Parole sfuse che costano meno

Le donne vengono da Venere, gli uomini da Garbatella

Imprinting


Sono nato saccente e morirò saccente. Beh almeno sarò stato coerente.
Con queste premesse è ovvio che stare a sentire il prossimo per me sia un attività di scarsissimo valore aggiunto ma non tanto perché non apprezzi le persone che mi stanno intorno ed i loro suggerimenti ma tanto se ho ragione io che le ascolto a fare? E’ pragmatismo, non superbia.
I miei genitori ad esempio mi hanno sempre dato dei consigli eccellenti. Gli ho mai dato retta? Non mi pare. Se dovessi avere la benedizione di un figlio non sono certo che avrò la faccia tosta di dargli dei consigli visto che il suo vecchio non ne ha quasi mai seguito uno, gli chiederò solo di annotarseli e fossanche trent’anni dopo dirmi “avevi ragione tu” cosa che è inevitabile visto che riciclerò quelli dei miei che si sono rivelati tutti esatti.
In assoluto il migliore che mi è stato dato e che ho ovviamente disatteso mi fu dato il primo giorno di scuola (argomento forse già trattato) in cui papà mi spiegò l’importanza della prima impressione e di come l’idea che una persona di fa di te all’inizio in genere è un credito o un debito perenne.
Quel giorno sono tornato a casa con una nota del preside e con la mia prima pagina di aste fatta in fondo quaderno anziché al principio.. serve aggiungere altro?
Una persona che invece ha dato ascolto al suo vecchio e su questo ha costruito una carriera è Pedro Almodovar, versione spagnola dell’omino Michelin che invece di recensire ristoranti ha deciso di dirigere film. Ossequioso della dritta paterna ha profuso nei suoi primi lavori tutto il suo entusiasmo e la sua ironia, carpendo la fiducia della critica con belle opere per poi assestarsi su pellicole in cui mediamente i copioni li scrive un gatto che passeggia sulla tastiera e le inquadrature sono affidate a un manichino dell’Oviesse che nonostante tutto vengono celebrati come capolavori impedibili della settima arte.
Venerdì scorso, per l’unico motivo per cui un uomo eterosessuale accetta di pagare 7 euro e cinquanta per vedere un film di un regista non americano (non fate quella faccia, l’avete fatto tutti!!), mi sono recato a vedere “gli abbracci spezzati” rassegnato ma con una speranzella che covava visto che alla fin fine qualche film degli albori m’era pure piaciuto.
Per nulla maldisposto sono stato stuzzicato da un inizio davvero vivace e uno stile narrativo molto Hitchockiano che lasciava presagire chissà quali loschi sviluppi.
Uno sceneggiatore cieco rimorchia una gnocca sontuosa che lo ha aiutato ad attraversare e la sbatacchia come i tappeti alle pulizie di primavera.
Leggermente forzato ma mica male, penso fra me e me riflettendo che forse potrei provare a mettere dei vistosi occhiali scuri mentre passeggio, e mi lascio trasportate in una storia fatta di palleggi serrati fra passato e presente marchiati da tradimenti, delitti e lussuria.. tutto per i primi 25 minuti dopo di che il film naufraga nel letame come un bastimento dal timone rotto.
Dopo un terzo di film semplicemente la storia finisce e restano stanchi sessanta minuti di faccette e situazioni surreali con Penelope Cruz che mostra le tette con generosità ed allevia la noia morbosa fino al punto in cui il film finisce credo perché la produzione avesse terminato i fondi.
All’uscita un cartellone mi informava dell’uscita di un film sull’amicizia di Richard Gere e un cane.. almeno non sono andato a vedere il peggio su piazza.

