Asincrono

Il vocabolario recita: “Detto di processo o cosa non coincidente nel tempo con altri processi o cose” ma nella prossima edizione credo metteranno la foto della mia faccia all’ingresso del secondo padiglione del MAXII.
Nonostante sia ben consapevole dei miei limiti e delle mie mancanze non ho mai lesinato gli sforzi per provare ad ammorbidire il mio lato pragmatico. In una famiglia in cui l’arte intride l’anima dei miei cari io sono sempre rimasto ai margini, un po’ come un bambino con le rotelle applicate alla bici davanti al pavé della Rubaix, io che per fare un cerchio ho bisogno del bicchiere e della scatola dei pastelli colorati ne utilizzavo a stento 3 essendo pure daltonico.
Fortunatamente Roma è una città fatta di bellezza per cui anche solo passeggiando per il centro sono riuscito col tempo a sensibilizzarmi avendo però come voragine da colmare la questione dell’arte contemporanea, tema su cui la mia città è sempre stata carente. Ad oggi io sto all’arte del nuovo secolo come la formina a stella sta al buco triangolare. Incompenetrabili.
Ho valutato quindi l’apertura della nuova sede del museo delle arti del 21 esimo secolo come una grande possibilità da cogliere per sprovincializzarmi ed abbandonare quei pregiudizi reazionari che mi fanno considerare quadri solo quegli oggetti dipinti con dei pennelli e che rappresentano oggetti descrivibili a parole e non con i simboli usati nei fumetti di topolino per stilizzare le parolacce.
Spinto da tutte queste nobili ragioni ma soprattutto dal motore primo delle maschili sfere, l’insensata ricerca del gustoso Solanum Tuberosum meglio noto come patata, ho varcato i cancelli del museo ottimamente accompagnato con la circospezione di Harrison Ford nella scena dell’idolo nel primo Indiana Jones.
Il palazzo che ospita le esposizioni è un gioiello, chiunque ami l’architettura e l’ingegneria non può che rimanere affascinato da un intrico di linee di prospettiva flessuose, pareti bianche che si susseguono appena distinguibili solo per l’ombra che proiettano ed un senso di continuità negli ambienti che ricorda i quadri di Escher.
Sono riuscito a trovargli pochi difettk, pochi ma drammaticamente cronici ed alla lunga ne pregiudicheranno la bellezza e l’affluenza del pubblico.
Il primo è la scelta dei materiali (tipioco degli architetti.. non parliamo degli architetti donna), tutte le pareti sono di un bianco neve su una superficie porosa come un guscio d’uovo. Non passerà un mese prima che impronte di mani zozze di sugna e nutella facciano bella mostra ovunque accanto a scritte come “Tania zoccola” o “Acilia regna sulla..”. Già adesso le belle vetrate in controluce sembrano una padella per le zeppole vista la quantità d’unto che le ricopre per cui stante la scarsa attitudine alla manutenzione di questo paese a breve tempo il Maxxi somiglierà alla latrina di un autogrill.
Il secondo difetto.. è che come una latrina è pieno di cacca sparpaglata. Mi spiace, lo so, è da bifolchi.. ma dopo essere stato alla mostra di Caravaggio è difficile per me convincermi che un corda di capelli appesa al soffitto possa essere considerata un’opera d’arte.
Non c’è una sola sala in cui non sia esposta un opera che mi ha fatto invocare un regno del terrore in cui gli autori fossero sottoposti a castrazione mediante esposizione dei genitali glassati alle termiti rosse.
Nel salone d’ingresso c’è una vettura dell’800 con un latticino all’interno e sotto la scritta “mozzarella in carrozza”, nella sala accanto 8 plafoniere zincate piene d’acqua e moscerini disposte a casaccio, in quella seguente 1 milione di mattoncini di Jenga bruciati da un lato e dulcis in fundo un’intera sala piena dei miei lavoretti di tecnica delle medie con le proiezioni ortogonali di cubi e coni a carboncino su formato a4.

La cosa più grave secondo me non è tanto che chi realizza queste opere non sia appeso per i pollici sopra una solfatara in ebollizione ma le frotte di lettori del reader’s digest che ruminano per le sale annuendo per darsi un tono all’esposizione della guida che, fissandoli senza ridere, gli spiega come un tronco spennellato di miele rappresenti lo strazio dell’artista dilaniato dalla modernità… ed il mio di strazio che per vedere sta cosa ho pagato 11 euro?
Allarme rosso
Nastro d’oro, nastro d’argento e nastronzata, ecco direi che il premio è quello.
Sia molto chiaro… non mi sto lamentando della sòla presa. Quando acquisto un biglietto del cinema accetto implicitamente le regole. La sala è come una immensa roulette. Si vince, si perde. Certe sere torni a casa ricco con il cuore pieno di emozioni ma certe volte si ha l’impressione di aver giocato con una ruota truccata e di essere stato fregato.
