Ritorno in sala
Dopo un’estate annacquata dal lavoro l’arrivo di un autunno precoce (buffo pensare che la gente consideri giugno come estate e settembre come autunno quando è praticamente il contrario) ho riaffrontato la routine romana cercando di rinchiudermi il più possibile nelle sale cinematografiche con la malcelata speranza che l’audio alto potesse distrarmi dal fatto che la città si stesse ripopolando troppo rapidamente d bipedi color cuoio, tatuati, osteggianti le loro mutande.
Con un curioso slancio di ironia, proprio mentre si apre la stagione dei festival, le Major propongono alla visione del pubblico tutte le loro opere in cui il minutaggio del parlato non superi il 12% del totale a favore di botti ed esplosioni. Ghiotto boccone per chi, come me, pensa che il cinema espressionismo francese sarebbe motivo sufficiente per dichiarare guerra ai cugini d’oltralpe.
Per ricominciare a carburare avevo scelto due film particolari: “Drag me to Hell” del maestro Sam Raimi, desideroso di riscatto dopo l’agonia di Spiderman 3, e G.I. Joe che era stato indicato dalla critica USA come una sequenza ininterrotta di botti e teste che volavano.
Pensando che fossero più che sufficienti come contributo alla cinema stelle e striscie mi stavo approntando ad organizzare le serate quando la splendida metà di mio cugino fa scivolare sotto la porta dell’intelletto una richiesta legata a una passione giovanile..
“Ci sarebbe anche un altro film che mi piacerebbe vedere.. possiamo?”
Cedendo alle lusinghe di mio cugino che maliziosamente aveva comprato i biglietti in un cinema amico mi sono andato a ficcare nella più evidente delle trappole. Una nuova pellicola interpretata da Nicholas Cage.
Probabilmente è stupido anche dedicare un solo secondo in più di quelli interminabili richiesti alla visione ma “Segnali dal futuro” è un film di quelli che lasciano il segno.
La trama è facilissima: tutti dobbiamo morire. Possiamo fare qualcosa per impedirlo? No! Bene, allora passiamo due ore a fare faccette buffe per scoprire quello che tutti sanno: In un lasso di tempo sufficientemente lungo le aspettative di vita di ognuno di noi tendono a zero.
Aldilà quindi del film molto brutto in se, la riflessione verte sul fatto di come sia possibile che in una sola faccia immobile si riesca a concentrare il peggio del cinema mondiale.
Ci sono attori sinonimi di qualità, registi che comunque vada due ore te le fanno passare bene e che comunque vada non ti mandano mai a casa totalmente incazzato.
Personalmente nella mia lista dei buoni ci sono personaggi da cassetta, magari non super stelle ma quando leggo il nome di Michael J. Fox, Tennis Quaid e Tony Scott (non quel pallone gonfiato di suo fratello Ridley) sono sicuro che i 7 euro e mezzo sono investiti bene.. e poi c’è Nicholas Cage.

Per chi non fosse un accanito cinefilo (magari qui cinofilo sarebbe azzeccato) Nicholas Cage è quell’attore americano che presenta una singolare somiglianza con il pesce San Pietro e sullo schermo sprigiona la gioiosa espressività dei gargoyle di Notredame.
Altra caratteristica fondamentale di questo genio del male è essere la negazione vivente dei principi dell’ereditarietà. Nipote di Coppola (non di Neri parenti) Nic è indubbiamente la più grande prova, dopo Lalo ed Hugo Maratona, che gli studi di Mendel altro non erano che i vaneggiamenti di un frate ubriacone che avrebbe dovuto concentrasi più sulla sua dissolutezza che sui piselli lisci e quelli grinzosi.
Dopo tanta fiele è giusto ora addolcire i toni parlando invece di due bei lavori che mandano a casa felici gli spettatori.
G.I. Joe è sicuramente un film centrato. Trama molto efficace, 100 minuti di esplosioni culminanti nel crollo della torre Eiffel, e nessuna indulgenza verso il pubblico più giovane con una serie sublime di morti ammazzati molto male.
La produzione compie un notevole sforzo in termini di studio del mercato toccando i temi che più stanno a cuore al pubblico ossia decapitazioni con lame affilate e sexy donne ninja in tute di lattice attillate.
