La palla è rotonda
Parecchie volte in passato mi sono trovato a scrivere di quella che è a tutti gli effetti la mia “Royal Family”, i Lefévre.
Usando la parola “Reale” non intendo né reali all’inglese con tanto di corna, figli degeneri alcolizzati\neonazisti e eredi con la consistenza morale di una sputacchiera da bordello né reali all’italiana curiosamente caratterizzati dalle stesse qualità dei cugini d’Albione.
Famiglia reale perché fra un ramo ed un altro è amica di tutti, è presente ad ogni avvenimento sociale che si rispetti ed alla fine le loro sorti sono di pubblico e diffuso interesse perché senza di loro non sapremmo davvero cosa fare.
Come ogni monarchia che si rispetti, la famiglia Lefévre è pronta a dare supporto e consulenza appassionata su ogni aspetto dello scibile umano ma dovendo fare una lista di competenze al primissimo (o all’ultimo a seconda della severità di valutazione) c’è il calcio.
Di quattro fratelli che portano questo cognome, Saverio, Paolo, Stefano e Fabrizio, spero di poter vantare l’amicizia di almeno i primi tre che, come in un copione ben assortito, incarnano totalmente le anime della mia formazione calcistica: Paolo il laziale, Stefano lo juventino e Saverio il romanista.
Ora dimenticate tutto quello che credete di sapere sugli sfottò, sulle chiacchiere da bar e sulla banale rivalità fra tifoserie perché nel caso in oggetto parliamo di veri e propri professionisti.
Per farvi forse capire di cosa stiamo parlando, considerate che dal 1990 in occasione delle partite di coppa della Juve il menù a casa di Stefano ha sempre dovuto comprendere, pena la certa sconfitta, i famosissimi “supplì imbattuti” della rosticceria di San Francesco a Ripa e che senza l’ostensione all’adorazione dei tifosi della sciarpa autografata “Totò Schillaci gol” non si procedeva alla sintonizzazione del canale.
Ho passato anni ad ascoltare che la juve avrebbe potuto considerare un offerta di Totti e 20 miliardi per Montero, di “Quanto è forte Pessotto”, del fatto che Moreno Torricelli fosse il più grande talento espresso dal calcio italiano e che Moggi e Bottega stessero al calcio come Mazzini e Cavour all’unità d’Italia.
Non avendo Paolo figli della mia età (sono cresciuto giocando assieme ai rampolli degli altri due) l’influsso nefasto della lazialità l’ho vissuto poco anche perché, era Cagnotti a parte, difficilmente Paolo trovava gli argomenti e i risultati per fronteggiare gli scatenati fratelli per cui il peso maggiore della Triade è sempre ricaduto sul giallorosso Saverio.
Conosco Saverio dal 1978.. ossia da trenta anni suonati. La famiglia Cesaretti-Lefévre è orgogliosa titolare di una delle più belle librerie antiquarie del centro e la passione per la cultura di mia madre (invero tramandatasi scarsamente alla generazione successiva) mi portava in questo tempio dello scibile ben prima di sapere che il mio primo amico si scuola fosse nipote dello stesso Saverio e figlio di Stefano.
Nel mio immaginario Saverio è una sorta di Dorian Gray romanista. Dopo quasi un quarto di secolo, sono pronto a giurare che non sia di una virgola e sono certo che nascosta in qualche soffitta ci sia una bandiera della magica che invecchia al posto suo sotto il peso delle sue predizioni non proprio sempre centralissime.
Sebbene egli sarà da me ricordato in eterno per perle del calibro di “Aldair dovrebbe aprire un negozio con scritto ”Vendo Classe”” o “No, al derby non credo di andare. E che pago per vedere gli allenamenti?” o per la festa a base di vino bianco e porchetta offerta a chiunque passasse nella strada appositamente chiusa per festeggiare lo scudetto del 2001, sebbene tutto questo, la cosa che forse lo rende famoso al popolo tutto è l’esposizione del “curriculum”.
A dispetto del significato banale e scontato della parola il “curriculum” è un documento a sfondo mistico, probabilmente dettato dall’arcangelo Michele in persona, e contiene le previsioni di Saverio per il campionato che sta per incominciare. Come le pergamene del mar Morto o le centurie di Nostradamus è un manoscritto avvolto da mistero ed a metà strada fra arte divinatoria ed estasi bacchica. Al pari dello scioglimento del sangue di San Gennaro, la sua pubblicazione è attesa con impazienza dai frequentatori del negozio e il suo ritardo è sempre preso come presagio di sventura.
I “commentari” al curriculum potrebbero tranquillamente riempire le stanze della biblioteca di Alessandria e poco importa che in tutta la storia dell’oracolo non abbia mai visto la Roma fuori dai primi due posti o la Lazio lontano dagli ultimi tre.
Come ogni grande profeta che si rispetti Saverio è spesso inviso ai cinici e alla gente che risponde con la ragione alla fede e proprio uno di questi razionalisti si è macchiato del peggiore peccato possibile.. quello di blasfemia. Preoccupato per questa mancaza di fede e rispetto per i mistici mi appello alla popolazione del centro perché si mobiliti onde evitare che alla prossima festa dello scudetto, accanto alla statua di Giordano Bruno in campo de’ fiori ci sia quella di Saverio Lefévre.
Di seguito riportiamo fedelmente l’oltraggio e ci chiediamo dove mai sia finita la magia del natale in questo mondo fatto solo di numeri e non più di poesia.

Cocenti Disfatte
La partita di oggi verrà ricordate nei secoli dei secoli come il più brillante esempio di autocastrata mai prodotto su un campo di gioco.
Le premesse per fare bene c’erano tutte. Una amichevole di appena un mese fa in cui avevamo dilagato, degli avversari scarsi, astiosi e goffamente cattivi, una magnifica pioggerella inglese che tonificava i muscoli affaticati dalle corride notturne dei nostri giocatori di maggior talento e fascino.
La mia giornata era cominciata come meglio non si poteva, col biglietto per la partita della Roma in una mano e la spesa per un pranzo stuzzicante nell’altra. Ero arrivato al campo con un anticipo inquietante, quasi 30 minuti, in maggior parte dovuto ad una sibillina mail del mister che dava appuntamento al campo alle 10 e 50 per cui avevo dato per scontato che la partita fosse alle 11…Questo errore marchiano era stato commesso grosso modo da tutti perché alle 10 e 36 lo spogliatoio era gremito di giocatori sonnacchiosi, brutalmente strappati alle braccia di Morfeo.. alcuni, come il Vese, erano caduti dal letto e s’erano presentati direttamente in pigiama, altri come il Cecca c’avevano un segno del cuscino in faccia che manco la cicatrice di Harry Potter e tutto in nome di una doppietta (notturna)degna di Paolo Rossi nella semifinale con la Polonia.
Della partita posso dire poco.. schierato accanto all’unico, vero e fortissimo centrale che conosca, Marco Pieri, ho passato il primo tempo a seguire per il campo un’odiosissima punta avversaria tanto scarso quanto cattivo che non faceva altro che lamentarsi, aggrapparsi alla maglia (a me poi, che c’ho la mobilità di una bitta del porto di oblia) e gettarsi per terra rantolando e invocando i sacramenti per una morte imminente.
La predominanza era schiacciante, mai un rischio corso a parte un colpo di testa, la palla costantemente nella loro trequarti e parecchie palle sprecate per eccesso di foga.
Uscito alla fine della prima frazione di gioco con il punteggio incredibilmente fermo sullo 0-0 mi sono accomodato in panca per dare manforte ai compagni. Dopo altre due palle gol enormi fallite ho pensato fra me e me di poter fare la doccia in tranquillità per poter poi godere del trionfo nei minuti finali.Non passano nemmeno 3 minuti e le mie abluzioni vengono interrotte dall’esultanza dei puzzoni… col sapone negli occhi santifico il calendario pensando a un pronto riscatto… altri 5 minuti e nuovo boato seguito dall’ingresso di Caramanna negli spogliatoi che ci comunicava (questo ho capito fra un rantolo avvelenato e una valanga di insulti degni della curva del Galatasaray) la sua espulsione per fallo grave e il concomitante 2-0.
Il resto della partita l’ho visto, ma non mi ricordo molto.. direi che abbiamo mollato per frustrazione di un risultato incredibile con una squadra che il mio amico Tilesi definirebbe “de pippe ar sugo” e che ci ha infilato altre 3 pere negli ultimi minuti.
Risultato finale: un 5-0 che porta la nostra differenza reti a un sontuoso 1-12 degno della cremonese di Luzardi.