Dicembre 2, 2009 Pubblicato da zemariani | Mariani Consiglia | | 7 Commenti

Lavori Dimenticati

Esiste una lista ben precisa degli argomenti di conversazione che è possibile ascoltare sui mezzi pubblici della provincia di Roma. Sono possibili piccole variazioni sul tema (una volta gli immigrati erano molisani o calabresi, adesso sono di poco più meridionali) ma sul tram numero 8 , già linea 3 e 13, una delle prime posizioni è da sempre occupata dall’annoso problema dei mestieri scomparsi.
Tappezzieri, falegnami, stagnari, ciabattini, sarti e spazzacamini, tutti spariti, tutti sostituiti da oggetti usa e getta che non si riparano ma si sostituiscono e il commento generale rimane: “una volta le cose erano fatte per durare, adesso è tutta robaccia di plastica”.
Eppure c’è un mestiere che le massaie in pedalini sformati e ciavatte di ciniglia dimenticano, forse perché sono abituate a fruire solo del prodotto finito senza curarsi della fatica necessaria a confezionarlo.. il mestiere del minatore nelle miniere di sale.
Purtroppo da anni i giovani si sono disamorati e non vogliono più imparare questo nobile ed antico lavoro, spinti dalle lusinghe di facili guadagni senza fare un cacchio di buono della loro vita sono finiti tutti a fare i critici cinematografici.
E’ giunto il momento in cui lo stato si assuma la responsabilità di preservare il patrimonio di conoscenza dei nostri artigiani e mediante un convincente lavoro di ricollocazione geografica (la parola deportazione è virata di connotazioni ingiustamente negative) si attivi per restituire queste pecorelle smarrite alla professione che la genetica ha assegnato loro. 15 ore al giorno in una grotta di salgemma con una torcia in testa ed un piccone in mano.
Se poi esistesse la necessità di stilare una lista di nomi il primo in assoluto sarebbe quello che per il corriere della sera ha recensito come “imperdibile, 4 stelle su 5” il nuovo film di Michael Mann “nemico pubblico”.
Mann nella mia scala dei registi è l’equivalente per gli attori di Nicholas Cage, un dispensatore di sòle senza euguali che per qualche motivo riesce sempre a trascinarmi in sala.
E’ difficile rimanere calmi di fronte a una bufala del genere ma proverò ad esprimere il concetto senza parolacce: colui che ha realizzato il trailer del film dovrebbe essere arrestato per truffa! Da quei 30 secondi il messaggio che emerge prepotente è di un gangster movie frizzante e senza pause mentre come al solito il film di questo scarso arruffapellicola è un sostituto naturale dei barbiturici. A mischiare Mann e whiskey si rischia di fare la fine della povera Marilyn.
Devo confessare di essere rimasto sorpreso dal taglio avventuroso e scandito che la nuova opera sembrava avere memore di non essere MAI riuscito a finire un film di Mann senza schiacciare almeno in pisolino ma stavolta l’impresa sembrava a portata di mano.. e invece no! Certo andare a vedere questo film al secondo spettacolo è saggio come girare per il ghetto di Jhoannesburg sventolando 100 dollari però un film con una valutazione degna del Padrino sembrava valere il rischio.
Quanta amarezza, quanta disillusione e soprattutto che grandissima rottura di coglioni. Per carità, bella la fotografia, belle le luci, belli i costumi.. però se devo fissare Johnny Depp espressivo come una teira che fa la boccuccia a culo di gallina senza muovere un muscolo del viso mi compro un bel poster e me lo metto in camera tanto mia madre ha perso da tempo le speranze di avere un nipotino.
Velo pietoso su Christian Bale che ha sicuramente un gemello visto che in qualche film sembra saper recitare ma in questo sicuramente no. Credo possa dipendere dall’alcool ma una cosa è sicura, se lo prende lui lo prendo anche io prima di entrare in sala almeno mi addormento allegro.
Nella categoria “Sepotevafameglio” inserisco “l’uomo che fissava le capre” che a dispetto del titolo non è proprio una commedia e in cui il buon Clooney fa sempre la stessa parte (Gorge NON sei ne Jimmy Stewart ne Cary Grant, stacce) mentre promuovo giocosamente “2012” se non altro per i 7 miliardi di morti fra cui il presidente del consiglio italiano schiacciato dal balcone del Papa.. una chicca per intenditori.

Novembre 18, 2009 Pubblicato da zemariani | Mariani Consiglia | | Ancora nessun commento.

Tutto è relativo

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In una delle più belle vignette mai disegnate da Quino (se non sapete chi sia andate in ferramenta, comprate 4 metri di corda e cercatevi un ramo robusto) è rappresentata la proiezione, in un cinema di una grande città, de “la febbre dell’oro” di Chaplin, in particolare la scena in cui per disperazione  il vagabondo arriva a mangiare una sua scarpa.
In prima fila i signori eleganti e le donne impellicciate ridono di gusto, qualche fila dietro i borghesi sogghignano senza molto entusiasmo, in galleria alcuni poveri malconci piangono lacrime amarissime pensando a una cena tristemente simile.
Basta una sola immagine per illustrare come tutto sia relativo e come l’umorismo sia forse la forma di comunicazione maggiormente affetta dalla soggettività di chi guarda.
L’altro giorno, assieme alla mia pattuglia fedele, mi sono recato pieno di speranza a vedere “Basta che funzioni” ultima fatica di Woody Allen.
Ero al contempo un po’ scettico, lo confesso, dopo quasi un decennio in cui il regista aveva abbandonato la commedia per una serie di film di vario genere, tutti girati in Europa, in cui più che la sua vena satirica affiorava quella da satiro essendo in genere la trama ridotta a: “Entra in scena un’attrice con due pere enormi, varie ed eventuali”.
Per carità, non ho assolutamente nulla contro l’ostentazione pubblica della propria ossessione per la quarta misura coppa E, però chiedermi di finanziarla con 7 euro a botta mi sembrava eccessivo.
Sono stato abituato a vedere i film di Allen di solito in sale ammuffite e semivuote e sono rimasto effettivamente stupito dal vastissimo pubblico presente al secondo spettacolo di un feriale cominciando a temere una grossa sòla.
A dispetto di ogni triste presagio il film è onestamente divertente, veloce e sferzante con qualche distinguo.
Esistono infatti due categorie di persone che potrebbero trovare meno godibile la pellicola: i macachi urlatori e gli iper ironici.
Sui macachi non mi dilungo troppo perché confido sempre che l’evoluzione darwiniana li porti ad estinguersi quando si troveranno di fronte a cibo precotto con un’apertura troppo sofisticata, mentre facendo parte della seconda categoria qualche strascico amaro il film l’ha lasciato.
Il personaggio è un grandissimo rompipalle, super critico, convinto di essere meglio di tutto il mondo che lo circonda e che vive di megalomania… dopo un primo impulso verso una causa per plagio nei confronti di Allen mi ero riproposto qualche spunto di autocritica visto che costui vive solo, in preda al panico e prova diverse volte il suicidio.
Notando però che alla fin fine ha una casa in centro a New York, gli amici ancora lo stanno a sentire e porta a casa solo schianti di donne che lo venerano sono ritornato sui miei passi e aspetto le ninfette!
Sempre in campo cinematografico segnalo in chiusura una gran film di fantascienza: “district 9”.
Aldilà delle minchiate che potrete leggere sull’attualità del film in chiave di critica al mondo contemporaneo (se voglio farmi una coscienza faccio volontariato e non vado al cinema) l’opera è davvero valida e rinverdisce il filone dei film sugli alieni lattugoni fatti con due lire e tantissimo stile che dai tempi di “Starship Trooper” non trovava dei lavori degni di menzione.
Begli effetti, una trama che regge, poche vaccate sull’approfondimento della psicologia dei personaggi e un sacco di armi fichissime che friggono, mutilano, esplodono e vaporizzano. 7 e mezzo con la matta!

