Parole sfuse che costano meno

Le donne vengono da Venere, gli uomini da Garbatella

Hattrick

Oggi si parlerà addirittura di una tripletta di pellicole visto che la settimana passata in terra di Spagna mi ha lasciato una fame latente di cinema.Visto che in fondo rimango un inguaribile ottimista comincio con le note liete analizzando due film simili nella struttura e nella costruzione anche se di spessore leggermente diverso: “Onora il padre e la madre” e“Prospettive per un delitto”.
Anche se paragonare il film di Lumet col secondo equivale al confronto artistico fra “La dama con l’ermellino” e il mio lavoretto per la mamma della terza elementare, i punti di contatto risultano evidenti visto l’utilizzo massiccio di una tecnica narrativa difficile e rischiosa: il flashback.
Parlare di “Onora il padre e la madre” è fin troppo facile: bella storia, grande regista, grandissimi interpreti. Mi verrebbe da dire “E così so boni tutti” ma è la verità.
In una tranquilla cittadina nei sobborghi di New York si svolge il dramma familiare di una rapina finita male portata a compimento dai figli di una anziana coppia ai danni dello stesso negozio paterno.
La storia è asciutta e soffocante come una manciata di sabbia in bocca ed è pretesto per mettere alla berlina i valori della famiglia americana ormai degradata in ogni suo componente. Fatta salva l’anziana genitrice, che ha comunque le fattezze della zia May dell’uomo ragno per cui quando schiatta ci fa solo un piacere, non c’è un solo personaggio positivo in parata di truffatori, eroinomani, maiale e falliti tale da somigliare ad un comizio dell’Udeur.
Grande Ethan Hawk che smette i panni del belloccio dannato per quelli di un divorziato alla canna del gas, superbo Philip Seymour Hoffmann, già premio oscar della passata stagione, che da a tutti noi dotati di moderate rotondità la speranza di acchiappare una moglie da urlo come una Marisa Tomei splendida come non mai che si aggira per la pellicola quasi sempre come mamma l’ha fatta creando crisi di coscienza anche negli omosessuali più radicali. Pare che alla fine della proiezione Malgioglio e Ivan Cattaneo abbiano gettato l’eyeliner alle ortiche e siano andati a zoccole insieme. Non è mai troppo tardi.
Non mi va di aggiungere di più a un film sinceramente bello e che sarà verosimilmente l’opera ultima del maestro che ci ha regalato “quel pomeriggio di un giorno da cani” o “Quinto potere” aggrappato all’anima coi denti e per nulla intenzionato a stirare le zampe.
Di un paio di gradini inferiore, ma assolutamente fruibile è invece “Prospettive di un delitto”. L’attentato al presidente USA in occasione di un vertice di pace in Spagna viene sezionato e scomposto secondo otto prospettive fino alla scoperta di una verità che non sarà mai unica.
Il film è un buon prodotto commerciale, assolutamente ben fatto, ottimamente montato. Non mi azzardo a dire ben recitato perché non si capisce se Dannis Quaid non si discosti da una mono-smorfia per 90 minuti in quanto gran pippa di attore o perché superbo interprete di un personaggio scampato in precedenza a un conflitto a fuoco ed afflitto da emiparesi, completano il cast parecchie vecchie glorie come William Hurt e Sigournie Weaver e il Jack di Lost che a dispetto di tutto il mondo conosciuto reputo una discreta cazzata.
Esiste qualche neo nella struttura narrativa, ma tanto l’attenzione viene mediamente distratta dai corpi crivellati dai proiettili e dalle esplosioni eclatanti che dilaniano una insolitamente trafficata Salamanca, città meravigliosa che ho visitato non più tardi di 10 giorni fa e che, da quanto ho visto io, conta meno macchine della taiga tagika in una notte di tempesta, potenza dell’illusione del cinema.
Nota dolente invece per “I padroni della notte” film su cui riponevo davvero molte speranze visto un trailer assolutamente accattivante che lo proponeva come un novello “Carlito’s way” e che invece può tranquillamente accasarsi nella categoria “abbocco” datosi che nessuna delle aspettative risulta appagata.
In breve: due fratelli vivono mondi diversi, figli del vice capo della polizia di NY, uno sceglie di seguire le orme paterne, l’altro (pensate un po’ che scemo) opta per un lavoro come manager di una discoteca alla moda. Non è chiarissimo il motivo per cui tutta la famiglia lo tratti come un violentatore di muli zoppi visto che il povero cristo non va a donnine, non spaccia, parla di matrimonio e figli con una sgnappa mai vista e si droga il giusto per non apparire inadeguato nel ruolo (alla fine lavora in una discoteca, mica fa l’usciere al vicariato).
Una volta gettate le premesse, non succede nulla per un’ora e passa in cui il poveraccio è trattato una chiavica dai parenti perché rifiuta di buttare la sua vita nel cesso per fare l’informatore.
Un paio di eventi drammatici si inseriscono tanto per evitare allo spettatore il sonno dei giusti ma la sensazione che si assapora al riaccendersi della luce è di aver preso una signora sola.
La sensazione diventa certezza pensando all’intensa performance di Joaquin Phoenix che viaggia spedito verso un peso a tre cifre e sorprende con una meravigliosa imitazione di un cartello stradale, e di Mark Whalberg che ha deciso di dare una svolta alla sua carriera di super macho in film sparatutto per una più solida scelta in ruoli da castrato piagnucoloso.
Unico motivo di consolazione maschile  è una sinuosa Eva Mendez che però è singolarmente avara nel mostrare le sue grazie a parte una sporadica scena iniziale che ho pure perso essendo arrivato con tre minuti di ritardo.