Trailer ingannevoli, recensioni criptiche e il nome del regista sventolato come un amuleto fanno dell’ultima fatica di M. Night Shyamalan una truffa con pochi precedenti e mi sento in dovere di avvisare i pochi che spontaneamente ci sarebbero andati a sciropparsi 80 minuti di un nano che fa tai chi.
L’ultimo dominatore dell’aria si piazza con la rincorsa sul gradino più alto di cazzata cinematografica dell’anno scalzando un mostro sacro del genere come Nicholas Cage ed il suo “Segnali dal futuro” che nella categoria “come sprecare due ore della tua vita” era arrivato buon terzo dopo “insegnare a palleggiare a Pistorius” e “Gara di schiacciate con Gary Coleman (Arnold)”.
Il film è talmente una spaccatura di palle che mio cugino si è fatto chiamare apposta dall’ufficio (giuro) per poter uscire fuori dalla sala a lavorare e risparmiarsi gli ultimi 20 miunti, talmente brutto e fiacco che per decenza mi sono rifiutato di accettare i soldi del biglietto dal suddetto cugino nonostante l’esosità dell’esercente che aveva preteso comprassi gli occhiali 3d.
La Storia è tratta da una serie animata, cosa che assolutamente non si evince dalla pubblicià tutta cannonate e botti, e narra di uno sfortunato affetto da ipotiroidismo e aerofagia che sgomina i nemici muovendo in maniera sospetta l’aria attorno a se.
Ovviamente il film a livello planetario è stato un successo clamoroso lasciandomi sempre più convinto della necessità di portare a 100 euro il prezzo del biglietto per fare scrematura sia fra il pubblico che fra i produttori che difficilmente porterebbero a casa la pelle dopo aver estorto una tale somma per una simile minchiata.
L’alternativa sarebe forare con gli spilli gli occhi della massa becera come si faceva con gli usignuoli.. costoso socialmente ma avremmo un meravigliso popolo canterino.
Dogmi
A rischio di suscitare ilarità diffusa fra i miei conoscenti affermo di considerarmi una persona conciliante. Adoro lo scontro dialettico ma sono stato educato nel principio che chiunque ha diritto alla propria opinione per quanto distante possa essere dalla mia ed il fatto che sia molto “insistente” nel perorare la mia causa non vuol dire che credo che valga più della altre, solo che ci sono affezionato in quanto stiamo insieme da un sacco di tempo.
Per questo motivo reagisco molto male a frasi come “ti sbagli” o “non è così” visto è statisticamente improbabile che io fronteggi il padreterno unico interlocutore con cui potrei fare serenamente pippa e la cui posizione potrei accettare (quasi) senza controbattere.
Un mente pragmatica (sinonimo elegante di “quadrata”) come la mia ha però bisogno di un punto fisso su cui costruire per cui per poter condurre un’esistenza serena assiomi e dogmi sono necessari per evitare analisi infinite che renderebero inconsitente ogni azione. Ognuno ha i suoi personali , spesso configgono drammaticamente è provare a cambiare quelli di un altro ha le stesse possibilità di successo di uno stand di amatriciana al convegno “Islam e Celiachia”.
I miei sono:
1) Il diplomatico è sempre l’ultimo pasticcino del vassoio (tema che mi piacerebbe approfondire in un post dedicato)
2) Qualunque cibo mischiato con i capperi ha il sapore di bava rancida di ratto
3) Avatar è un film di merda e James Cameron andrebbe rinchiuso per truffa
Sui primi due punti credo potrei raccogliere consensi bulgari in molti consessi mentre sul terzo mi sono trovato a scontrarmi con il popolaccio brutto che per tutto l’anno mi ha tacciato di insensibilità artistica e di bastiancontrarianesimo spinto.
Quando la scorsa estate i giornali hanno annunciato un ritorno nelle sale del polpettone felino-turchese ho pensato ad un refuso. La nuova versione aveva la bellezza di diciotto minuti in più che per me sarebbero equivalsi a 4 sedute di cura scanalare per la rimozione integrale dei molari.
Rassegnato ad una battaglia solitaria contro la voce del popolo (zozzo e bue) mi sono sentito come l’ultimo giapponese della giungla filippina quando la rete dei partigiani del buongusto si è attivata è mi ha fatto pervenire questo piccolo capolavoro.
Un bambino amercano ha stampato la sinossi di Pochaontas, ha cambiato quattro nomi in tutto e guarda un po’ che storia è venuta fuori? I gatti blu da un miliardo di dollari…
Proprio mentre gongolavo facendo il pavone con una ruota così gonfia da farmi chiamare il fabbro perché non passavo dalla porta il buon Thomas, amico prezioso ed elargitore munifico di gossip e gadget cinematografici, mi ha chiamato con la classica offerta che non si può rifiutare : “Vuoi venire all’anteprima ad inviti per il nuovo film di Di Caprio e Nolan , Inception”? “se non muoio prima certo e comunque in caso darò disposizioni per essere tumulato in sala!”.
Inception è fichissimo, un termine non proprio da cinefilo ma pregno di significato.
Cominciamo con un’analisi stringata, voto: 8 pieno strabordante nell’8 e mezzo nonostante l’assenza quasi totale di una trama.
