Parole sfuse che costano meno

Le donne vengono da Venere, gli uomini da Garbatella

Non c’è perché

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Un mese fa o giù di lì ho aiutato il mio amico Marco con il trasloco. Come ricompensa per l’aiuto fornito ho ricevuto un regalo a cinque stelle, le figurine Panini della Roma scudettata stagione ’83-’84.
Ho aperto il pacchettino con l’emozione di un bambino la mattina di Natale e quando ho visto il viso sorridente di Bruno Conti mi sono fermato, di sasso, pensando a una vita seguendo la Roma, a un patrimonio sperperato e mi sono chiesto: “ma come è cominciata?”

Che io mi ricordi sono sempre stato della Roma. Con “sempre” intendo dal momento in cui i ricordi passano dal limbo indefinito dell’infanzia ad una visione più nitida, dal primo giorno di scuola quindi.
Ho varcato la soglia della prima A dell’istituto Massimo con una verginità calcistica assoluta. La mia famiglia, in senso stretto, era totalmente impermeabile al tifo calcistico per cui alla domanda “di che squadra sei?” formulata dai compagni di classe mi sentii preso in contropiede. In che senso di che squadra ero? Non lo sapevo mica.
Fortuna volle che in quegli anni la scelta fosse davvero limitata. Il Milan e l’Inter erano solo nomi lontani, la Lazio nemmeno quello persa com’era nelle pastoie della cadetteria, rimanevano la Juve e la Roma e visto che sono sempre stato un bastian contrario con idee rivoluzionarie ho amato dal primo momento la squadra più fragile, quella che esprimeva passione e non ragione, quella che non vinceva mai, la Roma.
Andrea e Matteo, gli amici che mi accompagnano da quel primo giorno sui banchi erano juventini, per cui l’amicizia si rafforzò nella rivalità calcistica che per i primi anni sembrava addirittura veder prevalere i miei colori.
La prima partita di cui ho un ricordo nitido e pulito è infatti la finale persa dai bianconeri ad Atene contro l’Amburgo, 1-0 gol di Felix Magath. Mi ricordo ancora la sorpresa di mio padre che da persona perbene tifava occasionalmente per l’affermarsi dei colori italiani e che vedeva suo figlio girare per casa a braccia alzate perché i gobbi avevano perso. Una volta salito sul carro giallorosso, ma forse ancora più su quello anti-juventino non si poteva più tornare indietro.
Dopo solo due anni il cappio era stretto con sapienza attorno al cuore e lo scudetto mi sembrò il giusto premio per la mia dedizione che fra l’altro era assolutamente virtuale visto che di stadio nemmeno si parlava, la domenica sportiva cominciava troppo tardi e la mia unica finestra sul mondo che amavo era il fedele album delle figurine.