Ps
Ringrazio sinceramente le 15 136 persone che ad oggi hanno indugiato sui miei pensieri. Secondo i dati Istat, l’intero comune di Tarqunia si è baloccato leggendomi.. il motivo mi è sconosciuto ma grazie di cuore.

Ottobre 4, 2009 Pubblicato da zemariani | Mariani Consiglia | | Ancora nessun commento.

Ritorno in sala

Dopo un’estate annacquata dal lavoro l’arrivo di un autunno precoce (buffo pensare che la gente consideri giugno come estate e settembre come autunno quando è praticamente il contrario) ho riaffrontato la routine romana cercando di rinchiudermi il più possibile nelle sale cinematografiche con la malcelata speranza che l’audio alto potesse distrarmi dal fatto che la città si stesse ripopolando troppo rapidamente d bipedi color cuoio, tatuati, osteggianti le loro mutande.
Con un curioso slancio di ironia, proprio mentre si apre la stagione dei festival, le Major propongono alla visione del pubblico tutte le loro opere in cui il minutaggio del parlato non superi il 12% del totale a favore di botti ed esplosioni. Ghiotto boccone per chi, come me, pensa che il cinema espressionismo francese sarebbe motivo sufficiente per dichiarare guerra ai cugini d’oltralpe.
Per ricominciare a carburare avevo scelto due film particolari: “Drag me to Hell” del maestro Sam Raimi, desideroso di riscatto dopo l’agonia di Spiderman 3, e G.I. Joe che era stato indicato dalla critica USA come una sequenza ininterrotta di botti e teste che volavano.
Pensando che fossero più che sufficienti come contributo alla cinema stelle e striscie mi stavo approntando ad organizzare le serate quando la splendida metà di mio cugino fa scivolare sotto la porta dell’intelletto una richiesta legata a una passione giovanile..
“Ci sarebbe anche un altro film che mi piacerebbe vedere.. possiamo?”
Cedendo alle lusinghe di mio cugino che maliziosamente aveva comprato i biglietti in un cinema amico mi sono andato a ficcare nella più evidente delle trappole. Una nuova pellicola interpretata da Nicholas Cage.
Probabilmente è stupido anche dedicare un solo secondo in più di quelli interminabili richiesti alla visione ma “Segnali dal futuro” è un film di quelli che lasciano il segno.
La trama è facilissima: tutti dobbiamo morire. Possiamo fare qualcosa per impedirlo? No! Bene, allora passiamo due ore a fare faccette buffe per scoprire quello che tutti sanno: In un lasso di tempo sufficientemente lungo le aspettative di vita di ognuno di noi tendono a zero.
Aldilà quindi del film molto brutto in se, la riflessione verte sul fatto di come sia possibile che in una sola faccia immobile si riesca a concentrare il peggio del cinema mondiale.
Ci sono attori sinonimi di qualità, registi che comunque vada due ore te le fanno passare bene e che comunque vada non ti mandano mai a casa totalmente incazzato.
Personalmente nella mia lista dei buoni ci sono personaggi da cassetta, magari non super stelle ma quando leggo il nome di Michael J. Fox, Tennis Quaid e Tony Scott (non quel pallone gonfiato di suo fratello Ridley) sono sicuro che i 7 euro e mezzo sono investiti bene.. e poi c’è Nicholas Cage.
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Per chi non fosse un accanito cinefilo (magari qui cinofilo sarebbe azzeccato) Nicholas Cage è quell’attore americano che presenta una singolare somiglianza con il pesce San Pietro e sullo schermo sprigiona la gioiosa espressività dei gargoyle di Notredame.
Altra caratteristica fondamentale di questo genio del male è essere la negazione vivente dei principi dell’ereditarietà. Nipote di Coppola (non di Neri parenti) Nic è indubbiamente la più grande prova, dopo Lalo ed Hugo Maratona, che gli studi di Mendel altro non erano che i vaneggiamenti di un frate ubriacone che avrebbe dovuto concentrasi più sulla sua dissolutezza che sui piselli lisci e quelli grinzosi.
Dopo tanta fiele è giusto ora addolcire i toni parlando invece di due bei lavori che mandano a casa felici gli spettatori.
G.I. Joe è sicuramente un film centrato. Trama molto efficace, 100 minuti di esplosioni culminanti nel crollo della torre Eiffel, e nessuna indulgenza verso il pubblico più giovane con una serie sublime di morti ammazzati molto male.
La produzione compie un notevole sforzo in termini di studio del mercato toccando i temi che più stanno a cuore al pubblico ossia decapitazioni con lame affilate e sexy donne ninja in tute di lattice attillate.
Ultimo in termine di recensione ma primo nel mio cuore è “Drag me to hell” film horror dei tempi belli, quelli in cui l’analisi psicanalitica del cattivo non solo non era richiesta ma nemmeno gradita. Nello specifico poi il cattivo è satanasso in persona per cui allo spettatore non resta altro che starsene seduto, se ci riesce, e godersi la malvagità gratuita del principe delle tenebre.
Anche qui la trama si compone di pochi ma solidi elementi: la biondina scema tipica, una maledizione zingara e un silos di liquidi corporali misti a bigattini (vermi) generosamente distribuiti per tutto l’arco della pellicola.
Il film diventerà un classico intramontabile del genere, proprio come “La casa” che tanti anni fa lanciò lo stesso Raimi come uno dei maestri del genere.
Di quella memorabile produzione ricordo solo che un amico di mia sorella portò la video cassetta per una serata in cui i nostri genitori non c’erano. Avevo 10 anni e penso di aver passato nell’armadio tutte le notti del mese seguente. Splendido 