Soldi buttati.

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marzo 19, 2008 - Posted by | Mariani Consiglia

1 commento »

  1. Non lo ho ancora letto, perché se lo leggo rischio di non scrivere del mio, ma di affiliarmi alla visione, già notoriamente simile (non fosse altro per ragioni di patrimonio genetico), che racconta il MarianiCugino.

    La storia di come ho visto la luce inizia così…

    Come molti bambini guardavo papà. Papà è tutto ed è il migliore ed è il più forte di tutti, e io voglio essere come lui.
    Ma c’era un’altra ragione: papà aveva uno zio davvero FICHISSIMO, baffoni neri, allegro e divertente, che mi faceva sentire già grande quando ero piccolo.
    Era un bersagliere, zio Nuccio. Torinese, fratello della nonna Rita.
    Mi regalava il giornale Il bersagliere e io volevo essere come lui! E volevo essere pure come papà, che doveva stargli simpatico assai anche a lui, zio Nuccio, visto che anche lui aveva fatto il bersagliere per somigliargli un po’, e che aveva preso in simpatia anche la Juventus. Perché zio Nuccio…. bonanima… era tanto bono… ma era juventino.
    Io allora non lo sapevo che volesse dire, e per essere come papà e zio Nuccio… sì ok… e va bene, VA BENE! Fino a 9 anni, ho tifato per la Juve.
    Tifato… insomma come può fare il tifo un pupo juventino per amore di papà e zio, essendo nato a Roma e vivendo i suoi primi anni a scuola non sapendo esattamente nemmeno che partita si giocasse.
    Non potevo tacere tutto questo.
    Non c’entra granché con il seguito, ma non potevo tacerlo (anche perché qua è pieno di spie, e il Mariani ne sa, in quanto SUO nonno materno mi regalò un orologio della Juve…)
    Certamente oggi non ricordo granché del calcio di allora (rimozione?). Ma sono sicuro che il primo, vero ricordo di calcio che ho, non è sulla (oggi) detestata compagine torinese, ma ahimé è in qualche modo legato ad essa.
    Il primo ricordo da tifoso è un gol vissuto in diretta, stando sveglio di notte con qualche parente che non ricordo, a casa di zia Bianca.
    Il primo ricordo che ho è di una partita vista nell’estate del 1978. Non fingo di ricordare il giorno, non lo vado a cercare sulla rete, ma so di ricordare quel gol.
    Argentina – Italia 0-1, gol di Roberto Bottega.
    Ricordo la gioia. Ricordo che capii che cosa voleva dire una battaglia persa in partenza e vinta alla fine. Una maglia azzurra contro i colonnelli della dittatura militare dei padroni di casa. Vincemmo noi. PORCA TROIA, vincemmo noi.
    Quella partita. E poi basta.

    Di quei mondiali ricordo l’educativa lezione:
    a) siamo i più forti di tutti
    b) mortacci loro

    Non ci vuole un genio a capire… una lezione così insegna che si può stare solo da una parte, accarezzare solo due colori.
    Era l’estate del 1978. Il percorso era iniziato.