Ultimo in termine di recensione ma primo nel mio cuore è “Drag me to hell” film horror dei tempi belli, quelli in cui l’analisi psicanalitica del cattivo non solo non era richiesta ma nemmeno gradita. Nello specifico poi il cattivo è satanasso in persona per cui allo spettatore non resta altro che starsene seduto, se ci riesce, e godersi la malvagità gratuita del principe delle tenebre.
Anche qui la trama si compone di pochi ma solidi elementi: la biondina scema tipica, una maledizione zingara e un silos di liquidi corporali misti a bigattini (vermi) generosamente distribuiti per tutto l’arco della pellicola.
Il film diventerà un classico intramontabile del genere, proprio come “La casa” che tanti anni fa lanciò lo stesso Raimi come uno dei maestri del genere.
Di quella memorabile produzione ricordo solo che un amico di mia sorella portò la video cassetta per una serata in cui i nostri genitori non c’erano. Avevo 10 anni e penso di aver passato nell’armadio tutte le notti del mese seguente. Splendido
Contributi
Come ho più volte esposto, oltre alla necessità di alimentare la mia megalomania, questo spazio libero di parole è nato dallo stringente bisogno di evitare la mia regressione verso l’analfabetismo.
Comprendo che in un mondo in cui Elisabetta Caporali viene inviata come giornalista ai mondiali di atletica e rivolge a Usain Bolt la domanda “Iu ar veri fast end di oders dregon sleierdont catc iu, uatdoiutincabautit?” senza che nessuno parta per la Germania con una garrota di filo spinato parlare di prosa possa sembrare ridicolo però qualche piccolo seme di utopia ogni tanto germoglia nel suolo inaridito e preferisco la speranza piuttosto che finire in carcere per aggressione.
Per questo motivo lancio, accanto alle mie scempiaggini, una pagina (cronache pescaresi) indipendente in cui raccolgo gli scritti di un menestrello metropolitano, il dottor Fabio Ruggiero, amico di mio cugino ed ora anche mio.
Dotato dell’ironia dell’uomo di mondo amareggiato, periodicamente manda meravigliosi racconti dalla terra d’Abruzzo che riporterò fedelmente operando solo alcune piccole modifiche di editing ma senza cambiare una sola virgola.
Sono certo che ne sarete anche voi conquistati e lo seguirete con grande affetto.
Ps
Tutti i contributi indipendenti sono bene accetti. Scrivere è bello e sorprendentemente facile.
Ps2
Cugino Andrea.. sono pronto ad aprire una pagina anche per te se mi prometti di dare un seguito alla mail di ieri
Ps3
Elisabetta Caporali ti odio e spero che un lanciatore del martello moldavo ti scambi per la ragazzina che lo prendeva in giro per il suo peso alle medie e si diletti ad usare la tua mascella come rastrelliera per le pipe, così almeno ti stai zitta
Ferragosto, il natale col mare

Dotato di una spocchia degna di un principe russo decaduto, in genere disdegno le ferie estive. E’ abbastanza raro che cada nei tranelli dei viaggi agostani (a parte la benedetta trasferta al monastero buddista di cui ho gia parlato) e questa scelta si coniuga perfettamente con il piacere di dedicare almeno ferragosto alle tradizioni di famiglia che normalmente scanso se non quando vengo adescato con un numero di portate pari ai decimali scoperti del P greco (64).
Come ogni anno il piano che avrebbe portato al sequestro della patente ed all’infarto intestinale era ben consolidato. Festa notturna a Gaeta cercando di rimanere vivi e di non essere ripescati a faccia in giù al largo delle coste tunisine e pranzo il giorno successivo nell’avito paese di Roccamonfina con la sfida di scoprire se le pareti del mio stomaco siano in grado o meno di sopportare le 5 atmosfere di pressione.
Purtroppo il viaggio in Tailandia del cugino Alessandro, anima nera, principe della vita notturna dell’agro pontino e storico organizzatore del baccanale, ha sparigliato l’oscuro disegno costringendomi ad abbandonare la prima parte del programma decuplicando quindi le mie possibilità di giungere vivo ed incensurato alla fine della settimana.
La notte del 14 era stata quindi ridisegnata all’insegna della sobrietà di modi e costumi con una gustosa cena di pesce, magari un bicchiere di vino di troppo e l’idea di guardare i fuochi d’artificio sul mare. Grossolano errore.
A nemmeno metà cena, con l’orologio che segnava stentatamente le 23:00 il cielo si è rischiarato a giorno.