Settembre 20, 2009 Pubblicato da zemariani | Mariani Consiglia | | 4 Commenti

Piccole soddisfazioni

Ho sempre provato una forte attrazione per i film di animazione. Per anni sono sgattaiolato nei cinema con qualche amico scemo quanto me, mischiandomi a turbe di piccoli bacherozzi a cui auguravo severe disfunzioni all’ipofisi per il loro baccano.
Il dover sempre litigare con vecchie nonne malate di gotta e i capelli turchini per non saper controllare il loro circo di bertucce  poi mi privava della sufficiente serenità per gustare lo spettacolo rendendo inutili i rischi che correvo abbandonando le aule universitarie o il posto di lavoro.
Poi è uscito “la città incantata”, ha vinto l’Orso d’Oro in Germania ed è passato il concetto che andare a vedere dei cartoni animati superata la pubertà non è per forza sintomatico di degenerazione sessuale , di essere Michael Jackson o entrambe le cose.
Per chi non avesse dimestichezza con le grandi manifestazioni della settima arte, di solito i film in cartellone a Berlino sono usati al posto cloruro di potassio per le esecuzioni dei pluriomicidi in Texas per cui l’affermazione di un film colorato e gioioso fu vista da molti come il primo segno dell’arrivo dei quattro cavalieri dell’apocalisse.
Da allora, con qualche fatica, riesco a farmi accompagnare da più amici in sala anche grazie al fatto che finalmente l’ultima proiezione utile non è più quella delle 16:30.
Proprio in virtù di questa estensione degli orari, nella giornata di venerdì, il mio cugino serio e posato megadirigente di multinazionale, quello che dorme sul divano dell’ufficio e che fa le teleconference la domenica di fronte alle linguine allo scoglio (ai molti non fregherà nulla, ma la tirata è dedicata all’interessato) mi fa: “frate’ andiamo a vedere Coraline in 3d?”.
Non m’è parso vero. Avevo perso il treno per la visione con gli altri sfaccendati e disperavo di avere una seconda occasione, tanto più che le critiche si erano rivelate tiepide ed ampiamente al disotto della mia fanciullesca eccitazione.
Cominciando dai titoli di coda.. il voto è altissimo, non 9 ma forse a 8 ci si avvicina senza grossi sforzi. Per me il film si piazza sicuramente sul podio assoluto nel 2009, primo staccato nella sua categoria e molto vicino al podio assoluto per l’animazione quindi se ne deduce che la famiglia Cutrì (autori delle succitate recensioni) di cinema non capisce una mazza.
La storia è molto gotica, con una piccola bambina insoddisfatta che migra in un mondo gemello in cui tutto è meglio che nella vita reale. Questo paese dei balocchi è un inganno intessuto da una “altra madre” che vuole divorare la sua anima per tenere la protagonista sempre con se.
Girato in stop motion (tipo i gatti Mio&Mao) il film è un’esplosione di luci e di colori.
Se Obelix era caduto nella pentola della pozione magica acquistando una forza senza fine, Neil Gaiman e Henry Selick (autore e regista) hanno attraversato l’atlantico in una tinozza di LSD rimanendo perennemente strafatti e riversando ogni goccia di allucinogeno nella pellicola.
Ogni scena è un’invenzione, ogni inquadratura una sorpresa. Tutto in una chiave assolutamente non convenzionale e sicuramente inadatta ai bambini (una madre che ti vuole cucire dei bottoni al posto degli occhi non è certo il viatico ottimale per una notte di sogni tranquilli). La tecnica del 3d aggiunge una spettacolarità non fine a se stessa ma utile a farsi trascinare senza riserve nel miglior altro mondo dai tempi di “Alice nel paese delle meraviglie”.
Chi non lo va a vedere al cinema perde uno spettacolo. Se poi non ci va perché danno le repliche dei Cesaroni in tv si merita Amendola come testimone di nozze che gli intona l’ave Maria di Schubert coi rutti.