Dopo Shutter Island, Di Caprio centra un altro filmone che coniuga cassetta e qualità e che verosimilmente gli consentirà un numero tale di nomination agli oscar da permettergli di presenziare alla serata in infradito e canotta, solfeggiando l’Aida con l’ascella e vincere comunque il premio.
Nolan senza 3D e senza un solo felino azzurro mette in scena due ore e mezza di visioni ed inganni in un glorioso spettacolo da seguire senza distrarsi mai pena non capire una beata mazza dell’intreccio narrativo.
La linea temporale non si limita ad andare avanti ed indietro grazie a flashback e flasforward ma spazia verso l’alto ed il basso (flashup e flashdown?) attraversando i sogni dei personaggi livello dopo livello come un quadro di Escher.
Il risultato è uno spettacolo magnifico di immagini, regia e ritmo che accontenta gli appassionati dei film “di menare” ma che contiene anche dei risvolti pseudo romantici che vi permetteranno di andarci accompagnati senza poi dover spendere migliaia di euro in scarpe ed accessori per averla portata a vedere “la solita stronzata da uomini”.
A++
Ricette genuine

In 7 lustri abbondanti di vita sono stato molte cose, ho avuto persino i capelli color lavanda ma magro temo di non esserlo proprio stato mai.
Aldilà delle mie personalissime colpe questo è in parte dipeso dal fatto che tutte le donne della mia famiglia ci sanno fare e parecchio ai fornelli dalla tata Anna che mi nutriva a baccalà e patate fritte per svezzarmi a mia madre e mia sorella passando per entrambe le nonne che vedevano nella sostanza la chiave dei loro piatti.
Sono quindi cresciuto nell’incrollabile certezza che per realizzare qualcosa di buono bisogna partire da basi solide, da ingredienti eccellenti perché con elementi scadenti un po’ di fantasia può giovare ma il risultato finale sarà sempre una mezza monnezza.
Evidentemente anche la mamma di Stallone la pensava così ed ha bene insegnato al figliolo che ha ben raccolto le prescrizioni familiari applicandole al suo lavoro. Così è nato un piccolo capolavoro: “the expendables”.
Oltre ad essere un meraviglioso film “di menare” l’ultima opera di Sly in veste di attore e regista è un meraviglioso caso di coralità visto che tutti i migliori specialisti del settore hanno risposto all’appello con le eccezioni di quelli ingiustamente detenuti per reati contro il patrimonio come Wesley Snipes.

Stallone, Willis, il governatore della California, Jet-Li, Lundgren (se non sapete chi è vergognatevi), Rourke e Statham mettono in scena un film talmente semplice e squisito da non sembrare vero.
La trama è di quelle che entusiasma dal primo minuto: c’è un isola con un sanguinoso dittatore.. non credo che serva altro. Il resto sono 100 minuti di uomini vaporizzati, grosse armi imbracciate da uomini ancora più grossi e palazzi demoliti a mani nude o quasi.
Commovente.
Mesi di attesa febbrile sono stati ripagati con abbondanza di azione e polvere da sparo e sono certo che questo film partito in sordina presto conquisterà un folto pubblico grazie alla purezza del messaggio che veicola: Co’ Sly non se cazzeggia!
Come di fronte all’opera di ogni grande artista la critica si dividerà fra ammiratori sperticati e pierini bacchettoni, snob, con la puzza sotto il naso ed il cuore duro come un sampietrino che non saprebbero riconoscere un’opera d’arte nemmeno se Caravaggio gli imbiancasse il soggiorno ma fidatevi, the expendables è un film che ha un solo difetto, non avere (ancora) un seguito.
Da Bagno Oscar

In un post precedente (http://tuttologia.wordpress.com/2009/10/04/tutto-e-relativo/) avevo esordito teorizzando quanto la relatività condiziona i nostri giudizi.
Il valore assoluto è un bene effimero assolutamente sopravvalutato ed a conferma di ciò mi piace ricordare un aneddoto di quando spalavo fanga nei cantieri.
C’era un operaio che faceva a botte con tutti, rompeva le palle ogni 5 minuti per un aumento e si lamentava in continuazione. Feci una telefonata al mio capo americano chiedendogli se non fosse stato il caso di trasferirlo altrove e il capo mi disse : “Ma te sei scemo, è il migliore che hai!” stupito chiesi “cavolo, ma è così bravo?” “non ho detto questo” fu la laconica risposta. Il tutto per ribadire che anche per gli americani nel paese dei ciechi l’orbo è re.
Questo grande insegnamento di vita è applicabile sempre ed ha anche un corollario ossia che in corsa a due la vittoria non è sempre sinonimo di qualità ma solo di minore fetenzia e quando la gara è truccata nemmeno di quello.
Forte di questa saggezza, domenica sera mi ero preparato all’appuntamento della notte degli Oscar con l’animo in subbuglio. Felice ma molto agitato.