Era dai tempi della diretta di Peter Arnett da Bagdad che non vedevo una tale serie di scie luminose e razzi traccianti. Dando fondo a tutte le scorte delle armi di distruzione di massa sottratte agli iracheni, gli abitanti del basso Lazio hanno inscenato la ricostruzione storica del bombardamento di Dresda con centocinquanta (150) minuti ininterrotti di esplosioni, botti, fontane e un dispiego di mezzi degno dell’inaugurazione di un albergo a Las Vegas.
Passati i primi 20 minuti di sincera ammirazione il sentimento che è subentrato abbastanza velocemente è stata la rottura di coglioni, tanto più che in casa il cane e i gatti schizzavano contro i muri come le palline di un flipper anni ’70.
Faticosamente archiviata la pratica pirotecnica, per la prima volta da anni sono andato a dormire prima dell’alba consapevole che la giornata successiva avrebbe richiesto uno stato psicofisico degno ti un maratoneta (della fettuccina).
La mattina dopo, assieme al mio cugino stacanovista sottratto a fatica all’ufficio ed alla sua affascinate ragazza siamo partiti alla volta del paese per affrontare la solita benedetta inondazione di nonne, zii, cugini e oramai sempre più frequentemente di nipotini.
La fortuna principale del pranzo di ferragosto per noi rami secchi è che la bravura clamorosa ai fornelli di tutte le donne chiamate in causa è tale che alla fin fine noi passiamo bellamente inosservati dinanzi alla stratosferica prolificità di tutti gli altri cugini.
Di fronte alle 115 polpette di melanzane di zia Ninì, dei 2 vassoi di insalata russa da campionato del mondo di zia Marinella o della lasagna di zia Maria, qualche bimbo in più o in meno scompare.
Gradito ospite a sorpresa di quest’anno è stato un terzo sano di porchetta che faceva beatamente capoccella a metà tavolata.


Non cito per decenza il resto delle innumerevoli altre pietanze che a metà pomeriggio mi hanno fatto somigliare a un pitone che avesse ingoiato una gazzella sana però per dare ai meno consapevoli il livello di difficoltà del pasto faccio presente che zio Giampiero ha portato in dono 0,3 metri cubi di mozzarella di bufala (l’equivalente della cilindrata di un centinaio di BMW X5) assorbendo da solo la produzione giornaliera del casertano.
Uno dei momenti più toccanti della giornata è stato ritrovare in piena battaglia accanto a me mio padre che, vivendo una seconda giovinezza gastrica, si è schierato in prima fila di fronte al tavolo delle vivande sconfiggendo quasi da solo un temibilissimo gateau di patate dal peso specifico superiore a quello dell’uranio fissile.
Ad essere completamente onesti tutta la famiglia si è distinta per fierezza e spirito pugnace visto che a metà pomeriggio nessuno si è tirato indietro quando a tavola sono state servite le crostate per la merenda.
Una volta riacquistata la capacità di respirare senza rantoli e fattoci strada fra una serie di corpi riversi a terra ci siamo incamminati verso il mare per un bagno ristoratore che dando ascolto agli ammonimenti dell’infanzia avrebbe dovuto svolgersi a novembre visto tutto quello che s’eravamo mangiati.
A chiudere una giornata meravigliosa la visione di un piccolo capolavoro del cinema espressionista comperato (su mia istigazione) la mattina da mio cugino: Zombie Strippers. Film dalla trama semplice e toccante. Tette grosse e pioggia di sangue, come è possibile sbagliare?
Piccole soddisfazioni
Ho sempre provato una forte attrazione per i film di animazione. Per anni sono sgattaiolato nei cinema con qualche amico scemo quanto me, mischiandomi a turbe di piccoli bacherozzi a cui auguravo severe disfunzioni all’ipofisi per il loro baccano.
Il dover sempre litigare con vecchie nonne malate di gotta e i capelli turchini per non saper controllare il loro circo di bertucce poi mi privava della sufficiente serenità per gustare lo spettacolo rendendo inutili i rischi che correvo abbandonando le aule universitarie o il posto di lavoro.
Poi è uscito “la città incantata”, ha vinto l’Orso d’Oro in Germania ed è passato il concetto che andare a vedere dei cartoni animati superata la pubertà non è per forza sintomatico di degenerazione sessuale , di essere Michael Jackson o entrambe le cose.