Mio nonno allora mi face il regalo più bello che abbia mai ricevuto, una collezione completa di foto formato A4 della rosa che aveva conquistato il tricolore. Posso solo immaginare l’imbarazzo di un professore di greco obbligato a mescolarsi con la marmaglia per soddisfare le bramosie di un nipote invasato. Povero nonno, che cuore enorme.
Da quelle piccole finestre 20X30 cm guardavo negli occhi Bruno, Roberto, Agostino e loro contraccambiavano con aria bonaria rassicurandomi sulla mia scelta. Non se posso dire che m’abbiano solato però di sicuro furono degli abili imbonitori.
Dai rami esterni più infervorati della famiglia cominciavano ad infiltrarsi pesanti condizionamenti romanisti, per la prima comunione arrivò il completino (il diminutivo è assolutamente irrealistico visto che ero già un bel abbacchio) della Patrick, con pantaloncini, calzettoni e maglietta. Il fervore mistico del sacramento fu soppiantato in un istante dalla frenesia pallonata e proprio quel giorno scoprii il conflitto perenne fra religione e fede (calcistica) che si ripropone, con toni magari più accesi, ogni domenica o ogni mercoledì quando la palla incoccia il palo o un rigore viene negato.
Capii fin troppo presto che tranquillità, vittorie quotidiane e domeniche passate a commentare felici la moviola proprio non appartenevano al tifo romanista. Nemmeno 12 mesi il mio primo trionfo la prima, bruciante delusione.
Il 28 maggio del 1984, il giorno del mio onomastico ed alla vigilia della finale di coppa dei campioni, mia zia si presentò con un dono che a suo modo di vedere mi avrebbe dovuto rendere felice; un pallone giallo e rosso con su scritto “Roma campione d’Europa 1984”. Probabilmente quella fu la prima volta in cui risposi in maniera davvero volgare ad una persona gentile. Sebbene piccolo avevo appreso molto bene il potere della scaramanzia e ridere in faccia al destino fregiandosi del titolo in anticipo era davvero troppo e infatti il conto arrivò salato come un bicchiere di acqua di mare.
E’ strano come la memoria faccia selezione cercando di proteggerci, ma di quella sera ricordo solo il gol del bomber Pruzzo con un colpo di testa che mi sembrava miracoloso e la mia corsa in balcone aggrappato come una scimmia alla ringhiera, urlando fino a perdere le forze. Il resto è stato lavato via dalle lacrime, dalla rabbia per la prima vera ingiustizia subita. Non ho mai più rivisto le immagini di quella partita però nella mia mente di bambino, salomonicamente decisi che la colpa era tutta di Ciccio Graziani, che non aveva contribuito allo scudetto ma che mi aveva fatto perdere la coppa! Ciccio fu il primo giocatore di calcio che abbia mai odiato. Comunque un primato no?
Per forgiare sempre di più la mia anima coi colori del sole e del cuore il fato decise che perdere una finale in casa al primo tentativo non era sufficiente per cui preparò a distanza di due anni una prova ancora più dura.
Liedholm se ne era andato ma un altro svedese si era seduto sulla panchina capitolina, Sven Goran Ericsson alfiere di un calcio evoluto e mai banale.
La squadra non era niente male, certo era cambiata rispetto all’undici che mi aveva fatto innamorare ma comunque c’erano nuovi stranieri (Cerezo e Boniek), vecchie glorie e giovani campioni (Giannini) per cui c’era da ben sperare.
La Juventus
però non era affatto d’accordo e macinava il campionato senza mostrare segni di indulgenza per le nostre tiepide aspettative. Quand’ecco che a marzo accadde il miracolo, la juve sulle ginocchia non correva più e noi invece volavamo come aironi verso sud. I punti di distacco si assottigliavano, giornata dopo giornata fino all’aggancio a due dal termine. Mancavano il Lecce in casa già retrocesso e il Como che pericolante in riva al lago non rappresentava certo una minaccia. Era fatta!
Fatta un paio di palle! Il crollo della scaramanzia fu punito con una durezza senza euguali. Di quel giorno ricordo tutto in slow motion come una specie di sogno da sbronza.
I miei genitori avevano umanamente deciso che della partita si poteva tranquillamente fare a meno per cui fu imposta una agghiacciante gita fuori porta in campagna a casa di amici incuranti del diluvio che da due giorni si abbatteva sui dintorni della capitale.
Con lo stesso entusiasmo di un gatto portato a castrare mi opposi a mio padre che cercava di estrarmi dalla macchina dove la radio restava la mia unica possibilità di restare incollato alla mia fede. Passavano lente le ore che mi separavano dal calcio d’inizio, interminabili minuti sprecati in un pranzo che ho odiato in un posto umido e freddo che contribuì a rendere il mio comportamento talmente fastidioso da indurre i miei o ad affogarmi in una tinozza o a cedere e darmi le chiavi della macchina a patto di limitarmi nelle mie esternazioni. “Seeee, me ce state a frega’” pensavo furbetto correndo verso la Reanult 19 SW. Accesi con frenesia il quadro proprio nel momento in cui Ciotti (non ne sono sicuro ma quasi) passava la linea dall’olimpico riepilogando: “il parziale in questo momento è Roma 1, Lecce 3”. COSA!?!? No, un attimo, ragioniamo, dovevo aver sicuramente capito male. Mi autoconvinsi di essere stato vittima di un miraggio acustico ed rimasi in attesa in un silenzio spettrale del nuovo giro di collegamenti. La Juve intanto vinceva, su questo nessun dubbio e poi Ameri passò la linea ad un olimpico che sembrava Guernica e le mie peggiori paure presero corpo. La Roma stava perdendo con l’ultima in classifica, addio al terzo scudetto.
Con quella giornata cominciò quello che amabilmente chiamo “il mio medioevo giallorosso” quasi tre lustri di insipienza calcistica assoluta che però sono tutta la mia gioia e la mia fede di tifoso.
Uno alla volta, una serie infinita di campionati opachi che ogni settembre si prospettavano pieni di sogni e di lusinghe e che ogni maggio , ma molto spesso già a marzo terminavano nella mestizia.
Una squadra a scartamento ridotto colpo su colpo forgiò e rese forte il mio amore.
Il debutto allo stadio avvenne in un pigrissimo pomeriggio di un autunno caldissimo. Fu mia sorella a insistere con mio padre fino allo sfinimento per andare alla partita. Lei le fedi calcistiche le aveva apprezzate tutte; prima laziale traviata da mio cugino, poi juventina per amore del bel Antonio ed allora misteriosamente fomentata per vedere la Roma mai più verosimilmente per uscire con gli amici. A casa la notizia non venne accolta con molto favore ma visto che la stagione si trascinava come al solito senza scosse fu scelta la più improbabile e scamuffa partita che il calendario proponeva: Roma-Brescia.
Le squadre non avevano nulla da chiedersi, il pubblico si accomodava annoiato sugli spalti, mia sorella si dileguò in un lampo ma i miei occhi erano spalancati a forma di cuore.
Il boccaporto dei Distinti Est mi proiettò in un arena splendente e gigantesca. La copertura ancora non esisteva perciò lo stadio assomigliava a un’enorme ruota dorata con un castone di smeraldo.
La prima cosa che catturò il mio sguardo fu il tabellone luminoso. Il pomeriggio era assolato, per cui il riflesso mi costringeva a socchiudere gli occhi, però quella musica ce l’ho ancora in testa dopo tanti anni era il motivo di “Rosati, il fiore Lancia”. Questa pubblicità c’ha tenuto compagnia per almeno 15 anni, accompagnando tutti i nostri rovesci come la carezza affettuosa di una vecchia zia, e non c’è un solo vero tifoso della Roma che non ne riconosca il jingle o che con entusiasmo non risponda alla domanda di un altro mitico sponsor della Magica: “Rubei è..” “Piaggio! Malaguti! Gilera!”
A sentire mio padre la partita fu di una noia mortale ma a me non importava nulla. Avevo strepitato e baccagliato per avere la mia sciarpa giallorossa, la prima, e finalmente i miei eroi non sono solo figurine o schiacciate immagini a domenica sprint per una visione stiracchiata del solo secondo tempo.
Al gol, un’altra magnifica sorpresa, sul tabellone si animava un omino che sparava il pallone sotto il sette e poi una scritta gigantesca “GOOOOOOOOOOOOL”.
A rivederla ora sembrerebbe anacronistica come un graffito sulle pareti di una grotta ma allora mi parve la porta del paradiso piena di luci come un’astronave.
La Roma
vinse 2-1, un debutto vincente non è cosa da poco ma fu una vittoria effimera.