La mancata candidatura di quella sozzeria di “Gomorra” mi aveva fatto ben sperare per una selezione di qualità ma l’uscita delle liste ufficiali mi aveva gettato nello sconforto. 108 nomination per la tragica epopea dei felini blu quando tutto si sarebbe potuto risolvere facendo castrare quel fetentissimo gatto azzurro.
Avatar era stato candidato per tutte le categorie esistenti più alcune create appositamente da “miglior film” a “cassiera più bona durante la prima”. Credo fosse anche previsto un siparietto in cui Cameron si sarebbe esibito in un numero da giocoliere sostituendo le clavette con le statuette vinte.
Proprio quando m’ero rassegnato alla marea di insulti che avrei ricevuto dai seguaci della lettiera cosmica (“Hai visto spocchioso che non sei altro.. ha vinto più oscar del padrino! Eh, ora non parli più?” obbligandomi a trovare un avvocato perché una mano in faccia lì era automatica) l’8 marzo ha mietuto la sua vittima più illustre ed il populismo più bieco ha prevalso sul potere dei dollari.. 3 miliardi e passa non sono bastati a debellare la ghiotta occasione di far vincere l’oscar a una donnanel giorno dell’emancipazione.
And the winner is (rullo di tamburi): “the hurt locker”!!!!!!!!! yeaahh coriandoli e mimose per tutte con annessa micro scossa di terremoto per le evoluzioni cimiteriali dei fratelli Lumiere sconvolti dalla notizia.
Il film della Bigelow è la classica truffa del pacco e contropacco che ti fanno al casello di Napoli. Il trailer è tutto botti, fiamme, roghi.. poi apri la confezione ed al posto del telefonino ci trovi il mattone. La pellicola è così brutta e noiosa che dopo essermi addormentato 3 volte durante la visione ne avevo cancellato ogni ricordo e quando l’hanno inserita nella decina dei candidati mi sono rammaricato di non aver mandato all’Accademy il filmino del varicocele del mio cane che quanto ad azione e dialoghi non ha nulla da temere rispetto alla pellicola vincitrice del capoccione d’oro.
Per rifarmi la bocca sono andato a veder Shutter Island, opera di un regista vero, con degli attori veri e persino una trama vera. Il film è bello, bello, bello e solo di un’incollatura sotto Good Fellas o Casinò ma è un Scorsese ai massimi livelli.
Se l’anno prossimo non truccano il concorso candidando qualche boiata new age di un regista pakistano sordocieco che dirige la troupe frienendo come una cicala direi Martin si porterà a casa premi sufficienti per giocarci a bowling!
No al femminismo a scapito della qualità!
Lettiere dallo spazio (non lettere ma lettiere)
Nel quartiere dove sono nato e vissuto esisteva un cinemaccio di terza visione chiamato “Sala Ariel”.
Era un posto meraviglioso, con il tetto che si apriva l’estate per placare la calura, le sedie di legno duro che ti formavano la schiena più di due anni di ginnastica posturale e la cui programmazione si limitava a film scollacciati, l’opera omnia di Bud Spencer e Terence Hill e lungometraggi di animazione giapponese come “jeeg robot contro gli uomini roccia” di cui conservo gelosamente una copia digitale.
Alla sala Ariel c’era un atmosfera casalinga, entravi in qualsiasi momento dello spettacolo passeggiando sulla mondezza accumulata in precedenza e rimanevi fino allo stesso punto di quello successivo e durante l’intervallo potevi avere i popcorn della Pai, simili ai fiocchi da imballaggio di polistirolo e il mitico succo d’arancia Billy servito in una busta da flebo argento che dovevi infiocinare con la perizia di un baleniere per evitare di impiastrarti come un maiale.
Ho cominciato allora ad amare il gusto della sala cinematografica. Lo spettacolo era mediamente poco importante, quello che contava era la meraviglia del cinema: uno schermo enorme per un bambino, il rumore del proiettore, silenzio e via per 90 minuti e più senza distrazioni. Un periodo straordinario, il cinema era in crisi e la sala era tutta per me, nessun disturbo delle scimmie di mare che oggigiorno popolano le sale per riempire le loro serate vuote.
La fortuna mi ha portato ad incontrare amici che condividono questo approccio generoso e con cui almeno una volta a settimana mi reco a vedere qualsiasi cosa.
Con qualsiasi intendo ogni singola pellicola sul mercato, dal film turco intimista sulla dura vita dei ciabattini mancini del Bosforo a “Super Mario bros, the movie” visto con il fratello gepi al Giulio Cesare non so più quanti lustri fa.
Ogni cinefilo che si rispetti ha i suoi registi ed attori preferiti e una nutrita lista di personaggi che ispirano fiducia. James Cameron è di sicuro uno di questi ed in tanti anni s’è guadagnato a colpi di botti, morti decapitati e miliardi di dollari si è guadagnato il mio rispetto con pellicole di prestigio. Ho dunque accolto con gioia la notizia dell’imminente arrivo della sua ultima fatica, Avatar, per cui aveva utilizzato una quantità di tempo e di denaro da far sembrare il canale di Suez un puzzle Clementoni da 8 pezzi per minori di 3 anni.