Per chi non avesse dimestichezza con le grandi manifestazioni della settima arte, di solito i film in cartellone a Berlino sono usati al posto cloruro di potassio per le esecuzioni dei pluriomicidi in Texas per cui l’affermazione di un film colorato e gioioso fu vista da molti come il primo segno dell’arrivo dei quattro cavalieri dell’apocalisse.
Da allora, con qualche fatica, riesco a farmi accompagnare da più amici in sala anche grazie al fatto che finalmente l’ultima proiezione utile non è più quella delle 16:30.
Proprio in virtù di questa estensione degli orari, nella giornata di venerdì, il mio cugino serio e posato megadirigente di multinazionale, quello che dorme sul divano dell’ufficio e che fa le teleconference la domenica di fronte alle linguine allo scoglio (ai molti non fregherà nulla, ma la tirata è dedicata all’interessato) mi fa: “frate’ andiamo a vedere Coraline in 3d?”.
Non m’è parso vero. Avevo perso il treno per la visione con gli altri sfaccendati e disperavo di avere una seconda occasione, tanto più che le critiche si erano rivelate tiepide ed ampiamente al disotto della mia fanciullesca eccitazione.
Cominciando dai titoli di coda.. il voto è altissimo, non 9 ma forse a 8 ci si avvicina senza grossi sforzi. Per me il film si piazza sicuramente sul podio assoluto nel 2009, primo staccato nella sua categoria e molto vicino al podio assoluto per l’animazione quindi se ne deduce che la famiglia Cutrì (autori delle succitate recensioni) di cinema non capisce una mazza.
La storia è molto gotica, con una piccola bambina insoddisfatta che migra in un mondo gemello in cui tutto è meglio che nella vita reale. Questo paese dei balocchi è un inganno intessuto da una “altra madre” che vuole divorare la sua anima per tenere la protagonista sempre con se.
Girato in stop motion (tipo i gatti Mio&Mao) il film è un’esplosione di luci e di colori.
Se Obelix era caduto nella pentola della pozione magica acquistando una forza senza fine, Neil Gaiman e Henry Selick (autore e regista) hanno attraversato l’atlantico in una tinozza di LSD rimanendo perennemente strafatti e riversando ogni goccia di allucinogeno nella pellicola.
Ogni scena è un’invenzione, ogni inquadratura una sorpresa. Tutto in una chiave assolutamente non convenzionale e sicuramente inadatta ai bambini (una madre che ti vuole cucire dei bottoni al posto degli occhi non è certo il viatico ottimale per una notte di sogni tranquilli). La tecnica del 3d aggiunge una spettacolarità non fine a se stessa ma utile a farsi trascinare senza riserve nel miglior altro mondo dai tempi di “Alice nel paese delle meraviglie”.
Chi non lo va a vedere al cinema perde uno spettacolo. Se poi non ci va perché danno le repliche dei Cesaroni in tv si merita Amendola come testimone di nozze che gli intona l’ave Maria di Schubert coi rutti.
Dilemmi
Da qualunquista doc, ho sempre guardato alle grandi organizzazioni internazionali con sospetto. Grandi, ricchissime e scialacquatrici di danaro erano per me incapaci di produrre un solo risultato apprezzabile a fronte del loro costo smisurato.
Quando però i giudizi sono solo frutto di preconcetti è doveroso accettare nuovi elementi e riformulare.
Finalmente una campagna seria, dalle finalità chiare e dall’indubbio valore sociale.
L’opuscolo riportato dabbasso è rigorosamente autentico ed attualmente distribuito su una compagnia aerea di cui la mia fonte (grazie) non ha voluto fornire il nome.
Ora mi chiedo, una specie che ha bisogno di spiegazioni su come lavarsi le mani merita di essere salvata?
Ps. Devo ammettere che i punti 5,6 e 7 forse mi erano oscuri

L’età dell’innocenza


Questo bel bambino della foto non è il testmionial della Invernizzi ma sono io all’età di 3 anni e mezzo. Se pensate che abbia un’espressione da figlio di buona donna, siete pienamente nel giusto (a parte il fatto che mia madre non ha colpa alcuna) visto che fin da allora il vizio di combinare guai non mi ha mai abbandonato.
