Primo classificato per distacco
Sapete bene che raramente ricorro a collaborazioni asettiche senza elaborarle ma in questo caso è doveroso non aggiungere nemmeno una parola.
E’ indubbiamente volgare.. esticazzi, ho le lacrime agli occhi da due giorni.
Dopo questo per me internet può pure chiudere.
Il cameo di Scott Baio impreziosisce un gioiello già splendente!
Dilemmi
Da qualunquista doc, ho sempre guardato alle grandi organizzazioni internazionali con sospetto. Grandi, ricchissime e scialacquatrici di danaro erano per me incapaci di produrre un solo risultato apprezzabile a fronte del loro costo smisurato.
Quando però i giudizi sono solo frutto di preconcetti è doveroso accettare nuovi elementi e riformulare.
Finalmente una campagna seria, dalle finalità chiare e dall’indubbio valore sociale.
L’opuscolo riportato dabbasso è rigorosamente autentico ed attualmente distribuito su una compagnia aerea di cui la mia fonte (grazie) non ha voluto fornire il nome.
Ora mi chiedo, una specie che ha bisogno di spiegazioni su come lavarsi le mani merita di essere salvata?
Ps. Devo ammettere che i punti 5,6 e 7 forse mi erano oscuri

Il plauso del giorno
Quando ci vuole ci vuole…
La palla è rotonda
Parecchie volte in passato mi sono trovato a scrivere di quella che è a tutti gli effetti la mia “Royal Family”, i Lefévre.
Usando la parola “Reale” non intendo né reali all’inglese con tanto di corna, figli degeneri alcolizzati\neonazisti e eredi con la consistenza morale di una sputacchiera da bordello né reali all’italiana curiosamente caratterizzati dalle stesse qualità dei cugini d’Albione.
Famiglia reale perché fra un ramo ed un altro è amica di tutti, è presente ad ogni avvenimento sociale che si rispetti ed alla fine le loro sorti sono di pubblico e diffuso interesse perché senza di loro non sapremmo davvero cosa fare.
Come ogni monarchia che si rispetti, la famiglia Lefévre è pronta a dare supporto e consulenza appassionata su ogni aspetto dello scibile umano ma dovendo fare una lista di competenze al primissimo (o all’ultimo a seconda della severità di valutazione) c’è il calcio.
Di quattro fratelli che portano questo cognome, Saverio, Paolo, Stefano e Fabrizio, spero di poter vantare l’amicizia di almeno i primi tre che, come in un copione ben assortito, incarnano totalmente le anime della mia formazione calcistica: Paolo il laziale, Stefano lo juventino e Saverio il romanista.
Ora dimenticate tutto quello che credete di sapere sugli sfottò, sulle chiacchiere da bar e sulla banale rivalità fra tifoserie perché nel caso in oggetto parliamo di veri e propri professionisti.
Per farvi forse capire di cosa stiamo parlando, considerate che dal 1990 in occasione delle partite di coppa della Juve il menù a casa di Stefano ha sempre dovuto comprendere, pena la certa sconfitta, i famosissimi “supplì imbattuti” della rosticceria di San Francesco a Ripa e che senza l’ostensione all’adorazione dei tifosi della sciarpa autografata “Totò Schillaci gol” non si procedeva alla sintonizzazione del canale.
Ho passato anni ad ascoltare che la juve avrebbe potuto considerare un offerta di Totti e 20 miliardi per Montero, di “Quanto è forte Pessotto”, del fatto che Moreno Torricelli fosse il più grande talento espresso dal calcio italiano e che Moggi e Bottega stessero al calcio come Mazzini e Cavour all’unità d’Italia.
Non avendo Paolo figli della mia età (sono cresciuto giocando assieme ai rampolli degli altri due) l’influsso nefasto della lazialità l’ho vissuto poco anche perché, era Cagnotti a parte, difficilmente Paolo trovava gli argomenti e i risultati per fronteggiare gli scatenati fratelli per cui il peso maggiore della Triade è sempre ricaduto sul giallorosso Saverio.
Conosco Saverio dal 1978.. ossia da trenta anni suonati. La famiglia Cesaretti-Lefévre è orgogliosa titolare di una delle più belle librerie antiquarie del centro e la passione per la cultura di mia madre (invero tramandatasi scarsamente alla generazione successiva) mi portava in questo tempio dello scibile ben prima di sapere che il mio primo amico si scuola fosse nipote dello stesso Saverio e figlio di Stefano.
Nel mio immaginario Saverio è una sorta di Dorian Gray romanista. Dopo quasi un quarto di secolo, sono pronto a giurare che non sia di una virgola e sono certo che nascosta in qualche soffitta ci sia una bandiera della magica che invecchia al posto suo sotto il peso delle sue predizioni non proprio sempre centralissime.