    Mo’ a ricordarmi proprio esatto esatto non me lo ricordo: probabile fosse il 96 barrato. Ma quella radiolina non si riusciva proprio a sintonizzare. In questo nulla è cambiato: manco oggi in autobus si sente la radio. Sempre che passi l’autobus…
    Dino Viola ha comprato la Roma di Anzalone. A me ‘sto Dino Viola già mi sta simpatico per quello che (poco, visto che ‘sta maledetta radio non si sente!!) dice.
    Parla in un modo troppo fico!
    Nils già stava là. Ma per me Viola/Liedholm era un nome solo.
    Un nome che ho conosciuto sul 96 barrato (se era quello l’autobus: in alternativa era il 27. Di certo risalivo la Circonvallazione Gianicolense).
    Come molte cose nella mia vita (contrariamente a quello che si può pensare di un ingegnere con un buon livello di responsabilità nel lavoro) la decisione la prese la mia pancia. La sensazione alla pancia che ricordo netta nel transito tra la chiesa della stazione di Trastevere e Ponte bianco, mentre sentivo Dino Viola par..re a…a…ra.io (effetto onomatopea: prova tu a rappresentare per scritto una stazione che salta alla radio…).
    Come una mia amica americana descrisse in modo esemplare con una illuminante espressione (non parlava, ovviamente, della Roma…): “sento le farfalle che mi volano nella pancia”. Ecco. Il mondo era diventato giallorosso.
    Se senti quella sensazione nella pancia ci sono 3 possibili spiegazioni:
    a) Gnocca (ma ero piccolo)
    b) Coca cola ghiacciata (e questo ci poteva pure stare, ma non vomitai, in seguito. Escludo dunque questa opzione)
    c) Dino Viola che parla della Roma tra Stazione Trastevere e Ponte bianco
    Sono sceso dal 96/ che mi chiedevo se cambiare squadra fosse reato.
    Oggi posso affermare senza nessun timore che non è reato… E’ PEGGIO DI UN REATO!
    La squadra non si cambia MAI.
    Ma forse fino a 12 anni sì.
    Io ne avevo 10. Potevo farlo. E comunque lo ho fatto e questo è quanto.
    All’epoca (metà 1979) non me lo chiesi per molto tempo: ormai era fatta.
    UN NUOVO TIFOSETTO DELLA ROMA ERA NATO

    Ma da qui ad essere davvero col cuore nel pallone, ne passa….. in questo forse la storia diverge da molti altri.
    Per questo la racconterò più avanti.
    Perché la storia di me tifoso ha almeno 3 momenti fondamentali, ma troppo distanti, grandi e complicati da liquidare in poche parole. Un libro, una vita ci vuole per raccontare la fine di Genoa – Roma del 1983, per descrivere il patto di sangue che ho scolpito con questi colori il giorno in cui, 7 giorni dopo, ero nei distinti Nord a vedere Roma – Torino 3 – 1 (in ordine non consecutivo: Pruzzo, Conti, Falcao, Hernandez su Superchi, nella sua,credo, unica apparizione in quel catino infuocato quell’anno).
    E un libro a parte per descrivere quanto dolore si prova a vedere la Coppa dei Campioni persa in casa (per fortuna, quel giorno del 1984 la vidi dalla TV). Per dire come raccontare alla propria famiglia perché a 15 anni piangi e decidi che non puoi più permetterti lacrime per una partita….
    E un libro per raccontare quell’odioamore che per anni mi ha tenuto lontano dalla mia Squadra, dai miei Colori, per reazione a quel dolore.
    Guardando sempre 90° minuto. Sentendo sempre Tutto il calcio minuto per minuto….
    Ma solo con qualche puntatina in Curva Sud. Poca roba. Quel dolore non potevo sentirlo più.
    Ma il libro non avrebbe l’ultima pagina…. Un amore così non si può tenere lontano.
    Rimetti insieme i pezzi con la Falange Carbonara. Finalmente anche con mio fratello con me (lui, da ex juventino per gli stessi motivi miei, ha pagato ben grave dazio a questo errore: non tifava Roma nel maggio 1983….).
    E poi tutto il resto. Finali di Coppa Uefa perse contro i milanesi. E il giorno dopo tutti alla festa di Brunetto nostro che smetteva di giocare. Un giorno che Dio ha dipinto con le sue mani.
    E poi anni a dirmi che è più bello andare a passeggio che andare allo stadio. No. Sbagliavo. E’ più bello trovare il modo di avere tuo fratello vicino in una della poche cose che vedete allo stesso modo (anche se lui rosica 1000 volte di più… ma non dipende dalla Roma: è una sua forma mentale! Rosica pure su Burnout paradise se spacco più cose di lui… rosicava pure a Kick-off….).
    E’ più belllo sapere che dopo 6 anni da dirigente, la multinazionale per cui lavoro sa che il giorno che gioca la Roma NON può contare su di me.
    E’ più bello sapere che il mondo, in quei momenti, si ferma.
    Non è per il risultato. Non è perché vinciamo.
    L’amore è gratis.
    Ecco… tutto questo lo racconto a parte. Non è storia di poco conto.
    La Roma è dentro.
    Il tifo per la mia Squadra è dentro.
    In verità, il TIFO è dentro. Per questo motivo guardo i tifosi delle altre squadre, i tifosi veri, che sanno cosa si prova quando, come dice il mio grande amico Paolo, leggendo Febbre a 90° capisci che tu SAI cosa sta dicendo quel deficiente di Hornby, che scrive UN LIBRO intero intitolando OGNI capitolo ad una partita del suo Arsenal.
    Li guardo, e capisco.
    Quello che mai capirò è come fanno. Come fanno. E che vita è la loro, e che amarezza deve esserci a non essere dalla Roma!
    DAJE!!!!!!

    Luca

    Commento di LuCugino | marzo 30, 2008 | Rispondi


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