Che il mio rapporto con la scuola e in generale con i superiori non sarebbe stato tutto rose e fiori si è capito subito. Il primo giorno, feci la mia pagine di aste sull’ultima pagina del quaderno a quadretti tenendolo capovolto. Come si suol dire: “chi ben comincia…”
Il secondo giorno presi la mia prima nota per essere entrato fuori orario, fregandomene bellamente delle disposizioni del preside.
Ho mantenuto il primo anno di elementari una sontuosa media di almeno una o due note a settimana, per i motivi più disparati, ricevendo un mare di cazziate da i miei genitori. A poco servivano le mie giustificazioni sia verso la maestra che verso mio padre che provando la carta della persuasione energica un giorno mi disse: “questa deve essere l’ultima, alla prossima non sai nemmeno quanto dovrai pentirtene”.
Il deterrente funzionò poco e due giorni dopo avevo di nuovo l’ordinata grafia della signorina Drago sul diario.
Per provare ad evitare la punizione ignota che mi aspettava e che mi metteva una fifa blu in corpo, non trovai di meglio da fare che siglare in calce “Giulio” in un approssimativo corsivo. Alla richiesta di spiegazioni della maestra mi discolpai con fierezza asserendo che ritenevo offensivo anche solo dubitare che quella non fosse la firma avita. Una risata di gusto mi congedò dai mie affanni.
Credeteci o no quella è una delle poche occasione in cui me la sono cavata completamente gratis ed ho quindi compreso in età giovanissima che se devi sparare una balla, tanto vale spararla più grossa possibile per poi trincerarsi dietro una sfrontatezza senza limiti.
A quasi trent’anni di distanza le prove a sostegno di questa teoria fioccano ancora copiose, nel piccolo come nel grande.
Sebbene originariamente fuorviato da quelle comuniste delle donne della mia famiglia, col tempo ho maturato un affetto sincero per il nostro leader.
Come posso quindi restare insensibile al gioioso sorriso infantile del nostro premier che colto con le mani nel barattolo della marmellata ha commentato la sua marachella: «In giro ci sono un sacco di belle figliole. Io non sono un santo, lo avete capito tutti».
Cosa contestare a un uomo che non cerca scusanti, ammette serenamente la sua colpa (ammesso che andare con scoscione in perizoma possa essere considerata una colpa) ed ammicca da vecchio bucaniere sottintendendo “te piacerebbe pure a te eh?”
Si, piacerebbe pure a me! E vivaddio mi piacerebbe pure vincere una coppa campioni da presidente della Roma. Come si fa? Esistono corsi di formazione?
Silvio, fai di me il tuo delfino. Le donne mi piacciono, il pallone pure e sparo balle da competizione. Solo il fatto di non saper suonare nemmeno il campanello di una porta e di riuscire a salire sul letto un predellino fatto con gli elenchi mi ha dissuaso dall’intentare una causa di paternità…. Divisi dalla fredda genetica, affini nell’anima.
PS. Nella giornata di ieri ben 160 persone hanno letto il post sul papa, ma solo uno ha commentato.. Non vergognatevi, esprimetevi. Scrivere è bello. Non fatevi pregare
Le verità nascoste
Durante la settimana, da tantissimi amici o anche solo da conoscenti, mi sono sentito rivolgere la seguente domanda: “ma come, il Papa si frattura una mano in modo misterioso e tu non dici nulla?”.
Li per li sono rimasto di sasso. Non c’è mai stata ombra di malizia in me. In tutti questi anni mi sono sempre considerato un avversario fiero ma leale dello stabile sito in via della conciliazione e quindi non vedevo nulla di strano o di sospetto nella frattura tranne forse il fatto che i nuovi gessi somigliano moltissimo alle uniformi dei pizzardoni a piazza Venezia.

Poi le richieste si sono fatte sempre più pressanti e certo di fare cosa gradita anche all’interessato in nome del motto “vox populi, vox dei” ho messo in moto la macchina investigativa.
Sono bastate poche indagini mirate nel mondo della distillazione clandestina per scoprire laverità.
Seguendo il richiamo del sangue e dell’istinto secolare della sua nazione (no, non perseguitare le minoranze) il santo padre ha cominciato a fare il birraio e il rarissimo reperto di cui sono entrato in possesso lo dimostra.

