Parole sfuse che costano meno

Le donne vengono da Venere, gli uomini da Garbatella

La poesia del Tackle

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È meglio giocare con una sedia che con Hansi Muller, perché con la sedia quando gli tiri la palla addosso ti torna indietro!
(Evaristo Beccalossi)

Colpite tutto ciò che si muove a pelo d’erba. Se è il pallone, meglio…
(Nereo Rocco)

Ho un modo infallibile per calciare i rigori: li metto dentro.
(Eric Cantona)
 

Queste tre semplici frasi rappresentano tutto quello che ho sempre saputo del gioco del calcio e soprattutto lo delineano per me in maniera esaustiva.
Dotato di scarsi piedi ma di una cattiveria quasi soprannaturale finalizzata al risultato non ho mai trovato altro posto in campo che in difesa, meglio se terzino, in contrapposizione al nemico naturale di noi figli della pietra, l’ala sinistra.
Con la stessa diffidenza con cui il cavernicolo osserva il ramo colpito dal fulmine che prende fuoco, il difensore guarda con sospetto questa figura anarchica e leggiadra che sul campo incarna tutte le qualità che non avrà mai.
Votato da tutta la vita alla disciplina ferrea, al sacrificio, al fango il terzino diffida di questo araldo di un mondo sconosciuto in cui il gesto spesso non è votato all’efficacia ma all’estetica e come sempre succede quello che l’uomo teme l’uomo distrugge (a tacchetti sulle tibie).
Sul campo di calcio si ripropone l’eterna lotta fra ciò che è bello e ciò che è utile, fra il vezzo dell’artista e il prodotto schietto dell’artigiano, fra il marmo candido di Atene e il bronzo nero di Sparta.
Ma l’una cosa senza l’altra non avrebbe senso e così è il duello a dare spessore alle due figure. Cosa sarebbe il torero nella plaza senza un uro con gli occhi iniettati di sangue a fronteggiarlo? Senza noi terzini che cadiamo nel fango (nella foto io sarei quello sdraiato per terra semi-nascosto) cercando di inseguirli gente come Best, Garrincha o Meroni sarebbe diventata leggenda?
Così da sempre un anonimo difensore fronteggia il giocatore famoso e lodato per strappargli le ali di Icaro dalla schiena e scaraventarlo a terra. L’impresa è impossibile, il pubblico non è li per lui e fischia quando la maglia si allunga, gli stinchi cozzano e il mestiere supplisce alla tecnica.
Ma che succede quando le parti si invertono? Quando la gazzella sente l’odore della fiera che lo insegue, scappa spaventata fino a che una zampata la abbatte? Che gratificazione quando la scivolata anticipa di un millimetro la sua gamba deviando il pallone di un alito, due corpi che rovinano assieme, si rialzano e si danno la mano.Una storia di fatica condensata nella poesia del tackle, nel gusto di sovvertire il pronostico e sbalordire, nella gioia di piegare quello che era scritto che fosse in qualcosa di diverso. Il riscatto a mille tunnel e rabone condensato in uno schianto secco fra fili d’erba che volano ovunque.
Sarà per questo che per me il calcio rimane l’unico sport. L’unico in cui un singolo può fare la differenza, anche solo per un istante, ma in cui senza gli altri l’individuo non esiste. L’unico in cui la sorte a volte vale più dell’abilità ed è per questo che si parte tutti alla pari.
E per favore, non dite che sono solo 22 scemi in mutande che corrono altrimenti mi fate proprio incazzare. 

Dedicato a Francesco perché ora che il cielo è nero ha aperto l’ombrello.  

Ps Avete notato però che le ali muoiono tutte giovani mentre i difensori cullano i loro nipoti?

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febbraio 7, 2008 - Posted by | Mariani e il calcio

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