Agosto 5, 2009 Pubblicato da zemariani | Mariani Consiglia | | 1 Commento

Scusa ma ti chiamo Silvan

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Contravverrò per la prima (e spero ultima) volta alla regola aurea che ha sempre guidato tutte le mie peregrinazioni nelle sale cinematografiche di questo mondo ossia: “Se vai a vedere un film che è dichiaratamente una puttanata, non hai il diritto di lamentarti se effettivamente lo è”.

A mia parziale discolpa posso solo dire che in uno dei due casi che sto per esporre, “Transformers 2” il difetto  del film è di essere troppo poco una porcata, almeno secondo i miei altissimi canoni estetici.

L’ultima fatica di Michael Bay ha il grandissimo difetto di voler mescolare i generi, ripercorrendo l’abominio dei nuovi guerre stellari in cui personaggi classici che tutti vorrebbero immutabili si mescolano a pupazzetti scorreggioni creati ad arte solo per venderne i peluche a bambini lordi di nachos e popcorn al caramello.

Transformers è semplicemente molto brutto, fiacco, con pochi e confusi botti. Ottimo per un martirio di espiazione grazie a trovate assurde tipo autovetture che piangono dagli spruzzini tergicristallo o piccoli robot affetti da priapismo che provano ad ingropparsi tutto quello che incontrano fra le ovvie e sguaiate risate del popolo di subumani che affollava la sala e commentava compiaciuto “Amo’ che tajo, mortacci mia!!!!!!!!!!!”.

L’unico pregio che posso riconoscere al film è che almeno non è “Harry Potter e il principe mezzosangue”.

Venerdì mi accingevo a partire per il mare per passare 3 giorni di morte apparente sommerso da linguine alle vongole quando ho ricevuto l’imprevista telefonata dell’amico Gepi che si è svolta secondo i nostri abituali standard comunicativi: “aho..?” “eh?” “andiamo a vedere HP?” “a Ge’ ma se non te ne è mai fregato un cazzo?” “tendenzialmente si, ma va Francesco a prendere i biglietti” “allora ottimo”. Solleticato da una serata apparecchiata ho fugato i miei dubbi per una pellicola tratta da quello che è secondo me il peggior libro della serie, sopendo le mie perplessità con la scusa di aver letto il tomo solo in inglese e per questo di non aver fondamentalmente capito una cippa di un opera di eccezionale vigoria e intreccio narrativo (cosa che a tuttoggi potrebbe essere comunque vera).

Il tarlo di avvicinarmi a una solenne bufala continuava a masticare la mia dura madre, riempiendomi di segatura il cranio, ma il sospetto ha assunto dignità di quasi certezza quando, entrando in sala, mi sono ritrovato a una convention di Gormiti e Winx che berciavano come macachi in amore avvertendomi che le prossime due ore e quaranta me le sarei vissute davvero male.

Raccontare il film è abbastanza facile. Questo episodio è eccitante quanto guardare crescere un ficus benjamin e scoprire dopo un po’ che è pure di plastica.

Per centosessanta interminabili minuti non succede assolutamente nulla a parte uno sbocciare di sacrosante polluzioni giovanili grazie a torme di adolescenti che limonano duro in ogni angolo del castello, una specie di Moccia in chiave magica. Se al posto di Harry o Hermione ci fossero stati Step e Baby dubito che sarei riuscito a notare la differenza, bastava mettere il ponte col lucchetto al posto delle bacchette e pozioni.

Il regista (o lo sceneggiatore) riesce nella mirabile impresa di eliminare tutte la parti interessanti del libro come trama, storie del passato o analisi dei personaggi per soffermarsi su un messaggio di grande importanza sociale: “anche ai maghi gli piace la patata”.
Tagliando tutta la storia, risulta ovvio che quando negli ultimi 11 secondi, il professor Python provi a dare un senso al titolo uscendonese non richiesto con un “sono il principe mezzosangue”  il commento non possa che essere: “esticazzi?”