Sebbene egli sarà da me ricordato in eterno per perle del calibro di “Aldair dovrebbe aprire un negozio con scritto ”Vendo Classe”” o “No, al derby non credo di andare. E che pago per vedere gli allenamenti?” o per la festa a base di vino bianco e porchetta offerta a chiunque passasse nella strada appositamente chiusa per festeggiare lo scudetto del 2001, sebbene tutto questo, la cosa che forse lo rende famoso al popolo tutto è l’esposizione del “curriculum”.
A dispetto del significato banale e scontato della parola il “curriculum” è un documento a sfondo mistico, probabilmente dettato dall’arcangelo Michele in persona, e contiene le previsioni di Saverio per il campionato che sta per incominciare. Come le pergamene del mar Morto o le centurie di Nostradamus è un manoscritto avvolto da mistero ed a metà strada fra arte divinatoria ed estasi bacchica. Al pari dello scioglimento del sangue di San Gennaro, la sua pubblicazione è attesa con impazienza dai frequentatori del negozio e il suo ritardo è sempre preso come presagio di sventura.
I “commentari” al curriculum potrebbero tranquillamente riempire le stanze della biblioteca di Alessandria e poco importa che in tutta la storia dell’oracolo non abbia mai visto la Roma fuori dai primi due posti o la Lazio lontano dagli ultimi tre.
Come ogni grande profeta che si rispetti Saverio è spesso inviso ai cinici e alla gente che risponde con la ragione alla fede e proprio uno di questi razionalisti si è macchiato del peggiore peccato possibile.. quello di blasfemia. Preoccupato per questa mancaza di fede e rispetto per i mistici mi appello alla popolazione del centro perché si mobiliti onde evitare che alla prossima festa dello scudetto, accanto alla statua di Giordano Bruno in campo de’ fiori ci sia quella di Saverio Lefévre.
Di seguito riportiamo fedelmente l’oltraggio e ci chiediamo dove mai sia finita la magia del natale in questo mondo fatto solo di numeri e non più di poesia.

Altri geni da premiare
Prosegue questo settembre pieno di pigrizia e, incredibile a dirsi, di lavoro.
Un po’ le delusioni calcistiche che stanno appannando la mia gioia di sentire il popolaccio boia che bercia come un macaco allo stadio, un po’ il fatto che i fatti di cronaca stanno superando anche le mie più crude e folli previsioni, da una decina di giorni sento mancare l’ispirazione.
Ringraziando iddio però il mondo non si ferma a causa mia e i geni continuano a produrre operosi ed inesauribili.
Oggi vi segnalo il sito de “la notte della repubblica delle banane”, fotormanzo politico satirico di cui vi do un breve assaggio.
I primi due capitoli sono pura poesia, al terzo comincia leggermente a divagare, ma ai geni tutto è permesso.
D’altra parte, con un banner come quello qui sotto.. come resistere

Appendice al 58
Ne “il segno dei quattro” Sherlock Holmes pronuncia la frase che più delle altre lo caratterizza e che ho sempre ritenuto bandiera del metodo di ricerca scientifica: “Eliminato l’impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità.”
Nella valutazione asettica dei fenomeni la mia anima empia ha sempre trovato conforto deridendo ed additando come favole da comari tutto ciò che esulava dalla scienza….. questo fino a sabato.
Spinto dall’amorevole e filiale desiderio di riabbracciare i miei genitori, ma ancor più preoccupato dalla minaccia della cassazione dall’asse ereditario per contumacia, proferita da mia madre, venerdì pomeriggio ho salutato i colleghi ancora alle prese con fenomeni digestivi mortali come la stretta dei serpenti su Laooconte ed ho affrontato la Pontina per raggiungere San Felice verso il buon ritiro che quell’anima santa di mio nonno pensò di costruire per la sua progenie (che forse si augurava di qualità leggermente superiore rispetto a un calciomane anticlericale).
Dopo un’ora e tre quarti di strada alla temperatura della lava e piena come l’anticamera di un bordello il giorno prima della legge Merlin (cosa che fa capire come mai il PIL del paese sia superiore solo a quello di Tonga la domenica pomeriggio) sono riuscito ad arrivare a casa con il solo desiderio di tuffarmi di getto in mare e quindi trovare la giusta morte a causa dello sbalzo termico da altoforno.
Una volta esaurite le formalità dell’omaggio a mammà un problema davvero insolito si è palesato impedendomi il coma in riva al mare: un orda affamata di mosche.