Con i prossimi o vinciamo o finiamo carcerati.. vedete un po’ voi
Francesco aveva ragione
Francesco è un amico di lunghissimo corso. Dopo una onorata militanza in tribuna Monte Mario, tre anni fa, Francesco si è abbonato in distinti con noi.
In tre anni Francesco sarà venuto allo stadio otto volte.
Comincio a pensare che Francesco abbia sempre avuto ragione.
Misantropo assoluto, solo due grandi passioni mi costringono a vincere la mia nausea per il popolaccio boia: il cinema e il calcio.
Mentre però rimango fermamente convinto che le casse dei cinema dovrebbero essere presiedute da infermieri che con siringhe di botox paralizzano le corde vocali delle scimmie urlatrici che frequentano le sale (indipendentemente dall’ubicazione dello schermo o dalla presunta “nobiltà” del film) al calcio avevo idealmente concesso la patente di porto franco in cui ognuno aveva diritto alla propria opinione in nome di un amore comune.
Purtroppo la folla ha tutte le prerogative del bestiame. Sfamalo e non proferirà verbo, bastonalo fra le corna e ti seguirà dove gli indichi, azzardati a lasciargli dieci metri di cavezza libera e ti ritroverai un manzo alla guida della trebbiatrice.
Sono bastati tre anni di vacche in soprappeso, nemmeno grasse, per generare uno scadimento totale del tifo giallorosso.
Da popolo appassionato e incondizionatamente devoto (vojo di’, che pretese avremmo mai potuto avere con Stefano Pellegrini e Silvano Benedetti?) ci siamo tramutati in uno sparuto gruppo di neghittosi finti esperti di pallone. Anno dopo anno i vuoti accanto a noi allo stadio sono aumentati per essere saltuariamente riempiti dalla peggior specie di cacacazzo di ogni estrazione sociale.
Ormai l’esperienza me li fa annusare a venti gradinate di distanza contraddistinti da segni inoppugnabili al pari dello zaino Invicta o le ciabatte Champs che ti farebbero riconoscere un italiano anche in mezzo alle lamiere di un treno deragliato.
I parametri sono sia estetici che comportamentali e, come ogni etologo scrupoloso, ho cominciato ad annotarli mentalmente per poi tracciare il profilo zoologico della nuova specie.
Come tutti gli animali sociali il frequentatore occasionale si muove in piccoli branchi per sfuggire ai predatori che nella sua mente affollano le pericolosissime zone antistanti all’olimpico. Raramente acquista il biglietto (“ma che sei matto? Si vede tanto bene in tv”) per cui la sua presenza di solito è frutto di qualche lascito testamentario, di piccoli regali da parte di uscieri corrotti o premi di raccolta punti barattati al mercato.
Per sentirsi vero Ultras sceglie sulle bancarelle antistanti la “Palla” delle incredibili maglie tarocche che farebbero vergognare Moira Orfei per la pacchianaggine dei colori e le sfoggia senza ritegno sopra tre strati di vestiti ed acquisendo la leggiadria di un cosmonauta a passeggio sulla Luna.
Per sfruttare al massimo l’effetto “avventura” spesso si fa accompagnare dalla sua ragazza in modo da poter mostrare il lato selvaggio che è solo sopito sotto il gilet verde di cassiere del Todis ma che da un momento all’altro potrebbe portare pianto e stridor di denti nel reparto casalinghi.
Al primo coro, sempre per dimostrare che è un vero curvaiolo strappato alla giungla del tifo organizzato solo dall’amore per la pace domestica, si getta all’inseguimento ripetendo con mezzo secondo di ritardo quello che sente a destra o sinistra provocando un bizzarro effetto satellite di sfasamento acustico.
Alle prime difficoltà il gaglioffo, non capendo nulla di calcio e conoscendo grosso modo meno della metà dei giocatori in campo, trova un bersaglio facile e comincia ad insultarlo per tutta la partita indipendentemente dal fatto che il malcapitato sia responsabile del risultato.
Quando tutto sembra perduto, invece di incitare e sostenere, si lascia andare a frasi come: “ma si, non rimeritano nulla. Magari ne prendiamo sette!!”.
Domenica mi è sfuggito di risposta un “magari il cazzo!” però tutto è finito li.
Il fatto che io abbia da tempo perso la pazienza con questo anello di congiunzione fra l’asse del water e l’orango di per se non sarebbe molto indicativo visto che spesso riesco ad innervosirmi anche con oggetti inanimati e creature immaginarie. Parecchio più grave il fatto che alcuni dei miei amici di lunga militanza e dal carattere riflessivo e placido meditino aggressioni preventive facendo proprio il motto aureo “chi mena per primo, mena due volte” denotando una saturazione emotiva che più volte ho denunciato in altri post.
Alla fine di tutto, proprio quando la stanchezza in una giornata di noia avrebbe premuto per farmi stare a casa ho sentito il giovane Pippo in partenza per Londra e mi ha detto: “partirò mercoledì mattina e tornerò giovedì mattina dormendo all’aeroporto.. pensavo se ne valesse la pena.. ma per la Roma ne vale sempre” ed ho capito che in fondo ha davvero ragione lui ed ho sorriso.
Varie Amenità
L’ultimo post del mese più prolifico della storia del blog sarà dedicato ad argomenti vari, a macedonia, come si addice a un frigo che si svuota in vista delle ferie.
Innanzi tutto esprimo la soddisfazione per il nuovo posto di lavoro. Sono bastati due mesi per vincere la diffidenza dei colleghi e il tuttologo ha agguantato il ruolo che gli compete in una grande azienda.
L’open space risuona quotidianamente di “Emi’ tu che sai tutto…” Gongolo tronfio come Custer a Little Big Horn tre ore prima di scoprire la fregatura.
Venerdì, a questo incipit che tanto mi inorgoglisce è seguita la domanda: “ma che cosa deriva “ma che credi che vengo dalla montagna del sapone?””
Li per li sono rimasto un po’ spiazzato, alla fine esistono mille modi di dire di cui conosciamo il significato ma di cui ignoriamo l’etimo come “tira ‘na Gianna” o “E’ un cavolo e tuttuno” per cui con diligenza mi sono messo a studiare ed ho scoperto che il detto è molto meno antico del previsto.
“La montagna del sapone” è il nome popolare che aveva prima della guerra il quartiere di Primavalle, in Roma. Quando Mussolini fece radere al suolo mezzo borgo pio per realizzare via della conciliazione gli abitanti furono trasferiti nella zona periferica con la promessa di casa adeguate e molto confortevoli trovandosi invece in una borgata degradata e priva di servizi. Da allora venire da la, dalla montagna del sapone appunto, e sinonimo di fesso che si fa fregare.
Dopo questa perla di saggezza popolare (pregando chiunque avesse chicche del genere di inserirle a commento del post) aggiungo solo uno stanco commento in chiusura degli europei.. chi se ne frega di chi ha vinto. Avevo futili motivi per parteggiare per entrambi solo che mentre dei tedeschi avevo comunque soggezione ora dovrò subire le assurde vanterie dei cugini iberici col rischio di dovermi togliere la vita se Capello riuscisse nell’impresa di portare Albione sul tetto del mondo fra 2 anni.
A chiusura alcuni scarni commenti cinematografici, su tre zozzate che ho visto di sguincio incastrandoli fra una partita e l’altra.
Sex & the City è semplicemente molto triste. Vedere quattro tardone che fanno le giovani dimenando le natiche m’ha colmato di amarezza. Come in tutti gli adattamenti gli sceneggiatori hanno voluto (provare a) dare profondità ai personaggi privandoli della frivolezza che aveva reso irresistibile la serie. Se voglio vedere una cinquantenne depressa me ne vado alla SMA e non a New York.
Seconda piazza per “la notte non aspetta” esordio come sceneggiatore di uno degli scrittori più dotati del secolo, James Ellroy.. jimmy, torna a scrivere va..
Film onesto, senza molte pretese , che fa il verso a capolavori del genere come Training days e tutta la serie sulla pula corrotta di LA (non a caso tratti dai capolavori del succitato James). Nota di demerito per Keanu Reeves nei panni di un giustiziere carico di rabbia e centrato nella parte come la fatina dei dentini in un’orgia fetish.
Fuori dal podio “la setta delle tenebre” con Liucy Liu che impersona una vendicatrice vampira intenta a sterminare una combriccola di suoi consimili che vanta ben un garagista, un tetraplegico, una gnoccona e un liceale dal petto glabro.. solo spiraglio di luce una serie di nudità gratuite e di pummarola sparsa a mestolate sul set.