Come un fabbro sapiente il destino seppe alternare mazzate tremende, grandi fuochi e docce gelate. In questo modo arrivò la finale di coppa Uefa persa in uno stadio pieno come pensavo di non vederlo mai più e come invece lo vidi appena due giorni dopo per l’addio al calcio di quello che per me è il giocatore più importante che abbia mai vestito questa maglia: Bruno Conti. Ottantamila persone che avevano appena ingoiato l’ennesimo rospo di una vita da tifoso appassionato ma poco gratificato in quarantotto ore si buttarono tutto alle spalle per dire grazie al più forte, al più mite, al più gentile giocatore che abbia mai avuto la fortuna di vedere e che forse non vedrò più. Un oceano di bandiere accompagnarono novanta minuti di cori senza pausa. Un brivido lunghissimo che a distanza di quasi vent’anni ancora emoziona chi c’era.
Poi una coppa Italia, che rimane il nostro trofeo (manco a dirlo siamo l’unica nazione in cui la coppa nazionale non vale nulla) vinta nella gara d’andata casalinga contro una Samp al tramonto e un’altra finale di coppa persa contro il Toro, variante melo-romantica della Roma in chiave nordista dopo l’ennesima impresa leggendaria sfiorata e fallita sul filo di lana.
A complemento di questi pochi, intensi alti un oceano di acqua stagnante e di speranze deluse ma se è vero che l’uomo si adatta noi ne siamo la prova lampante. Di quei pochissimi attimi di cielo azzurro prendiamo sempre tutto, gonfiando il petto con aspettative e proclami quasi ridicoli che però ci rendono felici e ci fanno festeggiare.
Ogni acquisto estivo era un fenomeno che ci avrebbe condotto al trionfo, ogni vittoria fosse anche il 12 di agosto contro i boscaioli del Tirolo era prodromo di uno scudetto che avremmo conquistato a punteggio pieno. I giornali e le Tv sapevano bene con chi avevano che fare e approfittavano a meraviglia nella nostra innocente credulità. Ogni titolo del corriere era a nove colonne, ogni inizio di domenica sportiva celebrava una Roma alla svolta.
Far cascare i tifosi nella guazza era facile come vendere banane alle scimmie. Ancora mi ricordo il lancio pubblicitario di Telepiù, la prima pay-tv. Eravamo primi, peccato che fosse il 28 settembre ed erano passate solo 4 giornate ma ecco il colpo di genio, filotto per il mese seguente di partite della Roma. I manifesti in tutta la capitale e gli spot in tv recitavano: “Caccia a ottobre giallorosso”. Il furono sono 3 punti in 3 partite e tutti a casa.
Per tutti quegli anni la mia vocazione di martire giallorosso veniva rafforzata dagli accadimenti più assurdi che si potessero immaginare. Non c’è palo che non abbiamo preso, non c’è gol buono in fuorigioco che non ci sia stato annullato, non c’è rigore assurdo che non ci sia stato fischiato contro. La tranquillità non c’è mai appartenuta, anche una partita d’andata chiusa con due gol di scarto ci mandava al ritorno carichi di angoscia. Ma non era per vittimismo, era perché poi succedeva davvero. Dalla traversa di Graziani al palo di Rizzitelli, da quello di Giannini al gol di Vavra, dal gol mangiato da Montella ad Highbury alle notti passate in furgone rientrando da Torino o da Milano dopo aver visto sempre la stessa partita ripetuta mille volte ma che finiva sempre allo stesso modo, gol dei padroni di casa nei primi 3 minuti, due pali della Roma, la classica espulsione per proteste e 2-0 finale.
Il risultato però non è mai stato importante perché essere se sei della Roma hai vinto lo scudetto ogni primo settembre per poi perderlo un mese dopo e ogni giocatore che veste quella casacca è un fenomeno perché gioca per te.
Ho amato come fratelli giocatori incredibili di tutti i colori, razze e religioni che avevano l’unico merito di essere venuti a giocare all’ombra del cupolone. Una serie infinita di pippe autentiche, onesti mestieranti e qualche sporadico campione.
Impossibile fare classifiche, ognuno amava un giocatore diverso e nessuno vuole sentire ragioni. Amavo Hassler e Voeller ma ho sempre guardato con sospetto il principe Giannini “core de latta” , mi piaceva Di Mauro, Benedetti era un talento incompreso ma avrei ammazzato Rizzitelli, ho sempre detestato Petruzzi e tumulerei da vivo Damiano Tommasi perché se hai quei piedi col cuore grande ci puoi fare la coratella per i carciofi. Per questo ho fatto sega a scuola per andare al funerale di Viola, per questo ho dormito nel bagagliaio di un Transit al ritorno dal “Delle Alpi” e sempre per questo ero entusiasta di farmi 6 chilometri a piedi sotto il sole rovente per assistere alla presentazione di Trotta e Dahlin e Carlos Bianchi e a loro ho sacrificato la mia prima trasferta in pullman da “ULTRAS”, un Cesena-Roma di coppa Italia giocata a fine agosto con la formula della partita singola. 3-1 per i padroni di casa e un “Dino Manuzzi” in festa dopo aver assistito alle prodezze di Hubner e del condor Agostini.
In quei momenti di sconforto e di poche prospettive è naturale attaccarsi ad una bandiera, al simbolo della tua squadra che con coraggio si carica tutto sulle spalle e trascina la cariola.
Qualcuno che capisce che indossare questa maglia è una questione di cuore, non di classifica. Qualcuno che rinuncia al successo personale per regalarti un sogno.
Non sempre è un grande giocatore, serve che sia un grande persona, d’altra parte essere della tifosi c’entra fino a un certo punto col gioco del calcio perché come dice quel genio di mio cugino “a me il calcio fa schifo, a me piace la Roma”.
Il compendio di tutto questo è per me il bahiano triste, Aldair.
Io con la palla fra i piedi non c’ho mai saputo fare molto, però ho sempre compensato con dedizione, sacrificio e sudore. Se eliminiamo la parte dei piedi scarsi mi sono sempre immedesimato nel carioca più serio che sia mai venuto all’ombra del Colosseo, il centrale brasiliano è l’incarnazione del giocatore che da tutto senza mai chiedere nulla in cambio.
Considerando che probabilmente Pluto è il più forte difensore della storia del calcio verdeoro e senza dubbio il più forte marcatore puro a cui abbia mai visto indossare la maglia coi colori che amo, per 13 anni ha rinunciato alla carriera che il suo talento gli avrebbe garantito per amore di questa città, per dedizione e per l’affetto sincero che ha sempre ricevuto. Una volta ho avuto la fortuna di incontrarlo per strada, quasi mi dispiaceva disturbarlo visto che era assieme alla sua famiglia, così gli ho detto solo “grazie Pluto!” lui si è girato, ha sorriso e mi ha risposto “No, grazie a te. Senza di voi noi non avremmo nulla”. Sarà stata un panzana però io ci ho creduto e mi sono commosso.
Quando s’è ritirato gli occhi mi si sono inumiditi e una lacrima mi è scivolata sulle guance al pensiero di aver perso l’unico campione a cui abbia voluto davvero bene. L’anno prima, quando a sorpresa lo speaker annunciò il prolungamento di un anno della sua carriera, per la felicità e per tener fede a un voto mi buttai di sotto dalla balaustra dei Fedayn (non sarà un grattacielo ma almeno 3-4 metri ci stanno tutti) e a momenti ci lasciavo la caviglia, ma lui per noi ha dato tutte e due le ginocchia per cui al momento mi sembrò un baratto equo.
In questi ultimi anni però, anni in cui la Roma ha cambiato marcia ed è diventata una grande squadra, confesso di sentirmi un po’ a disagio allo stadio in mezzo a gente che non riesco a sentire mia.
Mi sembra un po’ di essere uno di quegli anziani seduti sulle panchine del parco che pontificano sui giovani che non hanno il senso del sacrificio.
Mi sento fortunato perché ho visto la vittoria col Bröenby o la doppietta di Gerolin (si lo so che quel giorno Vöeller ne fece tre ma se permettere due gol dal Manuel nazionale sono un’altra cosa), perché c’ero quando Piacentini segnò il suo unico gol e c’ero pure quando Caniggia si fece quaranta metri palla la piede per purgare Cudicini con il proto cucchiaio e quindi non capisco la gente che va allo stadio e fischia prima che i giocatori entrino in campo o quelli che parlano di fallimento per un secondo posto.
Lo so che potrà sembrare ridicolo e probabilmente lo è ma mi sento derubato di una passione che prima era di tanti ma non di tutti. Tutti parlano di Roma, tutti fingono di saperne tutto e non mi piace. E’ come trovare il numero della tua ragazza sulla porta del bagno di un autogrill, magari non sarà zoccola però intanto il tarlo che non sia più tua te l’hanno messo. Non è che rimpianga i noni posti o le sconfitte nel gelo di Jena o Norimberga (meravigliosa l’immagine di Andrade che gioca a fare il picchetto da tenda in un campo ammantato) però mi piacerebbe tornare allo stadio ad abbracciare un estraneo per un gol all’ultimo minuto perché c’è stato davvero un momento in cui mi sentivo un re sentendo le campane la domenica mattina.

