Parole sfuse che costano meno

Le donne vengono da Venere, gli uomini da Garbatella

Don Emilio de la Mancha #1

  

La scaramanzia è davvero una brutta malattia. E’ passato un anno o poco più e di nuovo ci troviamo alla vigilia di un’altra trasferta che assomiglia più ad una crociata che ad un evento calcistico.Con due precedenti alle spalle (Lione e Manchester) differenti come il sole e la luna, il primo scoglio orrendo è capire che tipo di viaggio fare: mordi (un panino alla merda) e fuggi come in Inghilterra o carovana zingara come in terra gallica? Che è una domanda? Ho chiesto le ferie l’8 gennaio!!!
Questa volta purtroppo la mobilitazione è minore. Il paese è in difficoltà e richiede il contributo di tutti per risollevarsi per cui solo i parassiti coinvolti in attività parastatali come me e l’ingegner Gianluca Vesentini detto “il Vese” possono assentarsi per quasi una settimana per andare a vedere una partita di calcio. Poco male, come un ruscello che diventa fiume in piena, il grosso della truppa ci raggiungerà a Madrid per la sfida, intanto di parte in due. Gianluca si presenta alla vigilia con un itinerario che sembra uno stralcio della Vuelta de España 2007: Santandèr, Oviedo, Leòn, Valladolid, Salamanca, Avila e Madrid da coprire in 3 giorni!
La partenza è comodamente fissata sabato mattina ad appena centosei ore e quarantacinque minuti dal match per essere sicuri di fare a tempo.
Quel santuomo di mio padre accetta di buon grado di accompagnarmi a Ciampino dove un lussuoso jet Ryanair ci aspetta per portarci sulle coste settentrionali della penisola Iberica, a Santander, luogo di cui ignoro completamente l’ubicazione a parte un vago “in alto in mezzo”.
L’insonnia paterna però mi porta allo scalo romano con un anticipo raccomandabile per un volo intercontinentale per cui mi accomodo sulle scale leggendo i giornali sportivi con ansia malcelata. Passano pochi secondi e la sinuosa voce della signorina degli annunci crepita dagli altoparlanti col seguente messaggio “Si informano i signori viaggiatori del volo Ryanair…” (gelo nel mio cuore) “per Dublino” (‘sticazzi dunque) “che il volo anziché partire alle ore 09:55 partirà alle 17:55”. Segue una salva di bestemmie come non se ne sentiva dalla conquista turca di Costantinopoli del 1453!
Ridacchiando malevolmente fra me e me vengo raggiunto dalla famiglia Vesentini al completo che forse presagendo che saranno cinque giorni di colesterolo a 4 cifre ci tiene a salutare per l’ultima volta il suo delfino. Baci, abbracci e si parte.
Una volta superato qualche piccolo timore relativo alla sicurezza dello scalo (arriviamo a bordo senza aver mostrato alcun documento a chicchessia) siamo pronti a partire alla faccia di tutti gli altri voli Ryanair che sembrano accumulare ritardi orrendi.
Si arriva in una Santandèr assolata e splendente e non facciamo in tempo a complimentarci per la felice scelta per scoprire che la Hertz c’ha dato la prima sòla della spedizione: una volta esaurita la lista di codicilli e addendum alla tariffa che ho sottoscritto sul sito per una Fiat grande punto incidentata si scopre pagheremo 3 volte il previsto. Archiviata la pratica con una malcelata bestemmia ci incamminiamo sulla litoranea e scopro uno dei posti più belli d’Europa, la Cantabria. Immaginate di essere in Svizzera con le sue montagne lussureggianti e che poi d’improvviso un gigante strappasse l’Italia per farvi passare direttamente dal verde degli abeti al blu del mare. Magnifico! Costeggiamo il mare attraversando paesaggi incantati ma la mia attenzione viene stoltamente richiamata dal barocco codice della strada spagnolo che mi propone interessanti variazioni sul tema: velocità praticamente fissa (minima 100 massima 120), semafori che si accendono e spengono in maniera singolare agli incroci con tutte e tre le luci presenti simultaneamente e lampeggianti e il seguente cartello che mi lascia perplesso e che attribuisco ad una pre moresca influenza egizia in Iberia per l’evidente riferimento all’occhio di Ra ed allo scettro di Anubi, dio degli inferi.