Il battage pubblicitario è stato imponente, il film che tutti dovevano vedere, il passo avanti risolutivo verso un nuovo modo di fare e concepire cinema secondo forse solo all’introduzione del sonoro.. ammazza che gancio!!
L’ing. Fiordoliva, già protagonista di altre gesta narrate in racconti precedenti, aveva preso in mano da giorni la situazione, prima proponendomi di andare a vedere l’opera a Terni per fruire dello schermo più grande del centro Italia, poi ripiegando su una gita sempre fuoriporta ma che ci avrebbe riportato a casa per mezzanotte invece che alle 2.. rotta verso Guidonia dove le sue maniglie ci avrebbero consentito una fila tutta per noi a centro sala, hot dogs e birra, tutto a gratis. Se tenete presente che io gratis mi sono visto anche “piccolo grande amore” con Raul Bova e Barbara Schellemburg potrete tranquillamente immaginare che con un esca del genere avessi abboccato come un luccio.
Non c’è un modo delicato per descrivere il film.. ma ci provo facendo appello a tutto il mio vocabolario. Avatar è una meravigliosa, fantasmagorica, spettacolare, irripetibile, incommensurabile…. Spaccatura di palle.
La trama si riassume sorprendentemente in 4 parole: Pochaontas coi gatti blu. Volendo metterci un corollario, gatti blu con la coda di cavallo USB (chi vedrà il film capirà).
Centosessanta minuti di felini turchini che si penzolano dai rami e che combattono a bastoni e sputi contro i marines corazzati e, sorpresa delle sorprese, la sfangano. Se avete un luogo comune di un qualsiasi film provate a dirlo e ce lo troverete sicuro. Il cattivone che finisce malissimo? C’è ed anche la cosa migliore! Gli arcinemici che poi diventano culo e camicia? C’è pure fra animali, figuratevi. La tresca “pussa via sei un cojone anzi no mi sono accorta che sei un possente guerriero facciamolo nelle fratte”? Praticamente il film si basa solo su questo. C’è addirittura quello che non viene filato da nessuno ma che quando si presenta con l’uccello più grosso (metà fast and furious, metà rocco a Praga) diventa idolo del popolaccio con tutti i doppi sensi pecorecci possibili. Tutto in un’ambientazione fantastica per carità ma il senso di essere stati fregati è netto. Il sospetto che senza l’ausilio delle tre dimensioni questo film possa essere un’immonda cazzata è più che concreto. E’ fuori di dubbio che il film stilisticamente rappresenti un capolavoro per innovazione dei metodi di ripresa e montaggio ma vorrei pure vedere visto che Cameron con quei soldi ci poteva conquistare il Messico.
Uscito dalla sala mi sono dovuto scontrare con il 95% del pubblico, inclusi i miei amici, che con gli occhi a forma di cuore come Spank gridavano al capolavoro e come al solito ho fatto la figura del bastian contrario rompipalle che deve fare lo spocchioso.
Per carità è sicuramente vero ma forse uno straccio di trama vale ancora di più di 18 minuti di carrellata 3d all’inseguimento di due gatti da 3 metri che cercano la sabbietta.
Voto 6— per lo stile, in formato standard 4 pieno.
Imprinting

Sono nato saccente e morirò saccente. Beh almeno sarò stato coerente.
Con queste premesse è ovvio che stare a sentire il prossimo per me sia un attività di scarsissimo valore aggiunto ma non tanto perché non apprezzi le persone che mi stanno intorno ed i loro suggerimenti ma tanto se ho ragione io che le ascolto a fare? E’ pragmatismo, non superbia.
I miei genitori ad esempio mi hanno sempre dato dei consigli eccellenti. Gli ho mai dato retta? Non mi pare. Se dovessi avere la benedizione di un figlio non sono certo che avrò la faccia tosta di dargli dei consigli visto che il suo vecchio non ne ha quasi mai seguito uno, gli chiederò solo di annotarseli e fossanche trent’anni dopo dirmi “avevi ragione tu” cosa che è inevitabile visto che riciclerò quelli dei miei che si sono rivelati tutti esatti.
In assoluto il migliore che mi è stato dato e che ho ovviamente disatteso mi fu dato il primo giorno di scuola (argomento forse già trattato) in cui papà mi spiegò l’importanza della prima impressione e di come l’idea che una persona di fa di te all’inizio in genere è un credito o un debito perenne.
Quel giorno sono tornato a casa con una nota del preside e con la mia prima pagina di aste fatta in fondo quaderno anziché al principio.. serve aggiungere altro?
Una persona che invece ha dato ascolto al suo vecchio e su questo ha costruito una carriera è Pedro Almodovar, versione spagnola dell’omino Michelin che invece di recensire ristoranti ha deciso di dirigere film. Ossequioso della dritta paterna ha profuso nei suoi primi lavori tutto il suo entusiasmo e la sua ironia, carpendo la fiducia della critica con belle opere per poi assestarsi su pellicole in cui mediamente i copioni li scrive un gatto che passeggia sulla tastiera e le inquadrature sono affidate a un manichino dell’Oviesse che nonostante tutto vengono celebrati come capolavori impedibili della settima arte.