PS Di solito i commenti non sono una cosa cui faccio caso, però stavolta a tutti, romanisti e non chiedo di lasciare anche solo due righe per spiegare come avete scoperto questo grande amore. E se non siete tifosi, peggio per voi

 

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marzo 29, 2008 - Posted by | Editoriali

8 commenti »

  1. Non lo ho ancora letto, perché se lo leggo rischio di non scrivere del mio, ma di affiliarmi alla visione, già notoriamente simile (non fosse altro per ragioni di patrimonio genetico), che racconta il MarianiCugino.

    La storia di come ho visto la luce inizia così…

    Come molti bambini guardavo papà. Papà è tutto ed è il migliore ed è il più forte di tutti, e io voglio essere come lui.
    Ma c’era un’altra ragione: papà aveva uno zio davvero FICHISSIMO, baffoni neri, allegro e divertente, che mi faceva sentire già grande quando ero piccolo.
    Era un bersagliere, zio Nuccio. Torinese, fratello della nonna Rita.
    Mi regalava il giornale Il bersagliere e io volevo essere come lui! E volevo essere pure come papà, che doveva stargli simpatico assai anche a lui, zio Nuccio, visto che anche lui aveva fatto il bersagliere per somigliargli un po’, e che aveva preso in simpatia anche la Juventus. Perché zio Nuccio…. bonanima… era tanto bono… ma era juventino.
    Io allora non lo sapevo che volesse dire, e per essere come papà e zio Nuccio… sì ok… e va bene, VA BENE! Fino a 9 anni, ho tifato per la Juve.
    Tifato… insomma come può fare il tifo un pupo juventino per amore di papà e zio, essendo nato a Roma e vivendo i suoi primi anni a scuola non sapendo esattamente nemmeno che partita si giocasse.
    Non potevo tacere tutto questo.
    Non c’entra granché con il seguito, ma non potevo tacerlo (anche perché qua è pieno di spie, e il Mariani ne sa, in quanto SUO nonno materno mi regalò un orologio della Juve…)
    Certamente oggi non ricordo granché del calcio di allora (rimozione?). Ma sono sicuro che il primo, vero ricordo di calcio che ho, non è sulla (oggi) detestata compagine torinese, ma ahimé è in qualche modo legato ad essa.
    Il primo ricordo da tifoso è un gol vissuto in diretta, stando sveglio di notte con qualche parente che non ricordo, a casa di zia Bianca.
    Il primo ricordo che ho è di una partita vista nell’estate del 1978. Non fingo di ricordare il giorno, non lo vado a cercare sulla rete, ma so di ricordare quel gol.
    Argentina – Italia 0-1, gol di Roberto Bottega.
    Ricordo la gioia. Ricordo che capii che cosa voleva dire una battaglia persa in partenza e vinta alla fine. Una maglia azzurra contro i colonnelli della dittatura militare dei padroni di casa. Vincemmo noi. PORCA TROIA, vincemmo noi.
    Quella partita. E poi basta.

