Parole sfuse che costano meno

Le donne vengono da Venere, gli uomini da Garbatella

Don Emilio de la Mancha #2

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La visita di lunedì mattina a Salamanca si tinge di giallo quando il Vese cade nella mia astuta trappola. L’università vanta una facciata completamente piena di fregi e statue fra cui si nasconde una piccola rana. A chi la trova senza aiuto la sorte regala fortuna e il matrimonio entro l’anno. Tacendo questa seconda parte porto l’inconsapevole giovane di fronte al monumento e in nemmeno 8 secondi Gianluca esclama contento “trovata!!!” Al rivelarsi del suo fato farfuglia frasi sconnesse invocando la stupidità delle tradizioni popolari facendo ricorso a un pragmatismo che davvero non gli conoscevo, affascinante.
Il tour di Salamanca prosegue con la plaza mayor, unica in tutta la Spagna ad essere istoriata con l’effige del Caudillo Franco assieme a quelle dei re del passato, con la basilica e il belvedere che presentano l’inconveniente di parecchie rampe di scale, magari un tempo facilmente percorribili, ma che si rivelano quasi inespugnabili per i nostri fegati affaticati dall’ultima scoperta culinaria del luogo: riccioli di cotenna fritti nello strutto con un valore energetico sufficiente per portare in orbita un modulo dell’erigenda stazione spaziale.

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In preda alle allucinazioni da colesterolo partiamo alla volta di Madrid dove ci attende il primo rinforzo della brigata, l’avvocato Daniel Giudice, stimato penalista di cui non è escluso potremmo avere bisogno. Piccola tappa intermedia la deliziosa cittadina di Avila, una delle ultime fortezze a cadere all’invasione moresca e luogo elettivo di soggiorno di una miriade di cicogne festanti, fosse questo il destino che la magica rana ha predisposto per Gianluca?
L’arrivo in capitale è più problematico del previsto perché il signor Vesentini, ingegnere in telecomunicazioni, si rapporta al navigatore satellitare come le scimmie attorno al monolite di “odissea nello spazio” riuscendo nella complessa impresa di portarci in “via dell’aeroporto” anziché al terminal 1 dove dovremmo riconsegnare il veicolo.
Una volta chiarito l’equivoco ci imbarchiamo sulla lussuosissima metropolitana madrilena (12 linee urbane, più tre extra, mortacci dei sindaci di Roma) alla volta dell’Hotel Intercontinental, moderna reggia barocca a due passi dallo stadio prenotata grazie ai buoni auspici di una premiata coppia di amici viveures, Rea&Caramanna.
Ricongiunti a Daniel in una stanza addobbata come il caravan di Moira Orfei ci lanciamo all’inseguimento della tanto citata “movida”. Il fatto è che però è lunedì sera, è quasi mezzanotte con temperatura vicina allo zero per cui i gaudenti abitanti della capitale sono ampiamente sotto le pezze quindi non ci rimane che compiere una mezza maratona non competitiva per le vie semideserte del centro per poi rientrare con un pizzico di mestizia in albergo.Alla sveglia  il programma è chiaro e inderogabile: colazione elefantiaca, museo del Prado, un paio di monumenti vari, ricongiungimento con altri quattro sciamannati (Toti detto “doctor love”, Caramanna detto “Zio”, Bartoletti detto “Pupito” e Rea sul cui soprannome tacciamo per decenza) e poi serata allo sbando per locali e Casinò.
I primi due step si svolgono senza grossi intoppi, se non consideriamo un impedimento il carpaccio di baccalà che popola il mio petit déjeuner, mentre la visita al museo ci mette in credito con la nostra morale per fare scempio della nostra mente nel resto della giornata. Salutati al volo i quattro gaudenti impegnati  lasciare il prodotto interno lordo del Belize ad un ristorante di pesce del centro, proseguiamo la nostra visita alla basilica (chiusa) ed alla reggia quando arriva la dritta da zio: tutti allo stadio per l’allenamento della Roma. La cultura ha fatto il suo corso per cui, fuga dai luoghi della mente per il pellegrinaggio alla vera cattedrale di Madrid, il Santiago Bernabeu. Lo stadio è immerso nella città come un solitario in un diadema, armonico eppure splendente nella vista che ci si offre all’uscita della metropolitana. Quattro torri d’avorio collegate da un nastro d’argento con impresso un nome maestoso “REAL MADRID”. Di fronte all’ingresso dei pullman una folla di romanisti con modi squisitamente oxfordiani aspetta l’arrivo dei giocatori per poi sciamare come i lanzichenecchi all’interno dello stadio che dentro è anche meglio che fuori. Quattro livelli di azzurro con scolpito il nome del club più importante e blasonato d’Europa. Cento e passa anni di storia ci guardano e ci aspettano per dimostrarci che le gerarchie hanno un peso.                                                  santiago.jpg