Il film accampa una seria candidatura come cazzata dell’anno anche se di solito il mese di agosto ha sempre in serbo qualcosa di imbattibile e “the bogeyman 2” promette molto bene.
Buon gelato a tutti!
Ps
Ringrazio i collaboratori del blog che mandano materiale scovato chissà dove. Dopo la foto bucolica del Santo Padre, finalmente spiegato il significato del discorso: ”Sono un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore”, ecco un nuovo scoop che ci illustra il volenteroso pastore che cerca di arrotondare facendo il tassista abusivo.
Mezzaluna calante
Un brevissimo post per commentare l’iniqua sconfitta della luna crescente per mano del fiero alleato germanico.
Il calcio è specchio della vita, perciò è ingiusto.
Comunque, alla fine, ha sempre ragione Gary Lineker che per spiegare l’essenza del calcio disse:
“Football is a game for 22 people that run around, play the ball, and one referee who makes a slew of mistakes, and in the end Germany always wins”
Vangelo..
Adesso il mio cuore è diviso fra una nazione di fratelli il cui capocannoniere ha la moglie spogliarellista che gli fa da manager e un’altra che ci ha regalato la birra, i wurstel e le turiste di facili costumi.
Dilemma.
Ps
Segnalo un sito di geni che racchiude solo grandi perle di calcio scritto
Natale viene 2.5 volte all’anno
Tanti auguri a tutti!!!
Sabato mattina mi sono svegliato con una strana eccitazione addosso. Ho guardato fuori dalla finestra, temperature bassina e clima incerto, la lusinga di mangiate faraoniche, mi sono detto: “Cacchio, ma che è già Natale?”.
Poi la mancanza del calendario dell’avvento sul mio comodino mi ha svelato la verità; SONO COMINCIATI GLI EUROPEI.
Sedici nazioni e quattrocento uomini di tutti i colori, razze e religioni, gonfi di testosterone come canotti che si confrontano, si danno una barca di mazzate ma che alla fine si danno pure la mano. Che meraviglia.. ma che cazzo l’hanno fatto a fare il vertice FAO a Roma ‘sti giorni?
Per evitare a tutti gli amici di dover inventare scuse dell’ultima ora e a tutte le loro splendide compagne di ricevere meschine bugie o sguardi pieni d’odio pubblico volentieri un estratto delle partite più golose per poter programmare ad altra data la spedizione punitiva da IKEA per comprare i portalampada in vinile che si intona tanto bene con le tende..
Calendario
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Lunedì, 9 giugno 2008 |
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5 |
Zurigo |
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6 |
Berna |
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Martedì, 10 giugno 2008 |
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7 |
Innsbruck - |
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Mercoledì, 11 giugno 2008 |
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9 |
Ginevra |
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Giovedì, 12 giugno 2008 |
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11 |
Klagenfurt |
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Venerdì, 13 giugno 2008 |
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13 |
Zurigo |
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14 |
Berna |
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Sabato, 14 giugno 2008 |
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15 |
Innsbruck |
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Domenica, 15 giugno 2008 |
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18 |
Ginevra |
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Martedì, 17 giugno 2008 |
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21 |
Berna |
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22 |
Zurigo |
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Mercoledì, 18 giugno 2008 |
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24 |
Innsbruck |
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PS
La stima di 2.5 Natali l’anno è stata calcolata da una equipe di scienziati di rango internazionale (io) tenendo conto di:
- 1 festività religiosa istituzionale
- 1 asta del fantacalcio
- 0,5 inizi di competizioni internazionali di rango (mondiali ed europei)
Ancora non ho trovato un perché
Questa è solo una nota a margine del post in cui provavo ad analizzare il mio (nostro) essere della Roma.
Fossimo stati una qualsiasi squadra di calcio ieri el Gardenero avrebbe rotto il naso a Materazzi con una gomitata, agguantato il pallone, lo avrebbe messo sul dischetto e ribaltato la porta chiudendo il campionato con un rigore farlocco ma non sarebbe stato nel nostro stile.
Una domenica di tranquillità, magari velata da un sorrisino amaro figlio delle occasioni buttate al vento, sarebbe stato un regalo troppo importante per la psiche malandata di un romanista che credeva di averle viste tutte.
Invece agli undici metri si è presentato l’unico giocatore più sfigato di noi, bandiera di una squadra che della nostra iella ha fatto uno stile di vita ma senza la nostra connotazione goliardica. Gente che da sei mesi si piange addosso per uno scudetto stravinto che ancora potrebbe portare a casa senza sforzo, gente che invece di festeggiare l’anno passato s’è fatta sbattere in faccia la coppa con le orecchie dai dirimpettai, gente che ha perso un titolo giocando 11 contro 1 in uno stadio olimpico che tifava per loro, gente allenata da una pazza isterica meshata con gli occhi a palla (non si capisce se per ipertiroidismo o per la sciarpa troppo stretta) e con un presidente che è la versione ricca del cavallo orazio, gente triste che facendo fede al proverbio non viene aiutata dal cielo.
Quindi ci ritroviamo al punto di partenza, anzi a un punto dall’arrivo, con sette giorni per sognare e fantasticare di quanto siamo forti e quanto ci meritiamo uno scudetto che ci verrà rapinato senza ombra di dubbio. Sette giorni di caroselli per un titolo che non abbiamo vinto e sette giorni per spiegare complotti cosi fantasiosi che in confronto l’assassinio di Kennedy e l’Area 51 sembrano le trame della recita di fine anno alla primina. Sette giorni di pressione minima a 290 e di pulsazioni col ritmo frenetico delle ali di una mosca intrappolata in un pugno.
Ci rivediamo fra sette giorni, con un tricolore sul petto o con un buco nel cuore da riempire gridando comunque di quanto sia bello “esse’ da a roma”
PS
Alemanno, non ti sognare di mettere i maxi schermi altrimenti sta cazzo di tirata scaramantica a che serve?
Don Emilio de la Mancha #2
La visita di lunedì mattina a Salamanca si tinge di giallo quando il Vese cade nella mia astuta trappola. L’università vanta una facciata completamente piena di fregi e statue fra cui si nasconde una piccola rana. A chi la trova senza aiuto la sorte regala fortuna e il matrimonio entro l’anno. Tacendo questa seconda parte porto l’inconsapevole giovane di fronte al monumento e in nemmeno 8 secondi Gianluca esclama contento “trovata!!!” Al rivelarsi del suo fato farfuglia frasi sconnesse invocando la stupidità delle tradizioni popolari facendo ricorso a un pragmatismo che davvero non gli conoscevo, affascinante.
Il tour di Salamanca prosegue con la plaza mayor, unica in tutta la Spagna ad essere istoriata con l’effige del Caudillo Franco assieme a quelle dei re del passato, con la basilica e il belvedere che presentano l’inconveniente di parecchie rampe di scale, magari un tempo facilmente percorribili, ma che si rivelano quasi inespugnabili per i nostri fegati affaticati dall’ultima scoperta culinaria del luogo: riccioli di cotenna fritti nello strutto con un valore energetico sufficiente per portare in orbita un modulo dell’erigenda stazione spaziale.

In preda alle allucinazioni da colesterolo partiamo alla volta di Madrid dove ci attende il primo rinforzo della brigata, l’avvocato Daniel Giudice, stimato penalista di cui non è escluso potremmo avere bisogno. Piccola tappa intermedia la deliziosa cittadina di Avila, una delle ultime fortezze a cadere all’invasione moresca e luogo elettivo di soggiorno di una miriade di cicogne festanti, fosse questo il destino che la magica rana ha predisposto per Gianluca?
L’arrivo in capitale è più problematico del previsto perché il signor Vesentini, ingegnere in telecomunicazioni, si rapporta al navigatore satellitare come le scimmie attorno al monolite di “odissea nello spazio” riuscendo nella complessa impresa di portarci in “via dell’aeroporto” anziché al terminal 1 dove dovremmo riconsegnare il veicolo.
Una volta chiarito l’equivoco ci imbarchiamo sulla lussuosissima metropolitana madrilena (12 linee urbane, più tre extra, mortacci dei sindaci di Roma) alla volta dell’Hotel Intercontinental, moderna reggia barocca a due passi dallo stadio prenotata grazie ai buoni auspici di una premiata coppia di amici viveures, Rea&Caramanna.