All’inizio ho pensato che i miei avessero scelto di arrotondare affittando il prato ai Casalesi per far sparire qualche scissionista troppo indipendente o che al centro del giardino ci fosse una bella testa di maiale su un palo in stile “signore delle mosche” ma dopo un inconcludente giro di ricognizione mi sono arreso alla ferocia delle bestiacce che stazionavano senza alcun motivo apparente.
A metà cena, a dispetto di una vita dedicata alla cultura, ai libri ed all’arricchimento dell’intelletto mia madre mi ha gelato chiedendo: “che numero era quello che metteva Carmela per tenere lontane le mosche” “58 mamma ma mica vorrai…” “in Carmela ho piena fiducia”. Ipse dixit.
Di fronte a questa professione di fede non ho potuto far altro che armami di pennarelli e fogli A4 e decorare di 58 tutte le stanze della casa non essendo certo in cuor mio se avessi voluto che l’esperimento fallisse od avesse successo.
Quando la mattina dopo ho sentito un ronzio insistente sopra la mia testa la mia mente scientifica è stata sferzata dal vento dell’ottimismo “ohhh lo vedi che sono tutte cazzate” ma poi mi sono reso conto che essendo buio le mosche non potevano vedere il cartello (non ridete, vi prego).
Fatto sta che come ho aperto lo scuro le mosche si sono volatilizzate. Ho passato tutto il pomeriggio con un libro in grembo e le orecchie appizzate aspettando il fastidioso rumore dello sbattere d’ali ma niente a parte una singola mosca, visibilmente a disagio e probabilmente affetta da disturbi cognitivi nella sfera della lettura.
Ho girato tutta casa cercando qualche mosca temeraria che sfidasse la potenza del 58, giusto per confortarmi di non aver buttato al cesso i 7 anni sprecati nella facoltà di ingegneria ma invano.
Da domani andrò in giro per Roma sfigurando i monumenti ai supposti grandi della scienza e cancellando le targhe delle strade intitolandole tutte la divino Othema.
Certo che però un dubbio m’è rimasto, forse per colpa delle estenuanti ripetizioni di latino che mi dava nonno sperando di crescere un nipote a modo.
Chissà se una mosca ai tempi dei romani si spaventava con LVIII?
58
E’ il 23 maggio mi pare, la sveglia sta suonando da almeno cinque minuti e sono più rimbambito del solito. Fa già molto caldo e perciò ho lasciato le serrande alzate ma inspiegabilmente fuori è buio pesto. O è il giorno dell’apocalisse o sono diventato cieco. Ah no… ora mi ricordo, inqualità di portafortuna ufficiale dei Lakers, sono stato convocato per le finali di conference dell’NBA. Sebbene io sia tifoso di una squadra mai coinvolta in questo genere di prestigiosi epiloghi, i Washington Bullets (ora mestamente Wizards perché la gioventù di colore americana non sia fomentata da una squadra chiamata “i proiettili”. Ma vaffanculo!), un po’ la voglia di passare una serata con amici che vedo meno di quanto vorrei, un po’ il divertimento puro di assistere alla trasformazione stile lupo mannaro del mio amico Amedeo quando vede il basket mi ha facilmente convinto a presentarmi alle ore 03:10 AM (non è un errore di battitura, sono proprio le tre di mattina) a casa Lefévre in corso Vittorio per la seconda partita della serie contro San Antonio, odiatissima rivale a ovest.
Già schierati, con birre ghiacciate Ame e Tatto mi aspettano frementi, uno in pigiama e l’altro reduce da qualche cena mondana con un posacenere già colmo di cicche ed una serie di insulti alle madri dei texani che sono un misto spaventoso di quadri clinici irreversibili e malattie sessuali contratte da animali da tiro.
Per uno che s’è svegliato da 11 minuti la scena è già abbastanza surreale ma mai quanto fare una ricca colazione con una Peroni e salatini al posto di latte e biscotti.
A dispetto dei pronostici tirati, la partita scorre abbastanza liscia quando il padrone di casa lancia la provocazione: “Se andiamo il vantaggio di più di 20 punti vi faccio la Cacio e Pepe” e da lì il tifo si accende come nel catino dell’Ali Sami Yem di Istambul per una partita di Champions del Galatasaray visto il goloso premio partita.
Alla fine del terzo quarto, un giocatore mediocre che risponde al nome di Luke Walton infila la bomba del +21 ed Ame fa: “Vado a mettere l’acqua a bollire”. Sono le 4:40 e fuori è ancora buio pesto.
La partita finisce che un impietoso +31 poco dopo l’alba, un effluvio di parmigiano grattugiato fresco richiama me e Tatto in cucina dove Amedeo sta scolando mezzo chilo di spaghetti, unità di misura minima per la pasta in questa casa. Sono le 5:14 e i gabbiani stanno facendo un gran casino.
Estasiato dal profumo non mi accorgo subito di un pannello che campeggia sull’acquaio.