Pare che la frattura sia arrivata al culmine di una festa di presentazione del marchio in cui l’allegro alemanno, forse non lucidissimo, ha provato a impressionare gli invitati (la solita gente.. Corona, Belen, Paris Hilton, Mike Tyson, i Beckham, Cosimo Mele e Sircana…) aprendo una bottiglia con un colpo di karate portato col taglio della mano e centrando invece la fronte del chierichetto che la teneva sulla testa per rinverdire il mito di Guglielmo Tell.
PS Come TUTTE le foto contenute in questa scatola di vaniloqui, anche queste sono al 100% vere e non frutto di fotoshop o contraffazioni, spero che in sede di giudizio possa essere considerata una attenuante
Scusa ma ti chiamo Silvan

Contravverrò per la prima (e spero ultima) volta alla regola aurea che ha sempre guidato tutte le mie peregrinazioni nelle sale cinematografiche di questo mondo ossia: “Se vai a vedere un film che è dichiaratamente una puttanata, non hai il diritto di lamentarti se effettivamente lo è”.
A mia parziale discolpa posso solo dire che in uno dei due casi che sto per esporre, “Transformers 2” il difetto del film è di essere troppo poco una porcata, almeno secondo i miei altissimi canoni estetici.
L’ultima fatica di Michael Bay ha il grandissimo difetto di voler mescolare i generi, ripercorrendo l’abominio dei nuovi guerre stellari in cui personaggi classici che tutti vorrebbero immutabili si mescolano a pupazzetti scorreggioni creati ad arte solo per venderne i peluche a bambini lordi di nachos e popcorn al caramello.
Transformers è semplicemente molto brutto, fiacco, con pochi e confusi botti. Ottimo per un martirio di espiazione grazie a trovate assurde tipo autovetture che piangono dagli spruzzini tergicristallo o piccoli robot affetti da priapismo che provano ad ingropparsi tutto quello che incontrano fra le ovvie e sguaiate risate del popolo di subumani che affollava la sala e commentava compiaciuto “Amo’ che tajo, mortacci mia!!!!!!!!!!!”.
L’unico pregio che posso riconoscere al film è che almeno non è “Harry Potter e il principe mezzosangue”.
Venerdì mi accingevo a partire per il mare per passare 3 giorni di morte apparente sommerso da linguine alle vongole quando ho ricevuto l’imprevista telefonata dell’amico Gepi che si è svolta secondo i nostri abituali standard comunicativi: “aho..?” “eh?” “andiamo a vedere HP?” “a Ge’ ma se non te ne è mai fregato un cazzo?” “tendenzialmente si, ma va Francesco a prendere i biglietti” “allora ottimo”. Solleticato da una serata apparecchiata ho fugato i miei dubbi per una pellicola tratta da quello che è secondo me il peggior libro della serie, sopendo le mie perplessità con la scusa di aver letto il tomo solo in inglese e per questo di non aver fondamentalmente capito una cippa di un opera di eccezionale vigoria e intreccio narrativo (cosa che a tuttoggi potrebbe essere comunque vera).
Il tarlo di avvicinarmi a una solenne bufala continuava a masticare la mia dura madre, riempiendomi di segatura il cranio, ma il sospetto ha assunto dignità di quasi certezza quando, entrando in sala, mi sono ritrovato a una convention di Gormiti e Winx che berciavano come macachi in amore avvertendomi che le prossime due ore e quaranta me le sarei vissute davvero male.
Raccontare il film è abbastanza facile. Questo episodio è eccitante quanto guardare crescere un ficus benjamin e scoprire dopo un po’ che è pure di plastica.
Per centosessanta interminabili minuti non succede assolutamente nulla a parte uno sbocciare di sacrosante polluzioni giovanili grazie a torme di adolescenti che limonano duro in ogni angolo del castello, una specie di Moccia in chiave magica. Se al posto di Harry o Hermione ci fossero stati Step e Baby dubito che sarei riuscito a notare la differenza, bastava mettere il ponte col lucchetto al posto delle bacchette e pozioni.
Il regista (o lo sceneggiatore) riesce nella mirabile impresa di eliminare tutte la parti interessanti del libro come trama, storie del passato o analisi dei personaggi per soffermarsi su un messaggio di grande importanza sociale: “anche ai maghi gli piace la patata”.
Tagliando tutta la storia, risulta ovvio che quando negli ultimi 11 secondi, il professor Python provi a dare un senso al titolo uscendonese non richiesto con un “sono il principe mezzosangue” il commento non possa che essere: “esticazzi?”