Ricongiunti a Daniel in una stanza addobbata come il caravan di Moira Orfei ci lanciamo all’inseguimento della tanto citata “movida”. Il fatto è che però è lunedì sera, è quasi mezzanotte con temperatura vicina allo zero per cui i gaudenti abitanti della capitale sono ampiamente sotto le pezze quindi non ci rimane che compiere una mezza maratona non competitiva per le vie semideserte del centro per poi rientrare con un pizzico di mestizia in albergo.Alla sveglia il programma è chiaro e inderogabile: colazione elefantiaca, museo del Prado, un paio di monumenti vari, ricongiungimento con altri quattro sciamannati (Toti detto “doctor love”, Caramanna detto “Zio”, Bartoletti detto “Pupito” e Rea sul cui soprannome tacciamo per decenza) e poi serata allo sbando per locali e Casinò.
I primi due step si svolgono senza grossi intoppi, se non consideriamo un impedimento il carpaccio di baccalà che popola il mio petit déjeuner, mentre la visita al museo ci mette in credito con la nostra morale per fare scempio della nostra mente nel resto della giornata. Salutati al volo i quattro gaudenti impegnati lasciare il prodotto interno lordo del Belize ad un ristorante di pesce del centro, proseguiamo la nostra visita alla basilica (chiusa) ed alla reggia quando arriva la dritta da zio: tutti allo stadio per l’allenamento della Roma. La cultura ha fatto il suo corso per cui, fuga dai luoghi della mente per il pellegrinaggio alla vera cattedrale di Madrid, il Santiago Bernabeu. Lo stadio è immerso nella città come un solitario in un diadema, armonico eppure splendente nella vista che ci si offre all’uscita della metropolitana. Quattro torri d’avorio collegate da un nastro d’argento con impresso un nome maestoso “REAL MADRID”. Di fronte all’ingresso dei pullman una folla di romanisti con modi squisitamente oxfordiani aspetta l’arrivo dei giocatori per poi sciamare come i lanzichenecchi all’interno dello stadio che dentro è anche meglio che fuori. Quattro livelli di azzurro con scolpito il nome del club più importante e blasonato d’Europa. Cento e passa anni di storia ci guardano e ci aspettano per dimostrarci che le gerarchie hanno un peso. 
Esco dal tempio un po’ più piccino e meno arrogante e sicuro del domani ma con ancora più voglia di fargli rimangiare la supponenza e il blasone che mi fa tanto invidia.
Visto che quella che ci apprestiamo a vivere sarà l’ultima sera iberica priva di preoccupazioni siamo intenzionati a consumarla al meglio ma dobbiamo far fronte alla solita indifferenza dei madrileni che di farci divertire non hanno proprio voglia. In questi casi o si va a ninna mogi o si insiste fino a che la sorte non ti arride e noi abbiamo la testa dura per cui, mentre Luca e il Vese si dirigono al casinò municipale, io e Dan insistiamo in una viuzza stretta e piena di birrerie fino alla svolta. Come ultimo rifugio per nottambuli ci indirizzano in una spelonca gestita da una vegliarda simile alla strega Bacheca di braccio di ferro. Non credo che questo posto abbia mai visto un turista dalla sua apertura che, a giudicare dalla patina di unto sulle pareti, risale al pre-cambriano, come i primi anfibi e le felci. Dopo pochi minuti ingannati a sorseggiare birra, il colpo di teatro. Entrano un paio di autoctoni armati di chitarra e nello scantinato si da vita ad una session di flamenco. Per chi non fosse pratico di questa arte nata in Andalusia nella notte dei tempi, il flamenco si articola in questo modo: mentre alcuni musicisti della madonna (nel nostro caso un chitarrista ed un prodigio del flauto traverso) si esibiscono in virtuosismi arzigogolati e coinvolgenti gli astanti a turno si esibiscono nell’imitazione di un lattoniere cui sia caduto un secchio di calce sull’alluce emettendo strilla strazianti e modulate su qualsiasi tema gli venga in mente. In rapida sequenza si esibiscono: il chitarrista, un sosia di Tinto Brass con tanto di cappello e sigaro, un dodicenne ballerino che contribuisce al clima con un foratino di fumo e , dulcis in fundo, una cassiera della standa che si presenta accompagnata da un travone gonfiato a tre atmosfere e il pluri premiato vincitore del premio “Mariçon d’oro”, un cinquantenne boccoluto e platinatissimo ornato di più gioielli della Madonna del carmine che probabilmente adocchia golosamente Daniel.
Usciti misteriosamente illesi da una notte che avrebbe potuto finire con i nostri corpi ripescati nel Manzanarre, la sveglia del mattino successivo ci trova leggermente ammaccati ma fiduciosi nella grande serata. Per guadagnarci il diritto morale di esagerare dopo il tramonto il primo pomeriggio io e Dan ci trasciniamo al “Reina Sofia” splendido museo famoso per ospitare una sterminata collezione di Picasso e una serie di altri artisti iberici del ‘900. Durante la visita sento più volte il mio amico, uomo pragmatico forgiato nell’unione del fiero sangue Albionico con quello Etneo, invocare misure drastiche contro i parassiti imbrattatele che hanno popolato il XX secolo. Per darmi un tono provo a comprendere ciò che mi fronteggia ma di fronte alle costruzioni più ardite che sembrano uscite da un tamponamento sulla A24 getto la spugna attribuendo il tutto alla birra e alla stanchezza, salvaguardando il mio prestigio intellettuale.
Mancano 5 ore alla partita.. tocca sbrigarsi. Fuggiamo in albergo recuperando gli ultimi alfieri della pattuglia, il valente Gepi in trasferta con metà del suo ufficio, il Tinti che ha generosamente rimediato quattro tagliandi extra e il secondo gemello Bartoletti, e ci troviamo nella hall per meditare un piano d’azione.
Lo stadio è relativamente vicino, una ventina di minuti a piedi, e la tifoseria madrilista non desta grosse preoccupazioni ci incamminiamo fingendo spavalderia.
Il Bernabeu completamente illuminato fa impressione, sembra una astronave schiantata nella città. I dintorni sono singolarmente vuoti e da lontano si sentono solo i tifosi romanisti. Questa volta la polizia è preparata e contiene la folla abbastanza bene per cui a parte un paio di spintoni si riesce ad entrare in tempo utile, il problema è dove?
Il gruppone viene diviso dalla buriana ai tornelli per cui ci ritroviamo in due manipoli di arditi Luca, Vese e Dan da una parte; Io, i gemelli e il Tinti dall’altra. Dopo un’ascesa interminabile ci ritroviamo sotto il tetto, al confine con la tifoseria madrilista nell’ultimo posto utile di tutto lo stadio, praticamente vediamo la partita dal satellite spia. In queste condizioni, con i romanisti ovunque ci è preclusa la visione metà area di rigore, nun se po’ fa’! Con una mossa degna del Messerschmitt il Tinti punta uno steward che spicca per indifferenza all’evento in quanto del Barcellona e che, previa una stecca sottobanco, è disposto a farci accedere al settore dei tifosi di casa, comprensibilmente poco popolato, al confine col nostro.

Al calcio d’inizio siamo dunque in territorio nemico, ma comodamente seduti, al centro esatto della porta con una fifa che ci stringe il cuore. Inspiegabilmente il Real fa di tutto per allontanare la tensione, lo stadio sembra riempirsi con difficoltà, gli “Ultras Sur” cuore della curva sembra un gruppo parrocchiale in visita alla madonna di Loreto e quando dagli altoparlanti parte un motivetto anni trenta con tanto di fruscio del grammofono mi ritrovo a pensare “tutto qui? Che poracci”.
