Parole sfuse che costano meno

Le donne vengono da Venere, gli uomini da Garbatella

Lo spirito delle feste

p044_1_21.png

Lo spazio sarà dedicato alla tradizione ed alla componente più vera di queste feste, i giochi a casa Lefèvre.
Magari non a tutti il nome sarà familiare, ma non fa nulla. Potrete tranquillamente mettere un cognome di vostro gradimento, tanto queste scene si ripetono in ogni casa d’Italia.
Le giocate canoniche cominciano il 25 alle 21, la cadenza ed il ritmo dei giochi sono immutabili come un rito bizantino. Nessuna deroga e nessun cambio sono solo ipotizzabili: Tombola (2 tornate), Mercante in fiera, zompacavallo, mazzetti e giochi collegati, baccarat e tressette fino all’alba con i fieri superstiti con derive estemporanee verso perlina e poker a dadi.
L’escalation economica è un vortice da cui nemmeno uno stilita riesce a a tirarsi fuori; più di una volta, a notte inoltrata ho visto chiamare banchi insanguinati da 100 euro anche dalla più dolce e insospettabile delle nonnine. Si comincia col supplizio della tombola, quella professionale con le finestrelle di plastica, che serve a far capire subito ai nuovi arrivati che la casa ha delle gerarchie che vanno rispettate. La possibilità statistica che nessuna delle due tombole o cinquine vada ai padroni di casa è la stessa di trovare due fiocchi di neve identici… 0% senza appello!!
Esaurita questa tassa periodica che non mi ha mai visto vincitore è il momento di uno spettacolo degno del Cirque Du Soleil, il mercante in fiera di Saverio, il pater familias. Mi sono sempre rammaricato di non essere mai riuscito a fare un corto di questa ottava meraviglia del mondo. Al momento della distribuzione delle carte viene fatto un minuto di raccoglimento per il possessore della carta maledetta, l’Arabo (il beduino se foste così improvvidi da usare le Dal Negro invece delle Modiano). Questa carta non ha MAI vinto, dal 1793, hanno dell’eruzione del Vesuvio e una sua eventuale presenza fra le carte in premio è presagio di sventura. Non a caso, ogni 5-10 carte svelate viene lanciato un applauso per lo stoico possessore che ha resistito così tanto ma anche un ammonimento a non perseverare per non attirare la sciagura sulla casa. Seguono trenta minuti di storie, racconti, iperboli e battute per legare in qualche modo ogni carta alla successiva che viene vaticinata dal banditore grazie a frammenti di immagine che ai più sprovveduti potrebbero sembrare solo la cornice nera o il riflesso del lampadario.
Arrivati  ai premi, se l’arabo è ancora in gioco si preparano riti apotropaici cercando di allontanare il turpe saladino dalle vette dell’incasso, altrimenti con tre rapidi fendenti si svelano i bottini intermedi lasciando i possessori del primo e ultimo premio a fronteggiarsi in una giostra mortale.
Il primo che cede alla crisi di panico e flebilmente propone “dividiamo?” viene sommerso dai fischi ma spesso premiato dalla sorte che punisce l’avidità dell’altro concorrente.Spossati da questa cavalcata onirica, l’intermezzo obbligatorio è lo zompacavallo. Non mi dilungherò a spiegare le regole ai poco avvezzi, basti sapere che trattasi di gioco dalla durata mai inferiore ai 45 minuti in cui non bisogna fare assolutamente nulla se non stare seduti a gufare come sfingi convogliando un flusso di iatture che nemmeno ai rigori della finale dei mondiali.
Come tutti gli anni sono stato vicino fino all’ultima girata di carte al premio finale e come tutti gli anni il miraggio si è infranto su un maledetto asso di coppe che ha spezzato il sogno di vittoria con una facilità irrisoria.
Dopo questa ridda di giochi di culo estremo, si passa finalmente a cimenti molto più tecnici come carta più alta, pari e dispari, rosso e nero o mazzetti.
Di solito mi estraneo da questo filotto di azzardo puro per concentrarmi sull’evento catartico della serata: il Baccarat.Due ali di folla si assiepano attorno a un lungo tavolo divise  da un istmo umano, il banco, storicamente e necessariamente tenuto da Saverio e suo fratello Paolo.
Più che un gioco di carte sembra di trovarsi a bordo ring o nel suk della Medina di Alessandria d’Egitto. Ogni volta che il giocatore di turno solleva le sue carte  e le mostra il tavolo il vociare si alza fino ad esplodere per una bussata o scemare nella delusione chiamando carta.
Seguono due ore di giocate concitate, di urla belluine, di sfottò e maledizioni zingare che fanno cambiare le sorti dei giocatori mille e mille volte. Il tutto in una nuvola di fumo, profumo di torroni e panettoni e un sontuoso banchetto che allieta i giocatori sfortunati e le relative accompagnatrici schive che fissano incredule il loro uomo regredire a stati pre-neanderthaliani con tanto di osso, stavolta d’abbacchio, in stile 2001 odissea nello spazio.
Quando la folla è scemata, sia chiaro stiamo parlando almeno delle 3 di mattina, la famiglia si ricompatta per il tressette finale che congeda tutti.
Potendomi fregiare di 25 anni di amicizia talvolta sono stato invitato a partecipare a questo sacro gioco iniziatico. Di solito le coppie sono standard, i due fratelli contro la coppia giovane formata dal mio amico Amedeo Lefèvre e da uno di noi. Di per se le partite non durerebbero moltissimo, quello che allunga i tempi fino all’insensato è l’analisi dietrologica di ogni mano in cui bisogna discolparsi dagli errori fatti contrattaccando appellandosi a strategie sempre più stravaganti mano a mano che la notte lascia spazio al mattino.
Solo allora si può seppellire l’ascia di guerra e stanchi, ma felici godere il riposto meritato consapevoli che solo adesso è davvero Natale. 

paolo-a-natale.jpg

Annunci

gennaio 17, 2008 - Posted by | Editoriali

Sorry, the comment form is closed at this time.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: