche voi conquistati e lo seguirete con grande affetto.
Ps
Tutti i contributi indipendenti sono bene accetti. Scrivere è bello e sorprendentemente facile.
Ps2
Cugino Andrea.. sono pronto ad aprire una pagina anche per te se mi prometti di dare un seguito alla mail di ieri
Ps3
Elisabetta Caporali ti odio e spero che un lanciatore del martello moldavo ti scambi per la ragazzina che lo prendeva in giro per il suo peso alle medie e si diletti ad usare la tua mascella come rastrelliera per le pipe, così almeno ti stai zitta

Agosto 21, 2009 Pubblicato da zemariani | Editoriali | | 2 Commenti

Ferragosto, il natale col mare

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Dotato di una spocchia degna di un principe russo decaduto, in genere disdegno le ferie estive. E’ abbastanza raro che cada nei tranelli dei viaggi agostani (a parte la benedetta trasferta al monastero buddista di cui ho gia parlato) e questa scelta si coniuga perfettamente con il piacere di dedicare almeno ferragosto alle tradizioni di famiglia che normalmente scanso se non quando  vengo adescato con un numero di portate pari ai decimali scoperti del P greco (64).

Come ogni anno il piano che avrebbe portato al sequestro della patente ed all’infarto intestinale era ben consolidato. Festa notturna a Gaeta cercando di rimanere vivi e di non essere ripescati a faccia in giù al largo delle coste tunisine e pranzo il giorno successivo nell’avito paese di Roccamonfina con la sfida di scoprire se le pareti del mio stomaco siano in grado o meno di sopportare le 5 atmosfere di pressione.

Purtroppo il viaggio in Tailandia del cugino Alessandro, anima nera, principe della vita notturna dell’agro pontino e storico organizzatore del baccanale, ha sparigliato l’oscuro disegno costringendomi ad abbandonare la prima parte del programma decuplicando quindi  le mie possibilità di giungere vivo ed incensurato alla fine della settimana.

La notte del 14 era stata quindi ridisegnata all’insegna della sobrietà di modi e costumi con una gustosa cena di pesce, magari un bicchiere di vino di troppo e l’idea di guardare i fuochi d’artificio sul mare. Grossolano errore.

A nemmeno metà cena, con l’orologio che segnava stentatamente le 23:00 il cielo si è rischiarato a giorno.

Era dai tempi della diretta di Peter Arnett da Bagdad che non vedevo una tale serie di scie luminose e razzi traccianti. Dando fondo a tutte le scorte delle armi di distruzione di massa sottratte agli iracheni, gli abitanti del basso Lazio hanno inscenato la ricostruzione storica del bombardamento di Dresda con centocinquanta (150) minuti ininterrotti di esplosioni, botti, fontane e un dispiego di mezzi degno dell’inaugurazione di un albergo a Las Vegas.

Passati i primi 20 minuti di sincera ammirazione il sentimento che è subentrato abbastanza velocemente è stata la rottura di coglioni, tanto più che in casa il cane e i gatti schizzavano contro i muri come le palline di un flipper anni ’70.

Faticosamente archiviata la pratica pirotecnica, per la prima volta da anni sono andato a dormire prima dell’alba consapevole che la giornata successiva avrebbe richiesto uno stato psicofisico degno ti un maratoneta (della fettuccina).

La mattina dopo, assieme al mio cugino stacanovista sottratto a fatica all’ufficio ed alla sua affascinate ragazza siamo partiti alla volta del paese per affrontare la solita benedetta inondazione di nonne, zii, cugini e oramai sempre più frequentemente di nipotini.

La fortuna principale del pranzo di ferragosto per noi rami secchi è che la bravura clamorosa ai fornelli di tutte le donne chiamate in causa è tale che alla fin fine noi passiamo bellamente inosservati dinanzi alla stratosferica prolificità di tutti gli altri cugini.

Di fronte alle 115 polpette di melanzane di zia Ninì, dei 2 vassoi di insalata russa da campionato del mondo di zia Marinella o della lasagna di zia Maria, qualche bimbo in più o in meno scompare.