Luglio 20, 2009 Pubblicato da zemariani | Mariani Consiglia | | 7 Commenti

La descrizione di un attimo

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Quando, rispolverando casa, mi imbatto in qualche prova dei miei studi passati, libretto o statino che sia, oltre che a rimanere basito come un esponente dell’homo sapiens possa avere la grafia di un pitecantropo, rimango esterrefatto al pensiero di aver sostenuto in qualche modo la bellezza di ventotto esami.

La sorpresa non nasce mai dalla difficoltà degli esami in se ma dalla consapevolezza dell’assoluto fancazzismo che ha contraddistinto i 7 anni meno impegnati della mia vita.

Culmine di quei giorni radiosi erano le telefonate alle 8 del mattino fra me e il futuro ing. Francesco Fiordoliva che invariabilmente si sviluppavano così: “(F) Aho!!; (I) Uh?; (F) Che stai a fa’?; (I) Mah, credo di avere lezione.. forse; (F) Io c’ho l’esame di meccanica razionale, ma tanto è inutile. Andiamo ai Kart?; (I) Eghelo!!!”.

A onor del vero non sempre le distrazioni non erano sempre così accattivanti (la pista dista solo 80 km da casa mia) però non ho mai faticato più di tanto a tacitare quello che restava della mia coscienza in nome della malsana soddisfazione di trasgredire ai nostri doveri per il sorriso di un amico.

Sono passati quasi 15 anni da allora, non sono diventato molto più adulto nel senso classico del termine però l’esigenza di mimetizzarsi in un mondo di persone serie ha diluito fino a renderle indistinguibili dal quotidiano quelle occasioni di lucida follia.

Ieri però, in un solo secondo, tre lustri interminabili sono spariti facendomi tornare ai giorni in cui tutto poteva succedere ed è bastata un micragnosa telefonata che sembrava emersa dal passato: “(F) Aho!!; (I) Uh?; (F) Che stai a fa’?; (I) Sto scrivendo un rapporto ma è roba da scimmie; (F) M’hanno invitato a una proiezione privata di un film di cazzeggio, ci sta una tigre e Mike Tyson, ce voi veni’?; (I) Eghelo!!!”.

Un permesso a recupero di tre ore ha funzionato meglio della leggendaria fonte della giovinezza vanamente inseguita da Ponce de Leon, scrollandomi di dosso, come briciole da una tovaglia, tutte le pastoie di una mattinata noiosa.

Il film in questione è “the hangover” e sarà senza dubbio un blockbuster grazie ad una storia classica ma sempre valida: festa d’addio al celibato a Las Vegas e disastri collaterali. Su di una così solida base si può costruire di tutto soprattutto se i mattoni sono costituiti da mafiosi cinesi, parecchio alcool, droga in sovrabbondanza, spogliarelliste e l’indimenticato campione dei pesi massimi Iron Mike.

Non posso garantire che il film possa riuscire gradito a tutti per alcune scene leggermente eccessive ed un linguaggio che farebbe arrossire un marinaio turco in un bordello del mar nero ma sono certo che se la pellicola avrà la fortuna di sopravvivere alla censura ed al doppiaggio diventerà un super classico alla Animal House.

 

Dedicato a Francesco, Gabriele e Sergio, senza i quali magari mi sarei laureato prima ma la vita avrebbe avuto un sapore più scialbo.

Vi voglio bene

Maggio 22, 2009 Pubblicato da zemariani | Editoriali, Mariani Consiglia | | 4 Commenti

Finalmente una doppietta!