    Di quei mondiali ricordo l’educativa lezione:
    a) siamo i più forti di tutti
    b) mortacci loro

    Non ci vuole un genio a capire… una lezione così insegna che si può stare solo da una parte, accarezzare solo due colori.
    Era l’estate del 1978. Il percorso era iniziato.

    Mo’ a ricordarmi proprio esatto esatto non me lo ricordo: probabile fosse il 96 barrato. Ma quella radiolina non si riusciva proprio a sintonizzare. In questo nulla è cambiato: manco oggi in autobus si sente la radio. Sempre che passi l’autobus…
    Dino Viola ha comprato la Roma di Anzalone. A me ‘sto Dino Viola già mi sta simpatico per quello che (poco, visto che ‘sta maledetta radio non si sente!!) dice.
    Parla in un modo troppo fico!
    Nils già stava là. Ma per me Viola/Liedholm era un nome solo.
    Un nome che ho conosciuto sul 96 barrato (se era quello l’autobus: in alternativa era il 27. Di certo risalivo la Circonvallazione Gianicolense).
    Come molte cose nella mia vita (contrariamente a quello che si può pensare di un ingegnere con un buon livello di responsabilità nel lavoro) la decisione la prese la mia pancia. La sensazione alla pancia che ricordo netta nel transito tra la chiesa della stazione di Trastevere e Ponte bianco, mentre sentivo Dino Viola par..re a…a…ra.io (effetto onomatopea: prova tu a rappresentare per scritto una stazione che salta alla radio…).
    Come una mia amica americana descrisse in modo esemplare con una illuminante espressione (non parlava, ovviamente, della Roma…): “sento le farfalle che mi volano nella pancia”. Ecco. Il mondo era diventato giallorosso.
    Se senti quella sensazione nella pancia ci sono 3 possibili spiegazioni:
    a) Gnocca (ma ero piccolo)
    b) Coca cola ghiacciata (e questo ci poteva pure stare, ma non vomitai, in seguito. Escludo dunque questa opzione)
    c) Dino Viola che parla della Roma tra Stazione Trastevere e Ponte bianco
    Sono sceso dal 96/ che mi chiedevo se cambiare squadra fosse reato.
    Oggi posso affermare senza nessun timore che non è reato… E’ PEGGIO DI UN REATO!
    La squadra non si cambia MAI.
    Ma forse fino a 12 anni sì.
    Io ne avevo 10. Potevo farlo. E comunque lo ho fatto e questo è quanto.
    All’epoca (metà 1979) non me lo chiesi per molto tempo: ormai era fatta.
    UN NUOVO TIFOSETTO DELLA ROMA ERA NATO

    Ma da qui ad essere davvero col cuore nel pallone, ne passa….. in questo forse la storia diverge da molti altri.
    Per questo la racconterò più avanti.
    Perché la storia di me tifoso ha almeno 3 momenti fondamentali, ma troppo distanti, grandi e complicati da liquidare in poche parole. Un libro, una vita ci vuole per raccontare la fine di Genoa – Roma del 1983, per descrivere il patto di sangue che ho scolpito con questi colori il giorno in cui, 7 giorni dopo, ero nei distinti Nord a vedere Roma – Torino 3 – 1 (in ordine non consecutivo: Pruzzo, Conti, Falcao, Hernandez su Superchi, nella sua,credo, unica apparizione in quel catino infuocato quell’anno).
    E un libro a parte per descrivere quanto dolore si prova a vedere la Coppa dei Campioni persa in casa (per fortuna, quel giorno del 1984 la vidi dalla TV). Per dire come raccontare alla propria famiglia perché a 15 anni piangi e decidi che non puoi più permetterti lacrime per una partita….
    E un libro per raccontare quell’odioamore che per anni mi ha tenuto lontano dalla mia Squadra, dai miei Colori, per reazione a quel dolore.
    Guardando sempre 90° minuto. Sentendo sempre Tutto il calcio minuto per minuto….
    Ma solo con qualche puntatina in Curva Sud. Poca roba. Quel dolore non potevo sentirlo più.
    Ma il libro non avrebbe l’ultima pagina…. Un amore così non si può tenere lontano.
    Rimetti insieme i pezzi con la Falange Carbonara. Finalmente anche con mio fratello con me (lui, da ex juventino per gli stessi motivi miei, ha pagato ben grave dazio a questo errore: non tifava Roma nel maggio 1983….).
    E poi tutto il resto. Finali di Coppa Uefa perse contro i milanesi. E il giorno dopo tutti alla festa di Brunetto nostro che smetteva di giocare. Un giorno che Dio ha dipinto con le sue mani.
    E poi anni a dirmi che è più bello andare a passeggio che andare allo stadio. No. Sbagliavo. E’ più bello trovare il modo di avere tuo fratello vicino in una della poche cose che vedete allo stesso modo (anche se lui rosica 1000 volte di più… ma non dipende dalla Roma: è una sua forma mentale! Rosica pure su Burnout paradise se spacco più cose di lui… rosicava pure a Kick-off….).
    E’ più belllo sapere che dopo 6 anni da dirigente, la multinazionale per cui lavoro sa che il giorno che gioca la Roma NON può contare su di me.
    E’ più bello sapere che il mondo, in quei momenti, si ferma.
    Non è per il risultato. Non è perché vinciamo.
    L’amore è gratis.
    Ecco… tutto questo lo racconto a parte. Non è storia di poco conto.
    La Roma è dentro.
    Il tifo per la mia Squadra è dentro.
    In verità, il TIFO è dentro. Per questo motivo guardo i tifosi delle altre squadre, i tifosi veri, che sanno cosa si prova quando, come dice il mio grande amico Paolo, leggendo Febbre a 90° capisci che tu SAI cosa sta dicendo quel deficiente di Hornby, che scrive UN LIBRO intero intitolando OGNI capitolo ad una partita del suo Arsenal.
    Li guardo, e capisco.
    Quello che mai capirò è come fanno. Come fanno. E che vita è la loro, e che amarezza deve esserci a non essere dalla Roma!
    DAJE!!!!!!