Esco dal tempio un po’ più piccino e meno arrogante e sicuro del domani ma con ancora più voglia di fargli rimangiare la supponenza e il blasone che mi fa tanto invidia.
Visto che quella che ci apprestiamo a vivere sarà l’ultima sera iberica priva di preoccupazioni siamo intenzionati a consumarla al meglio ma dobbiamo far fronte alla solita indifferenza dei madrileni che di farci divertire non hanno proprio voglia. In questi casi o si va a ninna mogi o si insiste fino a che la sorte non ti arride e noi abbiamo la testa dura per cui, mentre Luca e il Vese si dirigono al casinò municipale, io e Dan insistiamo in una viuzza stretta e piena di birrerie fino alla svolta. Come ultimo rifugio per nottambuli ci indirizzano in una spelonca gestita da una vegliarda simile alla strega Bacheca di braccio di ferro. Non credo che questo posto abbia mai visto un turista dalla sua apertura che, a giudicare dalla patina di unto sulle pareti, risale al pre-cambriano, come i primi anfibi e le felci. Dopo pochi minuti ingannati a sorseggiare birra, il colpo di teatro. Entrano un paio di autoctoni armati di chitarra e nello scantinato si da vita ad una session di flamenco. Per chi non fosse pratico di questa arte nata in Andalusia nella notte dei tempi, il flamenco si articola in questo modo: mentre alcuni musicisti della madonna (nel nostro caso un chitarrista ed un prodigio del flauto traverso) si esibiscono in virtuosismi arzigogolati e coinvolgenti gli astanti a turno si esibiscono nell’imitazione di un lattoniere cui sia caduto un secchio di calce sull’alluce emettendo strilla strazianti e modulate su qualsiasi tema gli venga in mente. In rapida sequenza si esibiscono: il chitarrista, un sosia di Tinto Brass con tanto di cappello e sigaro, un dodicenne ballerino che contribuisce al clima con un foratino di fumo e , dulcis in fundo, una cassiera della standa che si presenta accompagnata da un travone gonfiato a tre atmosfere e il pluri premiato vincitore del premio “Mariçon d’oro”, un cinquantenne boccoluto e platinatissimo ornato di più gioielli della Madonna del carmine che probabilmente adocchia golosamente Daniel.
Usciti misteriosamente illesi da una notte che avrebbe potuto finire con i nostri corpi ripescati nel Manzanarre, la sveglia del mattino successivo ci trova leggermente ammaccati ma fiduciosi nella grande serata. Per guadagnarci il diritto morale di esagerare dopo il tramonto il primo pomeriggio io e Dan ci trasciniamo al “Reina Sofia” splendido museo famoso per ospitare una sterminata collezione di Picasso e una serie di altri artisti iberici del ‘900. Durante la visita sento più volte il mio amico, uomo pragmatico forgiato nell’unione del fiero sangue Albionico con quello Etneo, invocare misure drastiche contro i parassiti imbrattatele che hanno popolato il XX secolo. Per darmi un tono provo a comprendere ciò che mi fronteggia ma di fronte alle costruzioni più ardite che sembrano uscite da un tamponamento sulla A24 getto la spugna attribuendo il tutto alla birra e alla stanchezza, salvaguardando il mio prestigio intellettuale.
Mancano 5 ore alla partita.. tocca sbrigarsi. Fuggiamo in albergo recuperando gli ultimi alfieri della pattuglia, il valente Gepi in trasferta con metà del suo ufficio, il Tinti che ha generosamente rimediato quattro tagliandi extra e il secondo gemello Bartoletti, e ci troviamo nella hall per meditare un piano d’azione.
Lo stadio è relativamente vicino, una ventina di minuti a piedi, e la tifoseria madrilista non desta grosse preoccupazioni ci incamminiamo fingendo spavalderia.
Il Bernabeu completamente illuminato fa impressione, sembra una astronave schiantata nella città. I dintorni sono singolarmente vuoti e da lontano si sentono solo i tifosi romanisti. Questa volta la polizia è preparata e contiene la folla abbastanza bene per cui a parte un paio di spintoni si riesce ad entrare in tempo utile, il problema è dove?
Il gruppone viene diviso dalla buriana ai tornelli per cui ci ritroviamo in due manipoli di arditi Luca, Vese e Dan da una parte; Io, i gemelli e il Tinti dall’altra. Dopo un’ascesa interminabile ci ritroviamo sotto il tetto, al confine con la tifoseria madrilista nell’ultimo posto utile di tutto lo stadio, praticamente vediamo la partita dal satellite spia. In queste condizioni, con i romanisti ovunque ci è preclusa la visione metà area di rigore, nun se po’ fa’! Con una mossa degna del Messerschmitt il Tinti punta uno steward che spicca per indifferenza all’evento in quanto del Barcellona e che, previa una stecca sottobanco, è disposto a farci accedere al settore dei tifosi di casa, comprensibilmente poco popolato, al confine col nostro.