Venerdì scorso, per l’unico motivo per cui un uomo eterosessuale accetta di pagare 7 euro e cinquanta per vedere un film di un regista non americano (non fate quella faccia, l’avete fatto tutti!!), mi sono recato a vedere “gli abbracci spezzati” rassegnato ma con una speranzella che covava visto che alla fin fine qualche film degli albori m’era pure piaciuto.
Per nulla maldisposto sono stato stuzzicato da un inizio davvero vivace e uno stile narrativo molto Hitchockiano che lasciava presagire chissà quali loschi sviluppi.
Uno sceneggiatore cieco rimorchia una gnocca sontuosa che lo ha aiutato ad attraversare e la sbatacchia come i tappeti alle pulizie di primavera.
Leggermente forzato ma mica male, penso fra me e me riflettendo che forse potrei provare a mettere dei vistosi occhiali scuri mentre passeggio, e mi lascio trasportate in una storia fatta di palleggi serrati fra passato e presente marchiati da tradimenti, delitti e lussuria.. tutto per i primi 25 minuti dopo di che il film naufraga nel letame come un bastimento dal timone rotto.
Dopo un terzo di film semplicemente la storia finisce e restano stanchi sessanta minuti di faccette e situazioni surreali con Penelope Cruz che mostra le tette con generosità ed allevia la noia morbosa fino al punto in cui il film finisce credo perché la produzione avesse terminato i fondi.
All’uscita un cartellone mi informava dell’uscita di un film sull’amicizia di Richard Gere e un cane.. almeno non sono andato a vedere il peggio su piazza.
Lavori Dimenticati
Esiste una lista ben precisa degli argomenti di conversazione che è possibile ascoltare sui mezzi pubblici della provincia di Roma. Sono possibili piccole variazioni sul tema (una volta gli immigrati erano molisani o calabresi, adesso sono di poco più meridionali) ma sul tram numero 8 , già linea 3 e 13, una delle prime posizioni è da sempre occupata dall’annoso problema dei mestieri scomparsi.
Tappezzieri, falegnami, stagnari, ciabattini, sarti e spazzacamini, tutti spariti, tutti sostituiti da oggetti usa e getta che non si riparano ma si sostituiscono e il commento generale rimane: “una volta le cose erano fatte per durare, adesso è tutta robaccia di plastica”.
Eppure c’è un mestiere che le massaie in pedalini sformati e ciavatte di ciniglia dimenticano, forse perché sono abituate a fruire solo del prodotto finito senza curarsi della fatica necessaria a confezionarlo.. il mestiere del minatore nelle miniere di sale.
Purtroppo da anni i giovani si sono disamorati e non vogliono più imparare questo nobile ed antico lavoro, spinti dalle lusinghe di facili guadagni senza fare un cacchio di buono della loro vita sono finiti tutti a fare i critici cinematografici.
E’ giunto il momento in cui lo stato si assuma la responsabilità di preservare il patrimonio di conoscenza dei nostri artigiani e mediante un convincente lavoro di ricollocazione geografica (la parola deportazione è virata di connotazioni ingiustamente negative) si attivi per restituire queste pecorelle smarrite alla professione che la genetica ha assegnato loro. 15 ore al giorno in una grotta di salgemma con una torcia in testa ed un piccone in mano.
Se poi esistesse la necessità di stilare una lista di nomi il primo in assoluto sarebbe quello che per il corriere della sera ha recensito come “imperdibile, 4 stelle su 5” il nuovo film di Michael Mann “nemico pubblico”.
Mann nella mia scala dei registi è l’equivalente per gli attori di Nicholas Cage, un dispensatore di sòle senza euguali che per qualche motivo riesce sempre a trascinarmi in sala.
E’ difficile rimanere calmi di fronte a una bufala del genere ma proverò ad esprimere il concetto senza parolacce: colui che ha realizzato il trailer del film dovrebbe essere arrestato per truffa! Da quei 30 secondi il messaggio che emerge prepotente è di un gangster movie frizzante e senza pause mentre come al solito il film di questo scarso arruffapellicola è un sostituto naturale dei barbiturici. A mischiare Mann e whiskey si rischia di fare la fine della povera Marilyn.
Devo confessare di essere rimasto sorpreso dal taglio avventuroso e scandito che la nuova opera sembrava avere memore di non essere MAI riuscito a finire un film di Mann senza schiacciare almeno in pisolino ma stavolta l’impresa sembrava a portata di mano.. e invece no! Certo andare a vedere questo film al secondo spettacolo è saggio come girare per il ghetto di Jhoannesburg sventolando 100 dollari però un film con una valutazione degna del Padrino sembrava valere il rischio.