Sono solo supersitizioni (addendum)

Si dice che la preghiera sia l’ultimo rifugio delle canaglie. Quando un’anima nera perde ogni speranza nella capacità di sovvertire il fato imbrogliando, barando, strisciando e vendendo gli organi dei parenti prossimi, allora la fede ritorna prepotentemente a farsi strada nella pece del suo cuore.
Come un novello Faust faccio ammenda della mia vita che comunque non è stata dissoluta come avrei voluto e sto facendo le valigie per raggiungere al più presto il monastero di Chang Mai nella speranza di placare il turbine di sfiga che in due anni si era catalizzato attorno al mio polso destro poderosamente respinto dalla benedizione di un mite bonzo e che finalmente ha trovato un varco d’accesso.
Mi sento un po’ come il nero di turno nei film di zombies: “lasciatemi qui, venderò cara la pelle”. Molto coraggioso per uno con una fionda e due banane di fronte a novemiladuecento non morti.
Dalla rottura del prezioso amuleto:
- La mia auto puzza di cane (fatto molto curioso visto che non ho mai avuto un cane ne frequento assiduamente persone che ne hanno uno)
- zoppico
- ho fatto una bella figura di cazzo in ufficio di quelle che ti faranno ricordare nei corridoi come “qUello che..”
- ho avuto una bella, bella conversazione del tutto gratuita con una ex.. di quelle che ti lasciano proprio sereno ed affatto pieno di amarezza
- è arrivato un accertamento dall’agenzia delle entrate che mi segnala redditi non dichiarati per 35mila € con un importo da pagare di poco meno di 4mila
- il commercialista con simpatica leggerezza mi ha detto….: “ops che errorone che abbiamo fatto (abbiamo chi?). eh si, tocca pagare (tocca agli stessi che “abbiamo”??)
Essendo io partito da Viareggio il pomeriggio del disastro ancora in possesso del bracciale comincio a sospettare della mia pericolosità per cui credo che se dovesse fallire la missione Tailandese mi rinchiuderò sul fondo di un pozzo a secco come la protagonista di “the ring” salvo poi tornare a rompervi i coglioni strisciando fuori dal televisore.
Come inguaribile ottimista spero sempre che il dolce buddha ci ripensi accordandomi di nuovo il suo favore. Accetterò come segno di pace la foratura del pullman della nazionale estone di lotta femminile nella gelatina di fronte alla mia abitazione.
Solo superstizioni (i meridionali sono sempre meridionali)

Due anni fa, durante un umido viaggio attraverso la foresta del triangolo d’oro, ho avuto occasione di visitare una magnifica pagoda.
Fino ad allora la parola pagoda per me aveva come unico richiamo visivo quello della carta del mercante in fiera per cui mi sono avvicinato molto incuriosito allo “stupa d’oro”, un magnifico pinnacolo coperto dal prezioso elemento che riluce come un secondo sole nel tramonto tropicale.
All’interno di questo monastero è in vigore una tradizione. Il più anziano e venerato bonzo siede all’ingresso e ti stinge al polso destro un semplice bracciale di spago come segno ben augurante. Il visitatore dopo può esprimere tre desideri al Buddha che saranno esauditi se formulati con cuore puro. A dirla tutta, ho sempre avuto qualche dubbio sul nitore del mio animo, ma appellandomi alle diversità culturali ho sperato che l’illuminato scambiasse i miei peccatucci per stravaganze culturali.
L’anno era stato davvero pessimo: marette sentimentali, un lavoro che mi teneva in macchina 2 ore e una Roma che mi faceva tribolare. I tre obbiettivi quindi erano fin troppo facili ed dato fondo alle mie finanze ho illuminato a giorno il tempio con incensi fuomogeni tanto che dei tifosi turchi di passaggio l’hanno scambiato per l’Aly Sami Yen di Instanbul ingaggiando una fitta sassaiola con i monaci erroneamente presi per supporter del Galatasaray.
Sarà stato il classico meccanismo di marketing per cui al tossico nuovo dai la roba migliore, sarà il caso.. ma il simpatico pennellone sdraiato con pallino in fronte si diede davvero da fare.
Al ritorno ho avuto una specie di idillio romantico con farfalline nello stomaco, due mesi dopo ho lasciato il lavoro per uno meglio pagato e con molte più prospettive e la Roma si giocò il titolo agli ultimi 40 minuti di campionato. Davvero niente male.