Mi maledico per la mia stupidità, nove coppe campioni non si comprano con le rustichelle all’autogrill, so che verrò punito per la mia arroganza.In un minuto scarso, mentre suona l’inno della manifestazione, lo stadio si riempie in ogni ordine di posto e tutto il pubblico ruggisce all’unisono “Real Mardid, Real Madrid” e a me viene da piangere ma i seimila pazzi che sono qui con me si esaltano nel frastuono e mi danno coraggio.Il mister ha cambiato le carte in tavola all’ultimo, dentro Aquilani e l’ex Cicinho, al posto dei più smaliziati Pizarro e Panucci, mugugno sostenendo che ci vuole esperienza e non botte d’ingengo ma per fortuna non sono io l’allenatore della Roma. Nel primo quarto d’ora la partita si assesta, il Real preme ma combina poco, l’arbitro greco fischia molto e pare avere il cartellino facile senza esitazioni, fra l’altro dalla mia postazione è preclusa la visione del tabellone per cui vivo rinchiuso in un limbo senza tempo, non ho mai idea di che minuto sia. Verso il ventesimo (mi pare) la Roma recupera un pallone sulla trequarti casalinga, Aquilani avanza e tira da una distanza che sembra siderale.. e io “ ma che cazzo fai, sborone di m..”.. palo!!!!! Nemmeno il tempo di santificare il calendario che di nuovo Albertone riprende e silura Casillas che si frattura l’anca ma ci arriva. Porcaccio ladro tutto lo staff dell’ospedale che gli ha dato i natali!Il Real non resta a guardare, tiene palla, ci prova con decisione ma rimane sempre lontano dalla porta, più passano i minuti più tutti capiscono che il tonno giallorosso non ha nessuna voglia di subire la mattanza e che i quarti il Real li dovrà pagare con lacrime e sangue. Solo conclusioni sporche, i difensori della Roma sono veri lupi che sentono l’odore della preda. Persino il piccolo Cicinho morde come un chiuaua assatanato le cosce del temutissimo Robinho.L’intervallo mi sorprende come un tuono senza il fulmine.. ma che davvero ne abbiamo sfangata la metà? Zitti per carità, manca una vita. Non ho più l’età per fare 90 minuti di apnea e siamo solo agli ottavi, sarei in grado di vedere una semifinale?Si ricomincia, il Real c’ha il veleno in corpo, Schuster sente la panchina calda sotto il sedere ed ha caricato la squadra a pallettoni. Passano pochi minuti e Aquilani frattura Batista a 2 metri dall’aera. E mo’ sono cazzi amari, nel Real pure l’autista del pullman tira le punizioni. Parte “la bestia”, Doni nemmeno ci prova e finge disinteresse levandoli il grasso del prosciutto dai molari. Incrocio dei pali pieno e 100€ per la riparazione del montante compromesso dalla legna del brasiliano. Posso sentire distintamente il cuore che smette di battere.
La magica non ci sta, barricarsi in area sarebbe un suicidio e Cicinho e Tonetto cominciano a macinare la fascia sfornando cross a raffica. A metà tempo esce un Mancini non brillante per il giocatore più discusso della Roma, Mirko Vucinic uno che sembra avere un neurone solo, per giunta con l’orbita di Plutone, che si affaccia ogni 26 anni.Passa un minuto e Max pesca Mirko al centro dell’area, anticipo bruciante su quella pippa brutta di Pepe e centra la traversa dopo un intervento sovrannaturale di Casillas! I morti tuoi e di tutta la tua famiglia! Vucinic è posseduto dal demonio e semina sconquasso nella difesa del Real; prima fa ammonire Guti che prova a placcarlo sulla linea laterale ingolosendosi alla vista delle sue terga e poi fa cacciare Pepe che viene irretito da quattro finte sul posto e lo sbraca al limite dell’area. I tifosi sono impazziti, c’è odore di impresa, si canta, si strilla e la notte spagnola si incendia di giallo e di rosso.
Passa un minuto e piove l’ennesimo cross da sinistra, Shuster con sagacia non ha rimpiazzato in alcun modo il centrale espulso e quel nano bolso di Cannavaro non può nulla contro Taddei che guizza alle sue spalle e incorna in rete! GOL, rete, daje!Cinquanta anni dopo una nuova saetta rubia segna al Bernabeu dopo Alfredo Di Stefano.
Solo la presenza di una coppia di settantenni giallorossi davanti a me mi frena dall’immolarmi come un novello Icaro dal quarto anello, siamo in vantaggio nel tempio del calcio.
Nemmeno il tempo di asciugare le lacrime che il destino presenta il conto, da dove sono io capisco poco, passaggio ficcante per Raul, i centrali della Roma stanno ultimando il trenino samba dei festeggiamenti e lo vedono sfilare, piatto in anticipo su doni, uno ad uno.
Tutta la mia storia romanista mi passa davanti: dal palo in finale con l’inter, a quello col Toro, al gol di Vavra. Siamo i maledetti del calcio. Lo stadio è tempestato di messaggi da casa che giurano sulla irregolarità della marcatura in netto fuorigioco.. pure!
Preso dallo sconforto maledico gli arabi che non hanno raso al suolo la penisola quando ne avevano avuta la possibilità e scorgo un tabellone piccino al centro della tribuna, è il 75esmio, mancano quindici minuti, siamo morti e sepolti, io prima degli altri visto che dal settore ospite parte una bottiglia che colpisce un madrileno e sono esattamente in mezzo.
Ma la fiammata del Real è l’ultimo sussulto di un fuoco che si sta spegnendo, Spalletti mette dentro tutti i peggiori marpioni filibustieri che aspettano con la sciabola fra i denti di affondare nel Madrid che barcolla come un brontosauro ferito. Pizzarro e Panucci intrappolano la palla obbligando i galacticos a un torello infruttuoso fino al novantesimo. L’arbitro indica quattro minuti di recupero e quando ormai ho gli occhi chiusi e passo il tempo a recitare rosari la Roma ha una punizione sulla trequarti. Si avvicina Christian che sembra voler battere in mezzo.. Urlo come un ossesso “ma che cazzo fai maledetto mitomane, perdi tempo, passa indietro, te odio”.
Perfetto sulla testa del montenegrino, 1-2, tutti a casa, alè.
Così come si era riempito in un attimo ci ritroviamo in un deserto blu dove malinconicamente campeggiano i resti della coreografia che arraffo con gioia come souvenir. Dei madrileni non c’è più nessuna traccia, fuori dallo stadio è un tappeto giallorosso che si estende a perdita d’occhio tanto che azzardiamo un ritorno a piedi tronfi del nostro numero e del nostro risultato.
Prima del rientro ottempero al voto fatto la sera prima e entro con un balzo d’atleta in un cassonetto dell’immondizia per la foto ricordo della serata.
In albergo ritrovo i compagni di viaggio alcuni afoni, alcuni con le gote rigate dalle lacrime. C’ho trentatre anni, la panza e qualche capello bianco, e ancora piango per una partita. Sono proprio un bamboccione ma quanto è bello essere della Roma?!
Don Emilio de la Mancha #1
La scaramanzia è davvero una brutta malattia. E’ passato un anno o poco più e di nuovo ci troviamo alla vigilia di un’altra trasferta che assomiglia più ad una crociata che ad un evento calcistico.Con due precedenti alle spalle (Lione e Manchester) differenti come il sole e la luna, il primo scoglio orrendo è capire che tipo di viaggio fare: mordi (un panino alla merda) e fuggi come in Inghilterra o carovana zingara come in terra gallica? Che è una domanda? Ho chiesto le ferie l’8 gennaio!!!
Questa volta purtroppo la mobilitazione è minore. Il paese è in difficoltà e richiede il contributo di tutti per risollevarsi per cui solo i parassiti coinvolti in attività parastatali come me e l’ingegner Gianluca Vesentini detto “il Vese” possono assentarsi per quasi una settimana per andare a vedere una partita di calcio. Poco male, come un ruscello che diventa fiume in piena, il grosso della truppa ci raggiungerà a Madrid per la sfida, intanto di parte in due. Gianluca si presenta alla vigilia con un itinerario che sembra uno stralcio della Vuelta de España 2007: Santandèr, Oviedo, Leòn, Valladolid, Salamanca, Avila e Madrid da coprire in 3 giorni!
La partenza è comodamente fissata sabato mattina ad appena centosei ore e quarantacinque minuti dal match per essere sicuri di fare a tempo.
Quel santuomo di mio padre accetta di buon grado di accompagnarmi a Ciampino dove un lussuoso jet Ryanair ci aspetta per portarci sulle coste settentrionali della penisola Iberica, a Santander, luogo di cui ignoro completamente l’ubicazione a parte un vago “in alto in mezzo”.
L’insonnia paterna però mi porta allo scalo romano con un anticipo raccomandabile per un volo intercontinentale per cui mi accomodo sulle scale leggendo i giornali sportivi con ansia malcelata. Passano pochi secondi e la sinuosa voce della signorina degli annunci crepita dagli altoparlanti col seguente messaggio “Si informano i signori viaggiatori del volo Ryanair…” (gelo nel mio cuore) “per Dublino” (‘sticazzi dunque) “che il volo anziché partire alle ore 09:55 partirà alle 17:55”. Segue una salva di bestemmie come non se ne sentiva dalla conquista turca di Costantinopoli del 1453!
Ridacchiando malevolmente fra me e me vengo raggiunto dalla famiglia Vesentini al completo che forse presagendo che saranno cinque giorni di colesterolo a 4 cifre ci tiene a salutare per l’ultima volta il suo delfino. Baci, abbracci e si parte.