Quanta amarezza, quanta disillusione e soprattutto che grandissima rottura di coglioni. Per carità, bella la fotografia, belle le luci, belli i costumi.. però se devo fissare Johnny Depp espressivo come una teira che fa la boccuccia a culo di gallina senza muovere un muscolo del viso mi compro un bel poster e me lo metto in camera tanto mia madre ha perso da tempo le speranze di avere un nipotino.
Velo pietoso su Christian Bale che ha sicuramente un gemello visto che in qualche film sembra saper recitare ma in questo sicuramente no. Credo possa dipendere dall’alcool ma una cosa è sicura, se lo prende lui lo prendo anche io prima di entrare in sala almeno mi addormento allegro.
Nella categoria “Sepotevafameglio” inserisco “l’uomo che fissava le capre” che a dispetto del titolo non è proprio una commedia e in cui il buon Clooney fa sempre la stessa parte (Gorge NON sei ne Jimmy Stewart ne Cary Grant, stacce) mentre promuovo giocosamente “2012” se non altro per i 7 miliardi di morti fra cui il presidente del consiglio italiano schiacciato dal balcone del Papa.. una chicca per intenditori.
Tutto è relativo

In una delle più belle vignette mai disegnate da Quino (se non sapete chi sia andate in ferramenta, comprate 4 metri di corda e cercatevi un ramo robusto) è rappresentata la proiezione, in un cinema di una grande città, de “la febbre dell’oro” di Chaplin, in particolare la scena in cui per disperazione il vagabondo arriva a mangiare una sua scarpa.
In prima fila i signori eleganti e le donne impellicciate ridono di gusto, qualche fila dietro i borghesi sogghignano senza molto entusiasmo, in galleria alcuni poveri malconci piangono lacrime amarissime pensando a una cena tristemente simile.
Basta una sola immagine per illustrare come tutto sia relativo e come l’umorismo sia forse la forma di comunicazione maggiormente affetta dalla soggettività di chi guarda.
L’altro giorno, assieme alla mia pattuglia fedele, mi sono recato pieno di speranza a vedere “Basta che funzioni” ultima fatica di Woody Allen.
Ero al contempo un po’ scettico, lo confesso, dopo quasi un decennio in cui il regista aveva abbandonato la commedia per una serie di film di vario genere, tutti girati in Europa, in cui più che la sua vena satirica affiorava quella da satiro essendo in genere la trama ridotta a: “Entra in scena un’attrice con due pere enormi, varie ed eventuali”.
Per carità, non ho assolutamente nulla contro l’ostentazione pubblica della propria ossessione per la quarta misura coppa E, però chiedermi di finanziarla con 7 euro a botta mi sembrava eccessivo.
Sono stato abituato a vedere i film di Allen di solito in sale ammuffite e semivuote e sono rimasto effettivamente stupito dal vastissimo pubblico presente al secondo spettacolo di un feriale cominciando a temere una grossa sòla.
A dispetto di ogni triste presagio il film è onestamente divertente, veloce e sferzante con qualche distinguo.
Esistono infatti due categorie di persone che potrebbero trovare meno godibile la pellicola: i macachi urlatori e gli iper ironici.
Sui macachi non mi dilungo troppo perché confido sempre che l’evoluzione darwiniana li porti ad estinguersi quando si troveranno di fronte a cibo precotto con un’apertura troppo sofisticata, mentre facendo parte della seconda categoria qualche strascico amaro il film l’ha lasciato.
Il personaggio è un grandissimo rompipalle, super critico, convinto di essere meglio di tutto il mondo che lo circonda e che vive di megalomania… dopo un primo impulso verso una causa per plagio nei confronti di Allen mi ero riproposto qualche spunto di autocritica visto che costui vive solo, in preda al panico e prova diverse volte il suicidio.
Notando però che alla fin fine ha una casa in centro a New York, gli amici ancora lo stanno a sentire e porta a casa solo schianti di donne che lo venerano sono ritornato sui miei passi e aspetto le ninfette!
Sempre in campo cinematografico segnalo in chiusura una gran film di fantascienza: “district 9”.
Aldilà delle minchiate che potrete leggere sull’attualità del film in chiave di critica al mondo contemporaneo (se voglio farmi una coscienza faccio volontariato e non vado al cinema) l’opera è davvero valida e rinverdisce il filone dei film sugli alieni lattugoni fatti con due lire e tantissimo stile che dai tempi di “Starship Trooper” non trovava dei lavori degni di menzione.
Begli effetti, una trama che regge, poche vaccate sull’approfondimento della psicologia dei personaggi e un sacco di armi fichissime che friggono, mutilano, esplodono e vaporizzano. 7 e mezzo con la matta!
Ps
Ringrazio sinceramente le 15 136 persone che ad oggi hanno indugiato sui miei pensieri. Secondo i dati Istat, l’intero comune di Tarqunia si è baloccato leggendomi.. il motivo mi è sconosciuto ma grazie di cuore.