Gradito ospite a sorpresa di quest’anno è stato un terzo sano di porchetta che faceva beatamente capoccella a metà tavolata.

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Non cito per decenza il resto delle innumerevoli altre pietanze che a metà pomeriggio mi hanno fatto somigliare a un pitone che avesse ingoiato una gazzella sana però per dare ai meno consapevoli il livello di difficoltà del pasto faccio presente che zio Giampiero ha portato in dono 0,3 metri cubi di mozzarella di bufala (l’equivalente della cilindrata di un centinaio di BMW X5) assorbendo da solo la produzione giornaliera del casertano.

Uno dei momenti più toccanti della giornata è stato ritrovare in piena battaglia accanto a me mio padre che, vivendo una seconda giovinezza gastrica, si è schierato in prima fila di fronte al tavolo delle vivande sconfiggendo quasi da solo un temibilissimo gateau di patate dal peso specifico superiore a quello dell’uranio fissile.

Ad essere completamente onesti tutta la famiglia si è distinta per fierezza e spirito pugnace visto che a metà pomeriggio nessuno si è tirato indietro quando a tavola sono state servite le crostate per la merenda.

Una volta riacquistata la capacità di respirare senza rantoli e fattoci strada fra una serie di corpi riversi a terra ci siamo incamminati verso il mare per un bagno ristoratore che dando ascolto agli ammonimenti dell’infanzia avrebbe dovuto svolgersi a novembre visto tutto quello che s’eravamo mangiati.
A chiudere una giornata meravigliosa la visione di un piccolo capolavoro del cinema espressionista comperato (su mia istigazione) la mattina da mio cugino: Zombie Strippers. Film dalla trama semplice e toccante. Tette grosse e pioggia di sangue, come è possibile sbagliare?

Agosto 20, 2009 Pubblicato da zemariani | Editoriali | | 6 Commenti

L’età dell’innocenza

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Questo bel bambino della foto non è il testmionial della Invernizzi ma sono io all’età di 3 anni e mezzo. Se pensate che abbia un’espressione da figlio di buona donna, siete pienamente nel giusto (a parte il fatto che mia madre non ha colpa alcuna) visto che fin da allora il vizio di combinare guai non mi ha mai abbandonato.
Che il mio rapporto con la scuola e in generale con i superiori non sarebbe stato tutto rose e fiori si è capito subito. Il primo giorno, feci la mia pagine di aste sull’ultima pagina del quaderno a quadretti tenendolo capovolto. Come si suol dire: “chi ben comincia…”
Il secondo giorno presi la mia prima nota per essere entrato fuori orario, fregandomene bellamente delle disposizioni del preside.
Ho mantenuto il primo anno di elementari una sontuosa media di almeno una o due note a settimana, per i motivi più disparati, ricevendo un mare di cazziate da i miei genitori. A poco servivano le mie giustificazioni sia verso la maestra che verso mio padre che provando la carta della persuasione energica un giorno mi disse: “questa deve essere l’ultima, alla prossima non sai nemmeno quanto dovrai pentirtene”.
Il deterrente funzionò poco e due giorni dopo avevo di nuovo l’ordinata grafia della signorina Drago sul diario.
Per provare ad evitare la punizione ignota che mi aspettava e che mi metteva una fifa blu in corpo, non trovai di meglio da fare che siglare in calce “Giulio” in un approssimativo corsivo. Alla richiesta di spiegazioni della maestra mi discolpai con fierezza asserendo che ritenevo offensivo anche solo dubitare che quella non fosse la firma avita. Una risata di gusto mi congedò dai mie affanni.
Credeteci o no quella è una delle poche occasione in cui me la sono cavata completamente gratis ed ho quindi compreso in età giovanissima che se devi sparare una balla, tanto vale spararla più grossa possibile per poi trincerarsi dietro una sfrontatezza senza limiti.
A quasi trent’anni di distanza le prove a sostegno di questa teoria fioccano ancora copiose, nel piccolo come nel grande.
Sebbene originariamente fuorviato da quelle comuniste delle donne della mia famiglia, col tempo ho maturato un affetto sincero per il nostro leader.
Come posso quindi restare insensibile al gioioso sorriso infantile del nostro premier che colto con le mani nel barattolo della marmellata ha commentato la sua marachella:
«In giro ci sono un sacco di belle figliole. Io non sono un santo, lo avete capito tutti».
Cosa contestare a un uomo che non cerca scusanti, ammette serenamente la sua colpa (ammesso che andare con scoscione in perizoma possa essere considerata una colpa) ed ammicca da vecchio bucaniere sottintendendo “te piacerebbe pure a te eh?”
Si, piacerebbe pure a me! E vivaddio mi piacerebbe pure vincere una coppa campioni da presidente della Roma. Come si fa? Esistono corsi di formazione?
Silvio, fai di me il tuo delfino. Le donne mi piacciono, il pallone pure e sparo balle da competizione. Solo il fatto di non saper suonare nemmeno il campanello di una porta e di riuscire a salire sul letto un predellino fatto con gli elenchi mi ha dissuaso dall’intentare una causa di paternità…. Divisi dalla fredda genetica, affini nell’anima.