Una volta superato qualche piccolo timore relativo alla sicurezza dello scalo (arriviamo a bordo senza aver mostrato alcun documento a chicchessia) siamo pronti a partire alla faccia di tutti gli altri voli Ryanair che sembrano accumulare ritardi orrendi.
Si arriva in una Santandèr assolata e splendente e non facciamo in tempo a complimentarci per la felice scelta per scoprire che la Hertz c’ha dato la prima sòla della spedizione: una volta esaurita la lista di codicilli e addendum alla tariffa che ho sottoscritto sul sito per una Fiat grande punto incidentata si scopre pagheremo 3 volte il previsto. Archiviata la pratica con una malcelata bestemmia ci incamminiamo sulla litoranea e scopro uno dei posti più belli d’Europa, la Cantabria. Immaginate di essere in Svizzera con le sue montagne lussureggianti e che poi d’improvviso un gigante strappasse l’Italia per farvi passare direttamente dal verde degli abeti al blu del mare. Magnifico! Costeggiamo il mare attraversando paesaggi incantati ma la mia attenzione viene stoltamente richiamata dal barocco codice della strada spagnolo che mi propone interessanti variazioni sul tema: velocità praticamente fissa (minima 100 massima 120), semafori che si accendono e spengono in maniera singolare agli incroci con tutte e tre le luci presenti simultaneamente e lampeggianti e il seguente cartello che mi lascia perplesso e che attribuisco ad una pre moresca influenza egizia in Iberia per l’evidente riferimento all’occhio di Ra ed allo scettro di Anubi, dio degli inferi.
Arrivati ad Oviedo ci incamminiamo per le strade del borgo vecchio alla ricerca di una sidreria dove assaggiare le specialità di questo angolo di paradiso e ci imbattiamo in un posto molto promettente dove facciamo la prima scoperta: in Spagna è consentito fumare ovunque previa affissione di un cartello. Veniamo accolti con un largo sorriso sdentato dal cameriere che ci fa accomodare e mette sul nostro tavolo una bottiglia di sidro gelato. Ignorando la tradizione che richiede che il sidro venga versato con ardite manovre da giocoliere e giochi di liquidi scenografici arraffo la bottiglia e servo da bere a Gianluca e me provocando un occhiata del tipo “turisti del cazzo” da parte di tutti gli inservienti. La scelta invece de “las comidas” è del tutto casuale e fa comparire per me due involtini di verza ripieni di calamari grossi come palloni da football e galleggianti in due dita di panna al peperone mentre al vese viene servito un secchio di carne macinata (di animale sconosciuto, forse cavallo) e patate insaporite da una spezia mortale che farà capolino nel suo alito almeno fino al lunedì seguente contrastando con efficacia il puzzo di arbre magique che impregna la nostra auto.
La passeggiata per le vie di un centro molto pulito e carino forma in me il primo pensiero sugli spagnoli: sono effettivamente un popolo squisito, civilmente almeno venti anni davanti a noi che ha tutto da insegnarci. Nota dolente, gli uomini si vestono come giostrai albanesi e le donne sono tutte dei gran cessi.
All’improvviso il nostro sguardo è catturato da una bettola deserta dove quattro anziani giocano a qualcosa simile al tressette distinguendo chiaramente un mazzo di carte napoletane in mostra sul tavolo.
All’ingresso una signora un po’ in la con l’età e completamente fuori di cervello ci blocca la strada perché gli va di chiacchierare, il problema è che il mio spagnolo è fortemente condizionato dall’aggiunta della S alla fine di tutte le parole italiane per cui seguono cinque minuti di monologo della signora in cui mi sembra di arguire il senso sia “bisogna sempre dare retta ai genitori e non dare fastidio alla gente” il tutto mentre con i baffi mi solletica il mento vista la distanza da cui espone i suoi argomenti. Il Vese codardamente mi abbandona nella mani della megera e va ad ordinare da bere provocando gli improperi del padrone che stava appunto giocando a carte e che con la Napoli quinta a spade di tutto aveva voglia fuorché di due rompicoglioni italiani.
L’arrivo in Leòn è accompagnato da due piacevoli sorprese. Per prima cosa l’albergo è uno sfavillio di marmi con parquet in camera ubicato in zona piazza Navona, per seconda.. ospita il casinò cittadino.
Dopo una doccia e un’oretta di morte apparente siamo pronti per la movida del sabato sera, anche se dovrei dire “sono” considerando che da ore il Vese accusa nausea e spossatezza e visto che di sicuro non è in cinta la colpa è del cavallo macinato di pranzo. Per le vie del “Barrio Umido”, il quartiere dei locali e delle birrerie, troviamo la cura al malessere del mio compagno di viaggio ossia un ordalia alimentare/alcolica consistente in: pane e formaggio e vino rosso serviti in una festa zingara al centro della piazza della cattedrale, patate e maionese, ali di pollo fritte, calamari in umido, un piatto di prosciutto locale e un numero di birre in doppia cifra reperite in un affollata ma deliziosa tapaseria in cui alla domanda della barista “E’ buono il prosciutto?” rispondo “si, ma tu di più!” unica eccezione in una folla che sembra uscita da “Mad Max, oltre la sfera del tuono”.
Leggermente appesantiti ma indomiti nel propositi d’azzardo ci introduciamo nel casinò che si rivela grazioso, ordinato e vuoto come una norcineria a Theran.
Gianluca si schiera al blackjack in un tavolo frequentato dall’unione dei camionisti castigliani, io preferisco il tavolo da poker in compagnia dell’equivalente spagnolo del clan degli scissionisti di Scampia. Perdo rapidamente e in malo modo ma non me ne preoccupo; anche a Montecarlo mi avevano pelato, ma poi a Lione s’è vinto per cui lo prendo come un buono auspicio.
La cosa più interessante è la sinfonia di insulti a tutti i simboli della cristianità cattolica che i Sopranos al mio tavolo indirizzano al Croupier di turno, non risparmiando nessuno, dalla sacra famiglia, al padreterno o qualsiasi pezzo del presepe tradizionale.
Stanco, vado a dormire vagamente preoccupato per il fatto che Gianluca sia stato eletto a beniamino dei malviventi al suo tavolo e che tutti scommettano forti cifre su di lui, nonostante la fortuna sembra stia mutando rapidamente.
La mattina successiva trovo il corpo di Gianluca in stanza per cui se è morto, almeno è riuscito a trascinarsi a letto, non dovrò riconoscerlo all’obitorio.
Vado a fare due passi per il centro inondato da un sole caldo e scopro di essere l’unico bipede sveglio in città per cui comincio a prepararmi per il vero evento della giornata, il trasferimento a Valladolid con annessa partita di calcio.
La strada verso il cuore della Castilla svela un paesaggio lunare fatto di alte montagne e un altipiano sterminato che sembra il set di un fil di John Ford. Come in tutti i western che si rispettino, difatti, ogni cittadina polverosa di cento anime che attraversiamo ha il suo saloon “spiritoso”. Una serie infinita di club dal nome ammiccante come “la sirena” o “le labbra rosse” ospitati in cubicoli pittati di fucsia e sormontati da enormi neon ci accompagnano per tutto il viaggio.. forse che tutte le spagnole carine siano nascoste lì?
L’ingresso in Valladolid avviene fra ali di folla festante che in realtà altro non sono che la tifoseria ospite del Racing di Santander venuta a sostenere la squadra quinta in classifica.
Poggiati armi e bagagli ci uniamo alla torma entusiasta nero e verde, vistosamente alticcia che rimbalza come un flipper di bar in bar a piedi fino allo stadio. Scambiati per supporter cantabrici il bigliettaio ci da due posti nel settore ospiti in piena tribuna assolata che raggiungiamo non prima di aver fatto il periplo dello stadio ed aver finalmente compreso cosa tutti gli spagnoli ruminano incessantemente ossia “los piponazos” i semi di girasole, che ogni abitante della città mastica e sputacchia ovunque creando un armonioso tappeto di truciolato.
La partita è una chiavica ma ci danno la più grande lezione di civiltà mai vista. Accanto a me una coppia di ottantenni, davanti una famiglia, dietro una mamma con un bimbo di nemmeno due anni. Tutti insieme, tutti a tifare senza nemmeno un poliziotto e senza nessuna soluzione di continuità in nessun punto dello stadio.
Un sogno. Si canta, si tifa e si fa caciara per novanta minuti, tutti assieme fino allo sculatissimo vantaggio ospite che li proietta a ridosso della champions.