cartello.jpg                                                             
Arrivati ad Oviedo ci incamminiamo per le strade del borgo vecchio alla ricerca di una sidreria dove assaggiare le specialità di questo angolo di paradiso e ci imbattiamo in un posto molto promettente dove facciamo la prima scoperta: in Spagna è consentito fumare ovunque previa affissione di un cartello.
Veniamo accolti con un largo sorriso sdentato dal cameriere che ci fa accomodare e mette sul nostro tavolo una bottiglia di sidro gelato. Ignorando la tradizione che richiede che il sidro venga versato con ardite manovre da giocoliere e giochi di liquidi scenografici arraffo la bottiglia e servo da bere a Gianluca e me provocando un occhiata del tipo “turisti del cazzo” da parte di tutti gli inservienti. La scelta invece de “las comidas” è del tutto casuale e fa comparire per me due involtini di verza ripieni di calamari grossi come palloni da football e galleggianti in due dita di panna al peperone mentre al vese viene servito un secchio di carne macinata (di animale sconosciuto, forse cavallo) e patate insaporite da una spezia mortale che farà capolino nel suo alito almeno fino al lunedì seguente contrastando con efficacia il puzzo di arbre magique che impregna la nostra auto.
La passeggiata per le vie di un centro molto pulito e carino forma in me il primo pensiero sugli spagnoli: sono effettivamente un popolo squisito, civilmente almeno venti anni davanti a noi che ha tutto da insegnarci. Nota dolente, gli uomini si vestono come giostrai albanesi e le donne sono tutte dei gran cessi.
All’improvviso il nostro sguardo è catturato da una bettola deserta dove quattro anziani giocano a qualcosa simile al tressette distinguendo chiaramente un mazzo di carte napoletane in mostra sul tavolo.
All’ingresso una signora un po’ in la con l’età e completamente fuori di cervello ci blocca la strada perché gli va di chiacchierare, il problema è che il mio spagnolo è fortemente condizionato dall’aggiunta della S alla fine di tutte le parole italiane per cui seguono cinque minuti di monologo della signora in cui mi sembra di arguire il senso sia “bisogna sempre dare retta ai genitori e non dare fastidio alla gente” il tutto mentre con i baffi mi solletica il  mento vista la distanza da cui espone i suoi argomenti. Il Vese codardamente mi abbandona nella mani della megera e va ad ordinare da bere provocando gli improperi del padrone che stava appunto giocando a carte e che con la Napoli quinta a spade di tutto aveva voglia fuorché di due rompicoglioni italiani.
L’arrivo in Leòn è accompagnato da due piacevoli sorprese. Per prima cosa l’albergo è uno sfavillio di marmi con parquet in camera ubicato in zona piazza Navona, per seconda.. ospita il casinò cittadino.
Dopo una doccia e un’oretta di morte apparente siamo pronti per la movida del sabato sera, anche se dovrei dire “sono” considerando che da ore il Vese accusa nausea e spossatezza e visto che di sicuro non è in cinta la colpa è del cavallo macinato di pranzo. Per le vie del “Barrio Umido”, il quartiere dei locali e delle birrerie, troviamo la cura al malessere del mio compagno di viaggio ossia un ordalia alimentare/alcolica consistente in: pane e formaggio e vino rosso serviti in una festa zingara al centro della piazza della cattedrale, patate e maionese, ali di pollo fritte, calamari in umido, un piatto di prosciutto locale e un numero di birre in doppia cifra reperite in un affollata ma deliziosa tapaseria in cui alla domanda della barista “E’ buono il prosciutto?” rispondo “si, ma tu di più!” unica eccezione in una folla che sembra uscita da “Mad Max, oltre la sfera del tuono”.
Leggermente appesantiti ma indomiti nel propositi d’azzardo ci introduciamo nel casinò che si rivela grazioso, ordinato e vuoto come una norcineria a Theran.
Gianluca si schiera al blackjack in un tavolo frequentato dall’unione dei camionisti castigliani, io preferisco il tavolo da poker in compagnia dell’equivalente spagnolo del clan  degli scissionisti di Scampia. Perdo rapidamente e in malo modo ma non me ne preoccupo; anche a Montecarlo mi avevano pelato, ma poi a Lione s’è vinto per cui lo prendo come un buono auspicio.
La cosa più interessante è la sinfonia di insulti a tutti i simboli della cristianità cattolica che i Sopranos al mio tavolo indirizzano al Croupier di turno, non risparmiando nessuno, dalla sacra famiglia, al padreterno o qualsiasi pezzo del presepe tradizionale.
Stanco, vado a dormire vagamente preoccupato per il fatto che Gianluca sia stato eletto a beniamino dei malviventi al suo tavolo e che tutti scommettano forti cifre su di lui, nonostante la fortuna sembra stia mutando rapidamente.
La mattina successiva trovo il corpo di Gianluca in stanza per cui se è morto, almeno è riuscito a trascinarsi a letto, non dovrò riconoscerlo all’obitorio.
Vado a fare due passi per il centro inondato da un sole caldo e scopro di essere  l’unico bipede sveglio in città per cui comincio a prepararmi per il vero evento della giornata, il trasferimento a Valladolid con annessa partita di calcio.
La strada verso il cuore della Castilla svela un paesaggio lunare fatto di alte montagne e un altipiano sterminato che sembra il set di un fil di John Ford. Come in tutti i western che si rispettino, difatti, ogni cittadina polverosa di cento anime che attraversiamo ha il suo saloon “spiritoso”. Una serie infinita di club dal nome ammiccante come “la sirena” o “le labbra rosse” ospitati in cubicoli pittati di fucsia e sormontati da enormi neon ci accompagnano per tutto il viaggio.. forse che tutte le spagnole carine siano nascoste lì?
L’ingresso in Valladolid avviene fra ali di folla festante che in realtà altro non sono che la tifoseria ospite del Racing di Santander venuta a sostenere la squadra quinta in classifica.
Poggiati armi e bagagli ci uniamo alla torma entusiasta nero e verde, vistosamente alticcia che rimbalza come un flipper di bar in bar a piedi fino allo stadio. Scambiati per supporter cantabrici il bigliettaio ci da due posti nel settore ospiti in piena tribuna assolata che raggiungiamo non prima di aver fatto il periplo dello stadio ed aver finalmente compreso cosa tutti gli spagnoli ruminano incessantemente ossia “los piponazos” i semi di girasole, che ogni abitante della città mastica e sputacchia ovunque creando un armonioso tappeto di truciolato.