    Luca

    Commento di Luca | marzo 30, 2008 | Rispondi

  2. non la faccio così lunga, ma i laziali non esistevano, gli juventini erano stronzi e poi era una squadra apolide, il milan erano i tempi belli del totonero e poi la Roma c’aveva i colori più belli e più caldi: e mi ricordo l’anno dello scudetto coi mezzi dell’atac col gagliardetto tricolore accanto a quello giallorosso sulla grata del radiatore e un adesivo sulla porta finestra di camera mia (credo di Repubblica) con un massiccio gladiatore e la scritta “Roma, campione d’italia 82/83″…Ci cresci respirando la Roma e, anche se non sono un tifoso da stadio, annoverando un solo Roma-Parma di qualche anno fa, il mio cuore è senza meno giallorosso.

    Commento di cosimo | marzo 30, 2008 | Rispondi

  3. La Roma… per me la storia è stata un po’ diversa. Non posso ricordare il giorno preciso in cui sono diventato romanista, semplicemente perchè questo giorno non esiste. Diciamo che nella mia famiglia o si è romanisti o si è romanisti, non sono cresciuto nella democrazia quindi “spontaneamente” ho deciso di seguire i colori giallorossa. E’ così da sempre, da quando l’ “Associazione Sportiva Roma” fu fondata nel 1927 per unire le forze calcistiche dell’Urbe contro lo strapotere del Nord. Il mio bisnonno vedeva la partita con mio nonno seduto sulle ginocchia, poi mio nonno con mio padre, e così via.
    A casa Francesconi è così, al compimento del sesto anno di vita si viene presi di peso e portati allo stadio. quel giorno me lo ricordo però… 15 gennaio 1984… Roma – Pisa 1 a 1. Ricordo che per la prima mezzora ero convinto che stessimo giocando contro l’Inter… hehe… non si può certo dire “buona la prima”, ma in fondo la Roma aveva appena vinto lo scudetto, avrebbe chiuso la stagione seconda a due punti dalla Juve… era una grande squadra!!!
    Mortacci loro!!!! 18 anni di sofferenze, dal vecchio Olimpico al nuovo Olimpico, passando per il Flaminio dove il mio abbonamento era a ridosso del palo di sostegno della rete metellica (non si vedeva praticamente un cazzo) era la Roma di Gigi Radice, quella del cuore, vederla non serviva a nulla, anzi forse sarebbe stato peggio, quella squadra si poteva solo amare…..
    Noi Romanisti siamo così, non ci servono scudetti o coppe dei campioni, ci basta poter gioire anche per una sola grande vittoria e l’entusiasmo esplode. Siamo i tifosi più umorali del mondo, siamo quelli dal clacson facile anche per un due a zero in casa col Perugia, siamo quelli che allo stadio aspettano che il cartellone ci dica che la Lazio perde (e cantiamo anche se siamo sotto di tre gol col treviso), quelli che sperano che il vicino con la radiolina esploda di gioia per una tibia fratturata di Zidane.
    Romanisti insomma, ispirandomi al Gigi Proietti di Febbre da cavallo direi che il Romanista è “Il più tifoso de tutti li tifosi”, è quello che se illude, spera, canta, piagne, bestemmia, prega, se incazza, esulta…pe quei du colori, che insieme stanno male…diciamocelo…. ma che rappresentano uno stile di vita.
    Perchè sono romanista…..
    Sono romanista pechè per me è un valore, una “tradizione di uomini” della mia famiglia, e credo che in un periodo come questo, dove ogni domenica il calcio finisce nei tribunali, negli ospedali e sopratutto nelle pagine della cronaca nera, si sono persi di vista i motivi per i quali si è tifosi.
    Sono Romanista perchè per me è un’appartenenza e non una fede, perchè la fede è un dono, (che purtropoo non ho ricevuto)una cosa seria che deve restare fuori da uno sport.
    Sono Romanista perchè odio i Laziali, ma li odio perchè fa parte del gioco delle parti e forse in fondo voglio bene anche a loro.
    Sono Romanisa perchè ai tempi nostri nun ce stavano gli spadini i zappavigna e compagnia bella che parlavano alla Radio.
    Sono Romanista perchè non ho sentito parlare tutti i giorni di politica nelle curve.
    Sono Romanista perchè ai tempi miei Gabriele Sandri sarebbe stato un ragazzo morto che meritava rispetto, e non il simbolo spaventapasseri di un gruppo di coglioni che vanno ad incendiare le caserme nel nome di “Gabbo” che non sanno manco chi cazzo era…. coglioni!!!!
    Sono Romanista… ma forse se fossi nato oggi mio padre mi avrebbe permesso di regalare il mio cuore a qualcos’altro… come io farò con mio figlio.
    Comunque.. Grazie Roma

    Commento di Michele Francesconi | marzo 31, 2008 | Rispondi

  4. 12 gennaio 1985. La data l’ho ricostruita con precisione solo questa mattina.
    Chissà perché, ma le mille volte che ci ho pensato in tutti questi anni, avrei giurato fosse primavera.
    Adesso che ci ripenso, invece, ricordo il cappotto ed un paio di guanti.
    Ma il sole c’era… quello ci doveva essere, per forza… Non manca mai… nel Salento!
    Ricordo la fila, i biglietti strappati (mamma mia, qui non è come al cinema!), il fiume di persone che ordinatamente (!) scorreva.
    “TRIBUNA LATERALE”, recitavano i cartelloni. “Gran bei posti”, diceva mio padre.
    Salgo le scale che portano alla tribuna. Arrivo in cima e lì accade tutto.
    Come fa il verde a brillare così?
    Ho ritrovato l’immagine – identica, immutabile – nelle pagine di Hornby, “qualche” anno dopo.
    Ci deve essere qualcosa di psichedelico nell’architettura di uno stadio.
    Il resto è la storia di tutti noi. Cambiano i colori, i gagliardetti, i nomi dei campioni e dei fenomeni da baraccone… Cambiano le serie, i punti, i traguardi… ma alla fine, fra sfumature diverse, ci guardiamo negli occhi e ci riconosciamo tutti.