PS. Nella giornata di ieri ben 160 persone hanno letto il post sul papa, ma solo uno ha commentato.. Non vergognatevi, esprimetevi. Scrivere è bello. Non fatevi pregare

Luglio 22, 2009 Pubblicato da zemariani | Editoriali | | 1 Commento

Sono solo supersitizioni (addendum)

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Si dice che la preghiera sia l’ultimo rifugio delle canaglie. Quando un’anima nera perde ogni speranza nella capacità di sovvertire il fato imbrogliando, barando, strisciando e vendendo gli organi dei parenti prossimi, allora la fede ritorna prepotentemente a farsi strada nella pece del suo cuore.

Come un novello Faust faccio ammenda della mia vita che comunque non è stata dissoluta come avrei voluto e sto facendo le valigie per raggiungere al più presto il monastero di Chang Mai nella speranza di placare il turbine di sfiga che in due anni si era catalizzato attorno al mio polso destro poderosamente respinto dalla benedizione di un mite bonzo e che finalmente ha trovato un varco d’accesso.

Mi sento un po’ come il nero di turno nei film di zombies: “lasciatemi qui, venderò cara la pelle”. Molto coraggioso per uno con una fionda e due banane di fronte a novemiladuecento non morti.

Dalla rottura del prezioso amuleto:

  1. La mia auto puzza di cane (fatto molto curioso visto che non ho mai avuto un cane ne frequento assiduamente persone che ne hanno uno)
  2. zoppico
  3. ho fatto una bella figura di cazzo in ufficio di quelle che ti faranno ricordare nei corridoi come “qUello che..”
  4. ho avuto una bella, bella conversazione del tutto gratuita con una ex.. di quelle che ti lasciano proprio sereno ed affatto pieno di amarezza
  5. è arrivato un accertamento dall’agenzia delle entrate che mi segnala redditi non dichiarati per 35mila € con un importo da pagare di poco meno di 4mila
  6. il commercialista con simpatica leggerezza mi ha detto….: “ops che errorone che abbiamo fatto (abbiamo chi?). eh si, tocca pagare (tocca agli stessi che “abbiamo”??)

Essendo io partito da Viareggio il pomeriggio del disastro ancora in possesso del bracciale comincio a sospettare della mia pericolosità per cui credo che se dovesse fallire la missione Tailandese mi rinchiuderò sul fondo di un pozzo a secco come la protagonista di “the ring” salvo poi tornare a rompervi i coglioni strisciando fuori dal televisore.
Come inguaribile ottimista spero sempre che il dolce buddha ci ripensi accordandomi di nuovo il suo favore. Accetterò come segno di pace la foratura del pullman della nazionale estone di lotta femminile nella gelatina di fronte alla mia abitazione.

Luglio 9, 2009 Pubblicato da zemariani | Editoriali | | 7 Commenti