Forte di un sereno 2,8 su 3 ho sempre trattato il bracciale con una cura a metà fra la devozione mistica e il terrore per l’ignoto che si potrebbe tratteggiare come l’ibrido di un anacoreta e la scimmia di 2001 odissea nella spazio. Sebbene sia esteticamente innegabilmente brutto (il braccialetto, non io) l’ho sempre portato con quella spocchia classica di chi mastica due spiccioli di spiritualità e guarda il mondo e pensa: “ma che ne sapete voi, volgo materiale” e ne ho avuto una gran cura presagendo grandi sventure in caso di danneggiamento irreparabile.
Sabato pomeriggio mi trovavo all’aeroporto di Vienna, pronto per il ritorno a casa dopo quattro giorni in Slovacchia passati a maledire l’embargo di serrande che mi aveva reso ancora più rincoglionito del solito a causa della mortale privazione del sonno (tortura usatissima da qualsiasi struttura di intelligence e terribilmente efficace).
Dopo 2 ore abbondanti di macchina, con la barba lunga e onestamente trascurato mi sono avvicinato al bancone della Austrian per la carta di imbarco.
La contemporaneità degli seguiti è quasi surreale.
Tendendo il passaporto alla gentile signorina ho guardato il braccialetto rompersi spontaneamente e cadere. Nello stesso istante le parole “mi dispiace, il suo posto non esiste più, cancellato”. Tre secondi e un rumore sordo, “tock” , ci ha reso noto che l’impianto di climatizzazione dell’aeroporto s’era rotto.
La temperatura intorno a me è aumentata istantaneamente di 11°, un po’ per il guasto tecnico un po’ per una febbre cerebrale che mi ha fatto rovesciare gli occhi all’indietro scagliando oscure maledizioni Tolteche all’indirizzo della povera banchista.
Riavutomi dalla possessione demoniaca e pulendomi il rivolo di bava verde che mi pendeva dal lato della bocca ho provato a fermare il tremore del sopracciglio ed ho chiesto squisitamente: “mi scusi, cosa vuol dire cancellato?” “ah no signore, il volo non è stato cancellato” “volevo ben dire” “solo il suo posto è stato cancellato”
“….. (dissolvenza)”.
Evidentemente preoccupata dalla fiamma magenta che brillava nella mia iride destra la signorina si è affrettata a precisare: “purtroppo per motivi insormontabili abbiamo ridotto la capienza del volo e il suo posto non esiste più, però non si preoccupi con un piccolo scalo tecnico via Zurigo riusciremo a farla arrivare”.
Una volta appreso che questo simpatico scherzo mi avrebbe riportato a casa alle 23:25 invece che alle 19 e 15 mi sono avviato verso il bancone della compagnia con lo stesso furore degli orchi di Mordor all’assedio di Minas Tirith ma non prima di essermela presa con parecchi protagonisti della tradizione cattolica, ingiustamente trascurando di essere stato abbandonato dal Buddha e non dalla mia religione originale.
Quasi rassegnato, ma avido di fondo, ho chiesto quale fosse almeno l’indennizzo previsto per il disguido. Un’altra signorina, meno cortese della prima, mi ha risposto che la compagnia non prevedeva indennizzi per problemi non prevedibili quindi era inutile fare l’accattone.
“Non prevedibili il cazzo” E’ stata la mia risposta, in italiano, ma deve aver capito abbastanza bene l’alto valore giuridico della mia affermazione, aggiungendo, in inglese, che o mi dava una giustificazione scritta e firmata o l’indomani avrebbe ricevuto notizie dai miei avvocati. Aldilà dell’evidente cazzata che avevo detto visto che avevo l’aspetto di uno arrivato con un gommone da un paese privo di acqua potabile, il tono imperioso e la dizione corretta (unito a un rinnovato aiuto celeste grazie alle immani quantità di piccoli voti con cui ho disseminato la Cina a maggio) hanno misteriosamente generato un biglietto di business sul volo originale, le scuse sentite della compagnia e l’accesso alla lounge per un bicchiere di vino.
In conclusione, da tutta questa vicenda, ho dedotto che:
- Buddha per quando vago è riconoscente
- se tanto mi da tanto se vince lo scudo
- per quanto a nord, gli austriaci rimangono i terroni dei tedeschi e in quanto ben più meridionale di loro so che basta fare lo spocchioso e dire “lei non sa chi sono io”
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