    Eppure, il mio primo nitido ricordo di una partita di calcio è di ROMA-LIVERPOOL. Ovviamente ho tifato per la Roma. Mi piacevano i colori… ;-)

    P.S.
    Per la cronaca: il mio primo giorno allo stadio, quello che ho descritto, è stato un LECCE-MILAN, seconda giornata di ritorno del campionato di serie A 1985-86. Il Milan porta a casa i due punti con un rigore di Virdis ed un gol di Hateley. Nelle more, Pedro Pablo Pasculli calcia sul palo un rigore ed il Barone Causio ne spedisce uno a lato. Come inizio non c’è male…

    Commento di Giuseppe | marzo 31, 2008 | Rispondi

  5. Il 16 marzo 1986 avevo quattordici anni ed ebbene si, anche io ero della juve: colpa di condizionamenti esterni come fu per mio fratello (vedi prima risposta) e delle mie origini eporediesi, mai rinnegate.
    Si può dire che io sia diventato simpatizzante della A.s. Roma quel giorno quando mi recai allo stadio con i miei
    nuovi compagni di classe (avevo da poco iniziato le scuole superiori) a vedere la partita. Dico nuovi compagni
    perché è giusto citare anche i vecchi compagni di classe, quelli delle scuole medie, che mi riempivano di botte
    quando provavo a perorare la causa bianconera. Poverini, loro in effetti agivano a fin di bene, e solo ora che sono
    adulto ricordo con commozione quelle simpatiche battute “t’aspettamo de fori” che tanto mi hanno accompagnato al suono della campanella in quegli anni.
    Per quanto utilizzassero modi per lo meno discutibili, non posso non attribuirgli una parte di merito nella mia
    scoperta della verità.
    Ebbene, naturalmente andai a tifare juve quel giorno. Ma la Roma diede tre sberle ai miei eroi paterni, e come
    accadde a Jake nei blues brothers, finalmente vidi la luce. Secondo me, meglio tardi che mai.
    E come dice mio fratello Luca, ho salvato il mio esile fisico dalle ferite profonde di Roma-Lecce e della finale di coppa dei campioni (scritto volutamente minuscolo perché non avendola vinta la Roma, non vale un cazzo).
    I sintomi di una prossima metamorfosi comunque erano già latenti e riconoscibili: seguii quella finale di Atene in
    cui Magath punì la Juve al 9′ minuto giocando a palletta, e soffrii a Roma-Liverpool pur essendo piccolo quando
    invece credo che i veri zebrotti abbiano alquanto goduto.
    Inoltre, ho una immagine nitida del giorno dello scudetto di Liedholm, quando (all’epoca indegnamente) mi ricordo
    aggrappato al palo delle porte posteriori del 44 all’altezza di Via Valtellina, sventolando la bandiera della Roma.
    Il verbo conosciuto quel 16 marzo non mi trasformò immediatamente in discepolo.
    Seguì qualche anno di tiepida passione, servito a cementare comunque in me la sicurezza di odiare tutto ciò che incrociavo di biancoceleste sulla mia strada e notare come le cose più belle nella vita fossero gialle e rosse, come i bucatini all’amatriciana, per esempio.
    Pigramente trascinavo il mio culone allo stadio di tanto in tanto, e solo se mi veniva offerto. In questo modo ho
    perso quelle (poche) gioie che il periodo medioevale offriva. Ed in compenso non cancellerò mai dalla mia memoria da sinclair zx81 la mia presenza in montemario (a scrocco) durante un agghiacciante Roma-Verona con Spinosi (l’infame) in panchina, che aveva sostituito temporaneamente niente meno che il Barone. Uno zero a zero senza tiri. Era l’anno di Renato e Andrade. Un purgatorio infinito.
    La mia pigrizia fu punita anche il 6 settembre 1992; andai in Distinti nord con mio Zio Ermanno e Papà. Prima di
    campionato Roma – Pescara. Come dice Emilio che ci ospita in questo blog, tutta la tifoseria era pronta ad assistere
    alla stagione trionfale che ci eravamo autoconvinti di poter fare come tutti gli anni, salvo poi renderci conto dopo pochi minuti che invece stava iniziando la solita stagione della Roma. Fu una partita spaventosamente brutta ed irritante culminata con un gol di Nobile su grottesco errore di Garzya che liscia un’innocua palla in piena area di rigore spalancando la rete all’avversario il quale naturalmente non si fece pregare (forse se avesse giocato
    Amantino con loro quel gol l’avrebbe mandato in curva).