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Al calcio d’inizio siamo dunque in territorio nemico, ma comodamente seduti, al centro esatto della porta con una fifa che ci stringe il cuore. Inspiegabilmente il Real fa di tutto per allontanare la tensione, lo stadio sembra riempirsi con difficoltà, gli “Ultras Sur” cuore della curva sembra un gruppo parrocchiale in visita alla madonna di Loreto e quando dagli altoparlanti parte un motivetto anni trenta con tanto di fruscio del grammofono mi ritrovo a pensare “tutto qui? Che poracci”.
Mi maledico per la mia stupidità, nove coppe campioni non si comprano con le rustichelle all’autogrill, so che verrò punito per la mia arroganza.In un minuto scarso, mentre suona l’inno della manifestazione, lo stadio si riempie in ogni ordine di posto e tutto il pubblico ruggisce all’unisono “Real Mardid, Real Madrid” e a me viene da piangere ma i seimila pazzi che sono qui con me si esaltano nel frastuono e mi danno coraggio.Il mister ha cambiato le carte in tavola all’ultimo, dentro Aquilani e l’ex Cicinho, al posto dei più smaliziati Pizarro e Panucci, mugugno sostenendo che ci vuole esperienza e non botte d’ingengo ma per fortuna non sono io l’allenatore della Roma. Nel primo quarto d’ora la partita si assesta, il Real preme ma combina poco, l’arbitro greco fischia molto e pare avere il cartellino facile senza esitazioni, fra l’altro dalla mia postazione è preclusa la visione del tabellone per cui vivo rinchiuso in un limbo senza tempo, non ho mai idea di che minuto sia. Verso il ventesimo (mi pare) la Roma recupera un pallone sulla trequarti casalinga, Aquilani avanza e tira da una distanza che sembra siderale.. e io “ ma che cazzo fai, sborone di m..”.. palo!!!!! Nemmeno il tempo di santificare il calendario che di nuovo Albertone riprende e silura Casillas che si frattura l’anca ma ci arriva. Porcaccio ladro tutto lo staff dell’ospedale che gli ha dato i natali!Il Real non resta a guardare, tiene palla, ci prova con decisione ma rimane sempre lontano dalla porta, più passano i minuti più tutti capiscono che il tonno giallorosso non ha nessuna voglia di subire la mattanza e che i quarti il Real li dovrà pagare con lacrime e sangue. Solo conclusioni sporche, i difensori della Roma sono veri lupi che sentono l’odore della preda. Persino il piccolo Cicinho morde come un chiuaua assatanato le cosce del temutissimo Robinho.L’intervallo mi sorprende come un tuono senza il fulmine.. ma che davvero ne abbiamo sfangata la metà? Zitti per carità, manca una vita. Non ho più l’età per fare 90 minuti di apnea e siamo solo agli ottavi, sarei in grado di vedere una semifinale?Si ricomincia, il Real c’ha il veleno in corpo, Schuster sente la panchina calda sotto il sedere ed ha caricato la squadra a pallettoni. Passano pochi minuti e Aquilani frattura Batista a 2 metri dall’aera. E mo’ sono cazzi amari, nel Real pure l’autista del pullman tira le punizioni. Parte “la bestia”, Doni nemmeno ci prova e finge disinteresse levandoli il grasso del prosciutto dai molari. Incrocio dei pali pieno e 100€ per la riparazione del montante compromesso dalla legna del brasiliano. Posso sentire distintamente il cuore che smette di battere.
La magica non ci sta, barricarsi in area sarebbe un suicidio e Cicinho e Tonetto cominciano a macinare la fascia sfornando cross a raffica. A metà tempo esce un Mancini non brillante per il giocatore più discusso della Roma, Mirko Vucinic uno che sembra avere un neurone solo, per giunta con l’orbita di Plutone, che si affaccia ogni 26 anni.Passa un minuto e Max pesca Mirko al centro dell’area, anticipo bruciante su quella pippa brutta di Pepe e centra la traversa dopo un intervento sovrannaturale di Casillas! I morti tuoi e di tutta la tua famiglia! Vucinic è posseduto dal demonio e semina sconquasso nella difesa del Real; prima fa ammonire Guti che prova a placcarlo sulla linea laterale ingolosendosi alla vista delle sue terga e poi fa cacciare Pepe che viene irretito da quattro finte sul posto e lo sbraca al limite dell’area. I tifosi sono impazziti, c’è odore di impresa, si canta, si strilla e la notte spagnola si incendia di giallo e di rosso.