Estasiati da tutto ciò torniamo camminando in città armati di propositi bellicosi ma ci aspetta un città davvero freddina per cui dopo l’ennesima cena in cui anche i tovaglioli vengono fritti prima di essere messi a tavola, ci ritiriamo in buon ordine per spararci le ultime cartucce prima di arrivare a Madrid il giorno dopo.Continua…
A grande richiesta
In attesa dell’impresa che ci attende nella doppia sfida contro il Real Madrid, ripubblichiamo la cronaca della fortunata trasferta di Lione. Got mit uns.
Un equipaggio ben assemblato, una meta ambiziosa.
Fiordoliva, Giudice, Mariani, Vesentini (in rigoroso ordine alfabetico) Morbelli come supporto esterno, Buzzetti (già esule in Francia) come responsabile Fun&Leisure.
Partenza dall’aeroporto Leonardo da Vinci in una tiepida giornata di inizio primavera destinazione Nizza. Le premesse sono delle migliori, il piano è ben congeniato; razzie sulla costa azzurra e risalire il Rodano su battelli di fortuna fino Lyon; destinazione finale lo stadio Gerland, casa dell’Olympique Lyonnais, ritorno degli ottavi di finale della UEFA Champions League.In barba alla scaramanzia da 3 settimane profetizzo facili vittorie legate alla straripante superiorità giallorosa, la croce verde è allertata dagli scettici compagni di ventura.
All’arrivo a Nizza l’ing. Fiordoliva, delegato ai trasporti, ritira il nostro carro alato della vittoria, una sontuosissima SAAB 70mila TDI cazzi e sfazzi con cui villaneggiare in riviera; carichiamo i bagagli, raggiungiamo il centro città parcheggiando all’interno del consolato italiano, e ci immergiamo nel paganissimo carnevale Nizzardo in via di esaurimento sul lungo mare. Il primo pasto dovrebbe farci presagire che quest’escursione non sarà una passeggiata per i nostri fegati affaticati; Take-Away cinese che ci perseguiterà per tutta la giornata.
Raggiungiamo velocemente Chateau Fiordoliva che ci spalanca le sue braccia lussuose e piene di lusinghe.
Doccia veloce ed appuntamento a Juan les Pines (nel raggiungimento del quale inauguriamo il book di fotografie gentilmente offerte come souvenir dalla stradale francese) per una cena frugale, visto che una minerale costa 5.5€, e poi al casinò raggiunti dall’ingegner Buzzetti che ci presenta il nuovo membro della brigata: Buzzdog, Husky catanese al seguito della lupa capitolina in trasferta e nuova mascotte ufficiale della brigata Tenaglia.
Serata a fasi alterne che vede il baratro della miseria aprirsi sotto i miei piedi salvo poi richiudersi di slancio dopo un sontuoso colore a Stud poker.. è trionfo. Fiordoliva +450, io +200, per gli altri perdite minori.
Il giorno successivo comincia presto per me, eroso dalla voglia di football e dall’evidente necessità di procacciare una giusta dose di birra per il lungo viaggio. Mi impossesso del mezzo meccanico per andare a fare la spesa che, in ossequio alla politica salutista della scampagnata, si compone di: Birra, birra, formaggi molli francesi, salumi e vino. Al mio ritorno a casa, onusto di cerveza trovo un piano macchinoso e sciagurato ad attendermi. Totone favoleggia di serata a Montecarlo con sue amiche di facili costumi per tour di locali mondani e casinò.. è lunedì sera ed il principato non ha mai visto così poca gente dall’epidemia di spagnola del 1919.. il dubbio è forte.
L’appuntamento con le fanciulle è fissato in un grazioso ristorante fuori Monaco all’altezza del punto dove la principessa Grace ha perso la vita.. forse buttandosi per sfuggire al conto, visto che sulla carta dei vini troneggiano bottiglie con costo minimo a 3 cifre, perle di sudore freddo impreziosiscono la mia fronte.
Ovviamente delle amiche di Totone non v’è traccia per un’insolita buca dell’ultimora, ma veniamo raggiunti da una coppietta di persone simpatiche e riservate indubbiamente impreparate alla ridda di volgarità e allusioni sessuali che verranno proferite nel corso della serata. La cena prosegue tranquilla, scandita da tre bottiglie di ottimo vino ed un conto (piotta secca) assolutamente negli standard monegaschi e ben al di sotto di quanto si poteva temere alla vigilia, il casinò ci aspetta scintillante.
Veniamo rimbalzati dal Casinò Central causa serata per melomani e finiamo al casinò americano; un orrida pacchianata sita lungo il percorso del gran premio.
In un tempo davvero breve vengo spogliato di tutta la mia arroganza e privato non solo della vincita ma di altrettanti danari. Peggio di me Fiordoliva che, sicuro della sua armatura di pezzi viola, si scaglia a testa bassa contro il tavolo da Black Jack rimediando una solenne lezione da un funambolo del 21 che con i suoi denari ci fodera la lettiera del gatto del principe Alberto. Sulla via del ritorno prosegue la serie di istantanee del nostro veicolo portando a 3 il numero di Polaroid realizzate nell’arco di appena 24 ore.E’ gia mattina (veramente sono le 13, ma tutto è relativo come diceva Einstein) siamo alla vigilia della partenza. Appuntamento con Buzza al primo autogrill dell’autostrada. La flotta è composta dalla nostra SAAB, dalla Musa di Totone ospite per la notte da Fra’ e dalla BMW dell’ingegnere supremo. Approfittiamo della sosta per un rifornimento volante e lì la prima vera gemma cristallina della vacanza. Toto si avvicina con le seguenti parole: “Mi sa che ho combinato un pasticcio, ho messo la benzina nella Musa diesel di mamma” solo 30 € ossia tre quarti di serbatoio.. non contento il delfino di forza Italia vorrebbe mettere in moto l’auto dopo aver aggiunto i restanti 5 litri di diesel al grido “ma che vuoi che succeda”. Dopo essere riusciti a dissuadere l’incauto dal suo folle gesto assistiamo alla telefonata all’angustiata genitrice che nuovamente viene messa a conoscenza del fatto che il figlio ha messo qualcosa dove non avrebbe dovuto, non levandolo per tempo. Questa volta però le conseguenze sono più limitate e la carovana riparte alleggerita di una vettura zavorra, cosa che aumenta la velocità di crociera dai 130 Km precedenti ad una media di 180 per la gioia degli appassionati fotografi delle autostrade transalpine.
Il viaggio scorre lieto accompagnato da generose quantità di una birra leggera e gustosa che non pesa sul capo ma alleggerisce il cuore fino al trionfale ingresso in Lyon. La città è bellina, ordinata e impreziosita da due fiumi che la attraversano, ma venendo noi da Roma e non da Roccella Jonica non desta una grandissima impressione.
Una volta sistemati nel centralissimo e sontuoso albergo che Zio Caramanna ci ha trovato (talmente godurioso da ospitare la squadra transalpina in pre-ritiro) ed alloggiata la mascotte nel nostro bagno, ci immergiamo nelle vie del centro storico stracolme di tifosi giallorossi alla ricerca della brasserie dove il resto della truppa ci aspetta. Parecchie birre dopo, l’ansia della partita prende il sopravvento, e ci lanciamo verso lo stadio con i mezzi più disparati. Alcuni riescono a prendere i pullman per i tifosi, altri la metro, io salgo sul carro dei pusillanimi e raggiungo lo stadio in taxi dopo una lunga peregrinazione.
Lo sbirro di turno ci indirizza esattamente dalla parte opposta dello stadio, probabilmente verso suo cugino armato di scimitarra saracena, ma dopo una mezz’ora di passeggiata nelle frasche antistanti lo stadio riusciamo a raggiungere il cancello della Virage Sud.. ossia LA CURVA SUD! Il destino è con noi. Miracolosamente ci ritroviamo tutti in coda per la attenta e scrupolosa perquisizione della gendarmeria francese in assetto antisommossa, evidentemente la nostra fama ci ha preceduti.
Pur essendo evidentemente gli ultimi ad entrare allo stadio troviamo uno spicchio comodo e sgombro da cui si gode di eccellente visibilità. Il campo illuminato a giorno è uno smeraldo rilucente che ci attira come una falena verso il fuoco.
Il tempo si restringe e si dilata nell’attesa spasmodica; da Roma giunge la voce che Panucci febbricitante sarà sostituito da Cassetti, porca troia!
Un fiume di sms ci sommerge con preghiere, imprecazioni, esortazioni. Ci fossero stati i telefonini, le truppe dirette in Normandia avrebbero ricevuto meno comunicazioni preoccupate da casa.