Ritorno in sala
Dopo un’estate annacquata dal lavoro l’arrivo di un autunno precoce (buffo pensare che la gente consideri giugno come estate e settembre come autunno quando è praticamente il contrario) ho riaffrontato la routine romana cercando di rinchiudermi il più possibile nelle sale cinematografiche con la malcelata speranza che l’audio alto potesse distrarmi dal fatto che la città si stesse ripopolando troppo rapidamente d bipedi color cuoio, tatuati, osteggianti le loro mutande.
Con un curioso slancio di ironia, proprio mentre si apre la stagione dei festival, le Major propongono alla visione del pubblico tutte le loro opere in cui il minutaggio del parlato non superi il 12% del totale a favore di botti ed esplosioni. Ghiotto boccone per chi, come me, pensa che il cinema espressionismo francese sarebbe motivo sufficiente per dichiarare guerra ai cugini d’oltralpe.
Per ricominciare a carburare avevo scelto due film particolari: “Drag me to Hell” del maestro Sam Raimi, desideroso di riscatto dopo l’agonia di Spiderman 3, e G.I. Joe che era stato indicato dalla critica USA come una sequenza ininterrotta di botti e teste che volavano.
Pensando che fossero più che sufficienti come contributo alla cinema stelle e striscie mi stavo approntando ad organizzare le serate quando la splendida metà di mio cugino fa scivolare sotto la porta dell’intelletto una richiesta legata a una passione giovanile..
“Ci sarebbe anche un altro film che mi piacerebbe vedere.. possiamo?”
Cedendo alle lusinghe di mio cugino che maliziosamente aveva comprato i biglietti in un cinema amico mi sono andato a ficcare nella più evidente delle trappole. Una nuova pellicola interpretata da Nicholas Cage.
Probabilmente è stupido anche dedicare un solo secondo in più di quelli interminabili richiesti alla visione ma “Segnali dal futuro” è un film di quelli che lasciano il segno.
La trama è facilissima: tutti dobbiamo morire. Possiamo fare qualcosa per impedirlo? No! Bene, allora passiamo due ore a fare faccette buffe per scoprire quello che tutti sanno: In un lasso di tempo sufficientemente lungo le aspettative di vita di ognuno di noi tendono a zero.
Aldilà quindi del film molto brutto in se, la riflessione verte sul fatto di come sia possibile che in una sola faccia immobile si riesca a concentrare il peggio del cinema mondiale.
Ci sono attori sinonimi di qualità, registi che comunque vada due ore te le fanno passare bene e che comunque vada non ti mandano mai a casa totalmente incazzato.
Personalmente nella mia lista dei buoni ci sono personaggi da cassetta, magari non super stelle ma quando leggo il nome di Michael J. Fox, Tennis Quaid e Tony Scott (non quel pallone gonfiato di suo fratello Ridley) sono sicuro che i 7 euro e mezzo sono investiti bene.. e poi c’è Nicholas Cage.

Per chi non fosse un accanito cinefilo (magari qui cinofilo sarebbe azzeccato) Nicholas Cage è quell’attore americano che presenta una singolare somiglianza con il pesce San Pietro e sullo schermo sprigiona la gioiosa espressività dei gargoyle di Notredame.
Altra caratteristica fondamentale di questo genio del male è essere la negazione vivente dei principi dell’ereditarietà. Nipote di Coppola (non di Neri parenti) Nic è indubbiamente la più grande prova, dopo Lalo ed Hugo Maratona, che gli studi di Mendel altro non erano che i vaneggiamenti di un frate ubriacone che avrebbe dovuto concentrasi più sulla sua dissolutezza che sui piselli lisci e quelli grinzosi.
Dopo tanta fiele è giusto ora addolcire i toni parlando invece di due bei lavori che mandano a casa felici gli spettatori.
G.I. Joe è sicuramente un film centrato. Trama molto efficace, 100 minuti di esplosioni culminanti nel crollo della torre Eiffel, e nessuna indulgenza verso il pubblico più giovane con una serie sublime di morti ammazzati molto male.
La produzione compie un notevole sforzo in termini di studio del mercato toccando i temi che più stanno a cuore al pubblico ossia decapitazioni con lame affilate e sexy donne ninja in tute di lattice attillate.
Ultimo in termine di recensione ma primo nel mio cuore è “Drag me to hell” film horror dei tempi belli, quelli in cui l’analisi psicanalitica del cattivo non solo non era richiesta ma nemmeno gradita. Nello specifico poi il cattivo è satanasso in persona per cui allo spettatore non resta altro che starsene seduto, se ci riesce, e godersi la malvagità gratuita del principe delle tenebre.
Anche qui la trama si compone di pochi ma solidi elementi: la biondina scema tipica, una maledizione zingara e un silos di liquidi corporali misti a bigattini (vermi) generosamente distribuiti per tutto l’arco della pellicola.
Il film diventerà un classico intramontabile del genere, proprio come “La casa” che tanti anni fa lanciò lo stesso Raimi come uno dei maestri del genere.
Di quella memorabile produzione ricordo solo che un amico di mia sorella portò la video cassetta per una serata in cui i nostri genitori non c’erano. Avevo 10 anni e penso di aver passato nell’armadio tutte le notti del mese seguente. Splendido
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