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Erano mesi che le major non mi allettavano con una simile quantità di film di spessore  minimalista e quasi mi ero rassegnato ad aspettare l’estate per soddisfare la mia voglia smodata di sottoprodotto cinematografico.
Caso unico nel panorama del mercato della celluloide, dal 20 giugno in poi le case di distribuzione italiane svuotano i cassetti spargendo a piene mani capolavori che invariabilmente vedono protagonisti studentesse dai seni prosperosi, vampiri, lottatori di wrestling e zorro, possibilmente tutti insieme.
A chi bolla come “le solite iperboli da cazzaro” queste mie cogitazioni ricordo l’imminente uscita sul mercato europeo di “vampire lesbiche assassine”. http://www.lesbianvampirekillersmovie.co.uk/
A parte le legittime speranze per un’estate torbida segnalo la presenza nelle sale di due film per palati fini che soddisfano in pieno la nicchia di mercato “uomini mediamente non troppo giovani, goliardi, autoreferenziati e detentori di una spada laser” ossia io e mio cugino. Star trek e San Valentino di Sangue 3D!!!!
A onore della verità nella categoria merceologia ci starebbe pure l’amico Gepi ma non avendo lui l’arma Jedi può solo aggirasi ai margini della stessa senza varcarne la soglia senza ritorno.
Andando per ordine di proiezione, Star Trek è molto, molto buono. L’ultima fatica di quel matto scocciato (a Roma non vuol dire annoiato ma matto, nel senso “col cranio in cocci”) dell’autore di Lost ripercorre l’unico lasso di tempo ancora lasciato libero della vita del comandante Kirk e soci.
Con la paraculata dell’anomalia temporale il regista si inventa un mondo nuovo, ottimo per mille sequel, in cui una banda di adolescenti con febbri ormonali si impadronisce dell’Enterprise e la utilizza come ogni buon vitellone dovrebbe: far colpo sulle donne e  mettersi nei casini.
La scelta dei personaggi è molto accurata e la comparsata di vecchie glorie e di richiami alla serie originale (quella con adulti in pigiama che visitano mondi uguali al nostro ma verdi) lascia anche i fan più accaniti soddisfatti per un seme buono gettato in un terreno fertile.
Altro paio di maniche per “My bloody valentine”, remake in 3d di un B movie degli anni ‘80.
Solo una volta mi era capitato un horror che avesse osato la carta della terza dimensione, Nightmare V, la più grossa stronzata  da quando i fratelli Lumiere svilupparono la loro invenzione.
Questa volta invece il film fa centro collocandosi a buon diritto nell’empireo dei film più trash di tutti i tempi.
La trama è da manuale, un pazzo fa a pezzi la gente, punto.
Nessun fronzolo, nessun orpello narrativo come un’analisi delle motivazioni ma una sequenza interminabili morti spettacolose (memorabile la nana sollevata con un piccone e fritta nei neon), donne bone e parecchio nude ed effettacci speciali che esaltano la tridimensionalità come una vanga conficcata in bocca che taglia in due la testa della bionda di turno.
Cento minuti che scorrono come un fresco ruscello lordo di sangue e frattaglie lasciando il pubblico estatico e unito dalla consapevolezza di essere testimone di un punto di svolta del cinema verso mari senza ritorno.
Lo spettacolo è talmente coinvolgente da rendere quasi piacevole la calca di mandriani e relative giumente che affolla la sala condendo con sonore bestemmie ogni attimo di suspance e, solo per questa volta, dal farmi astenere dalla preghiera di pioggia di gas nervino sui vocianti bifolchi.

Maggio 19, 2009 Pubblicato da zemariani | Mariani Consiglia | | 2 Commenti

Ding dong, la strega è morta!

Si torna a parlare di grande cinema. Dopo un lungo silenzio legato all’innumerevole serie di bufale che mi sono sciroppato, mi sento di nuovo motivato a scrivere da un film che attendevo da tanto tempo: “Rockanrolla”!

La prima domanda di un pubblico distratto è sicuramente : “e che cacchio di film è?”.

La seconda altrettanto ovvia: “che c’azzecca col titolo del post?”

Mi rendo conto che la pellicola non sia stata pubblicizzata ai più come i dati auditel del TG1 sul terremoto però il tutto è dovuto ad un interminabile oblio dove il regista era sprofondato per colpa appunto della malefica megera.

Sto parlando del talentuoso Guy Rithcie  e di quella malefica scopa di saggina di sua moglie, Louise Veronica Ciccone ossia Madonna.

Prima di conoscere l’infame megera abruzzese Guy era un regista di genio. Aveva sfornato due gioielli di film “Lock&stock” e “The snatch” e si apprestava a diventare lo Scorsese degli anni 2000 quanto ad efficacia delle immagini ed innovazione del montaggio e delle storie.

Come ogni uomo di genio ha cercato la sua musa, il suo pomo dorato ed invece ha trovato una patata fradicia che per 5 anni non ha fatto altro che cornificarlo con tutto l’elenco A-L di Londra ed impoverire il suo talento obbligandolo a farla recitare nel remake di un film della Wertmuller.

A chi dovesse ritenere troppo astioso il mio giudizio sulla merciaia di Brooklyn faccio notare che a casa mia Madonna non è mai stata vista di buon occhio, forse per una certa spocchia snob che a onor del vero contraddistingue più i maschi delle femmine. Mi ricordo bene che quando usci il video di “Like a virgin” mi padre fissò lo schermo disgustato e disse: “che sciatteria, che voce mediocre, una così non andrà mai da nessuna parte”. Bel colpo papà, meno male che non fai l’astrologo.

Tornando al film, il voto assoluto è un 7+, il voto come film di genere è 8 tondo tondo.

Abbandonate le velleità di darsi un tono, Guy è tornato al genere che gli scorre nelle vene più dei globuli rossi. Il gangster movie.

Rockanrolla ha tutto, un cast fatto solo di cattivi, una trama complicata ma non troppo, un numero elevato di morti bizzarre, qualche bonazza discinta e un finale aperto ed accattivante. Montaggio e regia sono più conservative del passato ma non ci si annoia mai ed il climax è costantemente ascendente nell’attesa che tutti i fili della trama e dell’ordito si ricompongano in un quadro unico.