Passa un minuto e piove l’ennesimo cross da sinistra, Shuster con sagacia non ha rimpiazzato in alcun modo il centrale espulso e quel nano bolso di Cannavaro non può nulla contro Taddei che guizza alle sue spalle e incorna in rete! GOL, rete, daje!Cinquanta anni dopo una nuova saetta rubia segna al Bernabeu dopo Alfredo Di Stefano.
Solo la presenza di una coppia di settantenni giallorossi davanti a me mi frena dall’immolarmi come un novello Icaro dal quarto anello, siamo in vantaggio nel tempio del calcio.
Nemmeno il tempo di asciugare le lacrime che il destino presenta il conto, da dove sono io capisco poco, passaggio ficcante per Raul, i centrali della Roma stanno ultimando il trenino samba dei festeggiamenti e lo vedono sfilare, piatto in anticipo su doni, uno ad uno.
Tutta la mia storia romanista mi passa davanti: dal palo in finale con l’inter, a quello col Toro, al gol di Vavra. Siamo i maledetti del calcio. Lo stadio è tempestato di messaggi da casa che giurano sulla irregolarità della marcatura in netto fuorigioco.. pure!
Preso dallo sconforto maledico gli arabi che non hanno raso al suolo la penisola quando ne avevano avuta la possibilità e scorgo un tabellone piccino al centro della tribuna, è il 75esmio, mancano quindici minuti, siamo morti e sepolti, io prima degli altri visto che dal settore ospite parte una bottiglia che colpisce un madrileno e sono esattamente in mezzo.
Ma la fiammata del Real è l’ultimo sussulto di un fuoco che si sta spegnendo, Spalletti mette dentro tutti i peggiori marpioni filibustieri che aspettano con la sciabola fra i denti di affondare nel Madrid che barcolla come un brontosauro ferito. Pizzarro e Panucci intrappolano la palla obbligando i galacticos a un torello infruttuoso fino al novantesimo. L’arbitro indica quattro minuti di recupero e quando ormai ho gli occhi chiusi e passo il tempo a recitare rosari la Roma ha una punizione sulla trequarti. Si avvicina Christian che sembra voler battere in mezzo.. Urlo come un ossesso “ma che cazzo fai maledetto mitomane, perdi tempo, passa indietro, te odio”.
Perfetto sulla testa del montenegrino, 1-2, tutti a casa, alè.
Così come si era riempito in un attimo ci ritroviamo in un deserto blu dove malinconicamente campeggiano i resti della coreografia che arraffo con gioia come souvenir. Dei madrileni non c’è più nessuna traccia, fuori dallo stadio è un tappeto giallorosso che si estende a perdita d’occhio tanto che azzardiamo un ritorno a piedi tronfi del nostro numero e del nostro risultato.
Prima del rientro ottempero al voto fatto la sera prima e entro con un balzo d’atleta in un cassonetto dell’immondizia per la foto ricordo della serata.
In albergo ritrovo i compagni di viaggio alcuni afoni, alcuni con le gote rigate dalle lacrime. C’ho trentatre anni, la panza e qualche capello bianco, e ancora piango per una partita. Sono proprio un bamboccione  ma quanto è bello essere della Roma?!

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marzo 11, 2008 - Posted by | Mariani e il calcio

2 commenti »

  1. Bene, che dire…IO C’ERO…basta?? Uno spettacolo di partita raccontata alla perfezione…Grande Emilio!
    E tra quelle lacrime dei tuoi compagni c’erano anche le mie….l’angolazione era un tantino diversa….ma la voce è rimasta tutta dentro al barnabeu e ancora rimbomba tra seggiolini vuoti del Real….
    Roma alè, roma alè, roma alèèè…

    Commento di elena | marzo 12, 2008 | Rispondi

  2. Grandissimo… quest’anno purtroppo non ho potuto bissare Lione… ma il tuo racconto mi ha fatto sentire li!
    DAJE!

    Commento di Francesco | marzo 13, 2008 | Rispondi


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