    Ma il primo abbonamento in Sud arrivò anni dopo grazie ad un altro mio cugino, Claudio, ahilui figlio di uno juventino molto più serio ed accanito di nostro padre, a tuttoggi riconosciuto in famiglia come un vero erede ad
    honorem della famiglia agnelli.
    Il suddetto cugino mi sensibilizzava verso il fatto che era arrivato il momento della mia iniziazione, e correva
    l’anno 2000. Giubileo. Un anno da dimenticare, visto chi ha vinto lo scudetto.
    Quel giorno mi presentai al lavoro con in lutto al braccio con due bottoni cuciti sopra, uno giallo e uno rosso, a
    testimoniare la morte del calcio. Il peggior giorno della mia vita. Sono dell’opinione che non esista nessun tipo di
    sofferenza calcistica e nessun gol di Vavra, o qualsiasi altro tipo di amarezza che ci riguardi direttamente
    che possa lontanamente ricordare del dolore causato da una vittoria del cugino burino.
    Il destino però volle che sul mio primo abbonamento di Sud (che conservo gelosamente come tutti quelli che sono seguiti fino ad oggi) ci fosse per errore scritto “coniuge”. Davvero profetico visto che l’anno successivo, quello che ci ha visto il 17 Giugno andare a riprendere in ciociaria quanto era NOSTRO, conobbi colei la quale mi ha insegnato cosa significasse essere davvero MALATI per la Roma. Alba, la compagna con cui condivido oggi le gioie del sentimento amoroso e romantico, la conobbi al telefono durante una pizza con un’amica in comune che mi disse: tieni ti passo il telefono cosi parli con questa mia AMICA DI MILANO ABBONATA IN CURVA SUD! Comeeeeeeee??? Esiste dunque un personaggio cosi valoroso da macinare 632 km ogni due settimane investendo tempo e denaro per seguire le prodezze dei suoi prodi?
    Volli conoscerla subito. Quella fu una settimana memorabile. Morì Zio ERMANNO il 3 di maggio, lasciando un vuoto incolmabile. Lo Zio, citato qualche riga sopra, oltre ad essere un grandissimo uomo, era anche un grandissimo tifoso della Roma. Un tumore ce lo ha portato via, ma mi piace pensare che lui diede un colpo di coda la domenica successiva quando, dopo aver accompagnato Alba alla stazione che tornava a Milano, lo vidi nitidamente accompagnare per mano Montella a segnare il gol al delle Alpi al 90′ minuto di quel miracoloso evento sportivo del 6 Maggio 2001.
    In quel week end io e Alba abbiamo dato vita ad una storia che dura ancora oggi. Non ricordiamo con particolare trasporto la ricorrenza proprio perché preferiamo dedicare in quei giorni dell’anno il ricordo allo Zio, anche se
    lei non lo ha mai conosciuto, ma da come gliene ho parlato, è come se lo avesse fatto.
    Da allora, i ritmi della nostra vita di coppia sono scanditi dal calendario. Non c’è pranzo, cena vacanza o evento di qualsiasi genere e tipo che non passi al vaglio degli impegni della magica. Ora lei vive con me a Roma, e quindi ringraziando Dio molte energie spese nei viaggi chilometrici che non deve più fare le può risparmiare. Ma il fatto di avere accanto una persona cosi oltre alle infinite belle cose che ne potrei raccontare, ha reso possibile una fedeltà ed una presenza costanti al seguito dei nostri beniamini, in qualsiasi condizione meteorologica, biologica, bioritmica e fisica. Ogni tanto ci prendono per pazzi. Io preferisco pensare che siamo molto semplicemente, tifosi di questa magica Roma.

    Commento di Andrea Sàbolo | marzo 31, 2008 | Rispondi

  6. Inutile dire che puoi cambiare lavoro,moglie,fidanzata,sesso,religione,nazione…ma non puoi cambiare nè mamma nè squadra di calcio.
    Per quanto banale e stracollaudata come la toyota corolla è innegabilmente la sacrosanta verita’.
    E i miei ricordi arrivano abbastanza lontani anzi parecchio,la fede calcistica è arrivata ampiamente prima della comunione,prima della scuola elementare,prima dell’album panini vicino a i 4-5 anni.
    Abitavo in una strada di un quartiere di periferia e c’erano ancora i prati nei dintorni e si scendeva in strada a giocare a pallone tra le macchine.
    chi sei,quanti anni hai e di che squadra sei,queste erano le tre cose che ci si domandava tra di noi,anzi….
    ..di che squadra sei toro o juve? JUVE!!!!!!
    la juve di bettega e furino, di scirea e di zoff, la vecchia signora!!
    quella del 18 luglio ad atene, quando mi accorgevo per la prima volta che il traffico era sparito alle 20.15 perche’ tutti erano a casa per vedere la partita…il pallone di magath è ancora che gira da queste parti.
    Orgoglioso di essere bianconero,da sempre e per sempre.
    saluti dalla prima capitale d’Italia

    Commento di massimo "il mesti" | marzo 31, 2008 | Rispondi

  7. Giuro che se fai un libro lo compro…pensa te il Mariani…a guardarti in faccia manco 1 euro! E invece!!! A tal proposito, nonostante il Milan per me è sempre il Milan, da vagabondo comunque legato alle origini, mi hai fatto tornare in mente il primo (e penso unico) vero amore calcistico: la Spal. In ogni angolo del mondo dove sono stato mi sono sempre informato prima del risultato della Spal (quando era reperibile) e poi del Milan…dopotutto quando avevo 5 anni, mio padre mi portò per la prima volta al P.Mazza ad assistere a Spal-Jesi (per la cornaca 3 a 2 per noi)…è normale che poi qualcosa ti resti dentro! Ora è un pò troppo tempo che si naviga in brutte acque, ma la speranza c’è sempre…almeno di una C1! Quando poi avrò più tempo un bel reportage sulla centenaria Spal (100 anni…ti rendi conto?!?) in questo blog ci sta tutto…finisco solo con l’ultima formazione degna di essere altamente ricordata : Torchia, Lancini, Paramatti, Zamuner, Servidei, Mangoni (Mignani quando è stato infortunato), Messersì, Brescia, Mezzini, Bottazzi, Labardi.
    Ed essendo oggi il 1 Aprile…DAJE ROMA!!!!!!!

    Commento di Paolo | aprile 1, 2008 | Rispondi

  8. Caro Emilio,
    quelle figurine, comprate su Ebay da un venditore di Torino, sapevo appartenerti non appena te ne ho parlato. Sapevo che te le meritavi più di me quando parlandone ti si illuminava il volto. Dopo la fatica che hai fatto nell’aiutarmi nel trasloco, malgrado mi abbia distrutto una cassettiera Malm di Ikea facendola cadere a terra dal carrello elevatore di quel genio di Righetti Giuseppe, non potevo continuare a tenere quelle figurine con me.

    Commento di Marco | aprile 8, 2008 | Rispondi


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