Difetto cronico del film è la sua assoluta incompatibilità col gusto femminile, o almeno delle donne che ho il piacere di ritenere tali, per cui se non avete un compagno di merende per questo genere di minchiate sarete condannati a vederlo nella clandestinità del vostro salotto.

Ben tornato Guy e come disse il Meandri: “Ma non era meglio se si nasceva tutti finocchi?”

Aprile 30, 2009 Pubblicato da zemariani | Mariani Consiglia | | 3 Commenti

A Natale siamo tutti più buoni.. e mo basta però

Nei miei vari deliri di onnipotenza fatti di lobby mondiali che tramano alle mie spalle non avevo mai annoverato la grande distribuzione cinematografica. Durante queste festività ho invece maturato la convinzione che le major americane, probabilmente ostaggio di bande di maoisti senza dio, puntino deliberatamente a proporre su piazza il peggio del peggio per avvelenare il periodo in cui la bontà alberga nei nostri cuori.

In appena 8 giorni sono riuscito a infiocinare tre porcherie di valore europeo che da sole basterebbero a completare il podio del 2008: Natale a Rio, the Spirit e Slumdog Millionaire.

Vanno fatti però dei solenni “distinguo”. Così come trovo delinquenziale uscire da film come “terminator contro zorro” lamentandosi per un’americanata, allo stesso modo chi si reca a visionare il classico film della premiata (da chi?) ditta De Sica sa in partenza che bene che gli può andare sono ottanta minuti di gente che si tira la cacca, gonfia palloncini con i peti e si agguanta i genitali al grido di “mortaci vostra!!!!” per cui è vietatissimo esporre commenti negativi.

Da parte mia posso solo essere grato ai miei compagni di sventura che da quasi 20 anni condividono con me il trittico calcetto-mcdonald’s-film parecchio brutto e che anche quest’anno hanno bevuto assieme l’amaro calice con affetto e spirito di squadra.

Giudizio molto più severo invece per le altre due pellicole del terno della disgrazia.

Cominciando con The Spirit, la domanda che mi pongo è: può un film realizzato dal miglior autore di fumetti vivente, basato su un personaggio creato dal miglior autore di tutti i tempi e pieno di una parata di scoscione seminude da primo premio essere una stronzata pazzesca? Laconicamente rispondo: si.

Scusandomi con me stesso per il giudizio troppo edulcorato dell’opera non riesco davvero a comprendere cosa possa spingere un adulto ancora in possesso del lobo frontale del cervello a creare novanta e passa minuti di una storia spessa (e unta) come la carta marrone della pizza, con dialoghi che farebbero passare Fabri fibra  per Hemingway e con effetti grafici palesemente realizzati con un Commodore Vic20 con almeno metà della tastiera inceppata. Unico punto luminoso in un lungo tunnel agonizzante, le natiche, giustamente esposte per tutto il tempo possibile, di una Eva Mendes davvero in forma strepitosa.

Ultimo in lista “Slumdog Millionaire”, ultima fatica del regista che ci ha regalato Trainspotting e 28 giorni dopo, Danny Boyle e dovrebbe ritornare serenamente ai tossici e agli zombie d’inghilterra piuttosto che dedicarsi ai diseredati del Gange.

Circa una settimana fa mi trovavo in tournee (chi non gioca a guitar hero forse faticherà a comprendere) a casa del mio amico Gepi e ci interrogavamo sulle possibilità di svagarsi con una sana vaccata in stile “Madagascar 2” quando la telefonata del terzo componente della band, Francesco, ci richiamò ad una spiccata sensibilità natalizia per vedere un film d’autore sui drammi dell’India. Glissando sul fatto che Fra abiti a piazza Bologna, Gepi al Torrino e che il cinema da lui scelto sia salomonicamente a detta sua a metà strada ossia a via nazionale (3,1 km contro 12,8) posso solo dire che non guarderò mai più IMDB per capire se un film è buono o meno. 8.2 di valutazione, meglio di Casinò, allo stesso livello di Goodfellas e poco sotto il padrino parte seconda, è un voto da questura centrale che potrebbe essere serenamente ricondotto a un 6 stiracchiato che stramazza nel 5 per un finale ammorbante.

L’opera di se ha qualche spunto buono, come i flashback che spiegano come tutte le risposte del quiz a cui partecipa il protagonista abbiano caratterizzato la sua vita fatta di violenza e miseria, e troppi, troppi punti di stanca.

La prima mezz’ora (quella buona) è copiata para para dal capolavoro assoluto del genere, ossia “la città di dio”  e il resto del film mi ricorda una versione al curry di “nu’ jeans a ‘na maglietta” con tanto di canzoni, balletto, o malommo scurnato e pentimento del fratello fedifrago.

Amareggiato da quest’ennesima sòla della critica cinematografica mi rimane solo da sperare in un 2009 fatto di pistolettate, supereroi sgargianti che radono al suolo montagne e un film in cui Bruce Willis ci salva a tutti come tante volte ha gia fatto in passato.

Dicembre 30, 2008 Pubblicato da zemariani | Mariani Consiglia | | Ancora nessun commento.