“Scusa Ame, che cos’è quel 58?” “Ti prego non chiedere, mamma dice che tiene lontane le mosche anche se devo ammettere… vedi mosche in giro tu?” Vagli a dire qualcosa, meglio aggredire lo spago prima che s’attacchi.
PS
Ho trovato su Google più di 150mila pagine correlate all’argomento “58 e mosche” (santo meteorite pensaci tu e poni fine a questo spreco quotidiano di ossigeno ma salva mamma Carmela)
Little Nero
Questo post da solo non ha molto senso, ossia è funzionale ad uno letto sul blog di una mente superiore.
Lo so che a competere con un genio si può solo arrivare secondi, però io non voglio confrontarmi, mi adagio come una remora sulla pancia di un grande squalo bianco.
(http://vivereardendoenonbruciarsimai.blogspot.com/2008/07/il-grande-incendio.html)
Ho sempre subito il fascino morboso delle fiamme per cui quando c’era da appiccare e attizzare ero sempre in prima fila con una fila di alcool e una fascina di giornali.
Non mi sono mai accanito su alcun essere vivente fatti eccezione i porcellini di sant’Antonio che infestavano il mio giardino al mare e con i quali mi scuso profondamente in previsione di una mutazione radioattiva che li renda dominatori della terra.
La mente bacata dell’ingegnere in fasce era rimasta catturata da un gioco che faceva mio nonno con la carta con cui si confezionano le arance. Una volta confezionata a forma di cilindro e dato fuoco alla sommità, il cartoccetto bruciava facendo cappa e come una mongolfiera si librava carbonizzandosi in volo.. un piccolo Hindenburg tutto mio, meraviglioso.
Nel tentativo di migliorare le tecniche approntate dal mio glorioso avo usavo come bacino di sperimenti la tazza del cesso sperimentando i vari tipi di carta, di innesco e le forme dei cartoccetti, come un vero piccolo scienziato.
Dopo un pomeriggio passato in deludenti esperimenti mi stavo dilettando nell’incendiare al volo riccioli di carta igienica ammirando le evoluzioni delle fiamme.
Sfortunatamente per me però, i materiali ignifughi erano tutt’altro che disponibili nel lontano ’84 e il vinile faceva tanto stile da ricoprire financo la tavoletta e il coperchio del water.
Non appena un minuscolo lapillo di quella meravigliosa nuvola di fuoco entrò in contatto con il rivestimento della tavoletta mi sono ritrovato di fronte alla più grottesca imitazione di monaco tibetano in fiamme che si potesse concepire; una colonna di lava sprigionata dal cesso.
Leggermente impressionato non trovai di meglio che chiudere il coperchio tirare l’acqua e sperare che il demone dell’inferno venisse soffocato dallo scarico.
Una volta spento l’incendio e riempito di due dita di plastica bruciata ed acqua tutto il bagno non mi rimaneva altro che rimediare al danno con un piano astutissimo (la stessa astuzia che mi fece riportare alla maestra una nota firmata “Giulio” da me medesimo convinto di farla franca) ossia rivestire tutta la parte bruciata col nastro isolante ad effetto mosaico. Il risultato era una tavoletta che sembrava un’opera di Man Ray o meglio ancora il tessuto intrecciato di quelle sedie anni 70. La cosa commovente è che il trucco ha funzionato per un giorno intero, essendo il bagno per gli ospiti salvo crollare miseramente quando il cognato di mamma ha espresso il desiderio di “lavarsi le mani” e io l’ho accompagnato su pianerottolo per preservare il mio segreto.
Mamma e Papà non mi hanno mai sgridato, anzi , quando un ospite chiede del bagno a casa loro, al suo ritorno viene obbligato ad ascoltare tutta la tiritera ed ammettere che sono un genio (o un figlio di buona donna se mamma non c’è) e sommessamente gongolo.
Mamma li turchi!!!!!
Ho sempre avuto il desiderio di vedere Istanbul , dai ieri è diventata un necessità.
Cuore, coraggio e un culo smisurato. Questo serviva e questo è bastato per una rivincita che i turchi sognavano da quando i principi della Moravia sbarrarono loro la strada di Vienna cambiando la storia del mondo come noi la conosciamo.
Questa volta i giannizzeri bivaccheranno sotto i ponti del Danubio e i dervisci roteeranno sotto il Prater.
In quindici minuti i figli della sublime porta sono tornati ad essere le orde indomabili che nel 1453 conquistarono Costantinopoli dando vita all’era moderna e da tifoso esterno mi sono fomentato.
Ora ci aspettano i croati ma è dai tempi della battaglia di Kosovo Polje che siamo abituati a dare mazzate da quelle parti (erano serbi ma stica)!
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