piponazo.jpg 

La partita è una chiavica ma ci danno la più grande lezione di civiltà mai vista. Accanto a me una coppia di ottantenni, davanti una famiglia, dietro una mamma con un bimbo di nemmeno due anni. Tutti insieme, tutti a tifare senza nemmeno un poliziotto e senza nessuna soluzione di continuità in nessun punto dello stadio.
Un sogno.
Si canta, si tifa e si fa caciara per novanta minuti, tutti assieme fino allo sculatissimo vantaggio ospite che li proietta a ridosso della champions.

 

 valladolid.jpg
Estasiati da tutto ciò torniamo camminando in città armati di propositi bellicosi ma ci aspetta un città davvero freddina per cui dopo l’ennesima cena in cui anche i tovaglioli vengono fritti prima di essere messi a tavola, ci ritiriamo in buon ordine per spararci le ultime cartucce prima di arrivare a Madrid il giorno dopo.Continua…

 

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marzo 10, 2008 - Posted by | Mariani e il calcio

2 commenti »

  1. i tuoi resoconti sono così ben scritti e con un taglio ironico così divertente che, a volte, rimpiango il mio essere immune dal morbo del pallone…

    Commento di cosimo | marzo 11, 2008 | Rispondi

  2. Grazie benelli!
    però non sei immune al morbo del cibo e delle figliuole!

    Commento di zemariani | marzo 11, 2008 | Rispondi


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