Alle 20:40 lo speaker comincia a leggere la formazione della Roma; dubbi e certezze sono confermati, indietro non si torna.20:45 parte la musica assordante della UEFA in un turbinio di luci, il telone d’argento raffigurante un pallone trapunto di stelle si agita come dotato di vita propria mentre la tifoseria transalpina riempie la curva nord dei colori della Francia esponendo un maxi striscione (pardon sdrisgione) in cui Asterix le suona ad un legionario sormontato dalla scritta “Veni, Vidi e Perdi”. Lo spicchio giallorosso ruggisce, più per partito preso temo che per effettiva comprensione della citazione storico-militare ma quello che conta è esserci, fare casino e rispondere colpo su colpo.
Tramite clientelarismi, simonie e mazzette varie, zio Caramanna ha ottenuto una pettorina da fotografo e seguirà la partita da bordo campo. L’invidia mi sevizia il cuore come un aculeo imbevuto di veleno.
Calcio d’inizio, la sud risponde col suo urlo belluino che non si fermerà più per i 120’ seguenti.
La Roma attacca lontano dalla nostra postazione ma la bomboniera lionese ci permette di seguire agevolmente lo svolgersi della gara. Sesto minuto, palla in mezzo, De Rossi svetta, RETE! Non esulto, mi ci hanno fregato troppe volte, l’arbitro annulla per un fallo del capitano. Con una copertura dell’evento seconda solo all’operazione “Desert Storm” da casa giungono atti notarili benedetti dalla santa sede e sottoscritti da un giuramento sulla vita dei figli di Berlusconi che affermano che il gol è buono come la pizza bianca calda alle quattro del mattino.
Bestemmie furenti incrinano la guglia della cattedrale di Arles.
La Magica continua a spingere, il Lyon si conferma la squadra di pupazzi imbellettati che ho sempre supposto. Quando un guardalinee asservito al Gollismo ferma Perrotta lanciato magistralmente a rete comincio a formulare le più fantasiose ipotesi di complotto che vedono coinvolti i servizi deviati, la legione straniera e una cellula di nostalgici di Vichy. Tutto è contro la Roma, è vero sono un piagnone e allora?
L’ansia mi opprime il petto come una colata di Vics VapoRub di basalto rovente ma nel buio della notte i riflettori esaltano il colpo di sciabola di Tonetto che al volo, quasi dalla riga di fondo campo, serve il capitano che in beata solitudine inzucca. GOL, non ci credo, cioè si, alla fine l’ho sempre saputo ma sono pur sempre della Roma, nato per soffrire. Nemmeno provo a formulare pensieri positivi schiavo di una scaramanzia medievale ma mi limito ad urlare come un ossesso nella speranza di un sano colpo apoplettico.
Lo stadio è incredulo, pensavano di portarsela da casa questi mangia rane intrisi d’aglio e invece adesso devono farne almeno due per dimostrare di non essere un’accozzaglia di mezzi giocatori troppo forti per il paese che li ospita e troppo scarsi per il resto del pianeta.
La Roma però non molla e i suoi faticatori crescono, minuto dopo minuto. Cassetti di esalta sulla fascia destra recuperando palloni e deridendo i suoi malcapitati avversari.
Poi, quella che verrà ricordata come “la SEQUENZA DI LIONE” Cassetti ruba palla, Pizarro inventa per Taddei, controllo difficoltoso ma fortunato e la palla scivola verso Totti, lancio di 45 metri per Mancini a tu per tu col terzino francese. Il tempo si ferma, gli alvei dei polmoni si rifiutano ostinatamente di aprirsi. Amantino scarta verso l’esterno (COSA CAZZO FAI FINOCCHIO MITOMANE ?!?!?), mi aspetto che da un momento all’altro possa inciampare sulla sua maledetta spocchia. Invece, come un enorme ma leggiadro colibrì, comincia ad oscillare da destra verso sinistra con una frequenza folle, ad ogni finta un battito del mio cuore, 1,2,3,4,5,6,7 volte il peso si sposta da un piede all’altro, il terzino va giù, un altro passo e una bordata sotto il sette del primo palo.
GOL, due a zero, a niente, a fuffa!!!!!!!! Baraonda infernale, percepisco distintamente che uscire sani da questo stadio non avrebbe davvero senso per cui mi butto nella calca alla “come và, và”. Lo sa anche Gianluca che disteso per terra chiede a gran voce di essere ucciso; esaudisco la sua preghiera con gioia tuffandomi a corpo morto da due file più sù.Lo stadio Gerland sembra l’Antartide in cui stia esplodendo un ordigno atomico: una distesa di gelo priva di vita squassata da un inferno assordante di colori, fuoco e caos che si propaga ad onda da un epicentro di poveri folli festanti, noi.
Quanto manca? 60 minuti? Ma che siete pazzi? Il tempo non scorre mai, sembra l’ultima ora a scuola con interrogazione pendente sul mio capo ma in qualche modo si riesce ad arrivare all’intervallo e finalmente i bronchi tornano a funzionare con regolarità. Mi commuovo al messaggio di mia madre che mi informa di essere anche lei davanti al televisore e che il primo gol è stato segnato da Totti.. mia madre che baratterebbe volentieri tutto il calcio del mondo per una fioriera, cuore di mamma! Comincia il secondo tempo, la Roma attacca sotto la sud ma prima c’è da far passare la prevedibile sfuriata de les Gauloises. Siamo pronti alla logorante guerra di trincea sotto scrosci di pioggia che non intaccano le nostre barricate.
I primi venti minuti ci regalano la consapevolezza di avere finalmente un portiere degno di questo nome e non solo del bancone di un albergo come spesso ci è capitato.Tre quarti di gara, è fatta penso, e mi maledico nello stesso istante per la mia idiozia ma la Roma mi conforta e alleggerisce la manovra riuscendo anche a farsi negare un rigore e gettando così benzina sul nostro fuoco.
Non soffriremo più, e il novantesimo arriva come un falco su uno stadio che sta sfollando.
E’ FINITA, siamo ai quarti dopo 24 anni. Nell’ottocento un buona fetta di popolazione sarebbe potuta nascere e morire nel frattempo e noi invece saremo testimoni di entrambi gli eventi. Il ritorno verso il centro è una festa giallorossa itinerante, un carnevale romanista che si riversa in metropolitana vociando e festeggiando. La città già dorme stordita dalla delusione per il traguardo bucato anche quest’anno ma questo non le impedisce una sportività a cui sinceramente non siamo abituati. Solo complimenti e gente che ci stringe la mano dicendo “avete meritato, bravi”. Ammetto che un po’ rosico ma alla fine sono conquistato dalla loro civiltà e non me la sento di infierire.
Non riesco ad andare oltre, qualcuno cerca luoghi dove allungare la festa, io svengo a letto esanime mentre Buzza e Totone intraprendono il coraggioso viaggio di ritorno verso Nizza e Roma in auto!
Un Rodano placido e maestoso mi dà il buongiorno alle 6 della mattina seguente. C’è un aereo da prendere, giusto il tempo di una sontuosa colazione da 24€ (che Daniel non consuma credendo di doverla pagare salvo poi scoprire che era inclusa, gioia!) e poi verso l’aeroporto; piccolo problema.. qual è l’aeroporto visto che ce ne sono 3? Tiriamo a sorte e ci immettiamo in un fiume di traffico spaventoso per una città grande come Ostia. Ci dice immeritatamente culo, riconsegniamo la vettura senza carburante (altri 70€ nel cesso ma oramai il delirio di onnipotenza è totale in tutti noi) e arriviamo sereni al check-in con largo anticipo. L’aero è praticamente un charter della curva Sud, popolato da un bestiario romanista che si distingue con alcune perle fra cui “ (all’indirizzo di una coppia stile Ricucci-Falchi anche loro al seguito) A purciaro! Ma su ‘sti voli la porti una così?” oppure “ OOOOOOOOO quella mora là, quella mora là, fa la pornosta’ (rivolto ad una hostess di colore un pelino intransigente)” e in ultimo una perla del vice comandante che si rivela essere romano e romanista e carica la platea con “daje rigà ve porto a casa e forza ROMA”.
Una mattinata africana ci accoglie accompagnata da un’ultima gioia.. il papà di Daniel che lo doveva venire a prendere ha sbagliato aeroporto.. e abbandoniamo il Britanno con un malcelato sogghigno.
Sono passati nemmeno quattro giorni, ma in città l’atmosfera è elettrica e già si sogna per il prossimo obiettivo da centrare come in un gigantesco Risiko.
Comunque vada sarà un’altra scorribanda ben riuscita.
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