Parole sfuse che costano meno

Le donne vengono da Venere, gli uomini da Garbatella

Il mare è democratico

Per i primi tredici, forse quattordici, anni della mia esistenza (prima di scoprire che le ragazzine non erano stata punte da api giganti sul petto) il mare aveva sempre significato una pacifica routine. Accudito e sorvegliato dall’amore dei miei nonni le giornate si inseguivano senza sosta con una scaletta inflessibile e meravigliosa.

Ogni mattina, con un sorriso affettuoso, mia nonna mi destava implacabilmente massimo alle otto asserendo che a un ragazzo troppo sonno facesse male (le cose non sono cambiate nemmeno con l’adolescenza quando di riffa o di raffa mi ritiravo alle quattro). Immancabile seguiva una colazione vecchio stampo con una vasca di latte e cacao (Van Houten, olandese e prestigioso, mica quella zozzata del Nesquick o dell’Orzoro) e una lavagna di pane e marmellata fatta da lei e poi venivo liberato come un cane da caccia sulla spiaggia sotto il vigile sguardo del nonno che contava senza sconti le due ore e mezza OBBLIGATORIE prima anche solo di guardare l’acqua.

L’arrivo degli amichetti poi dava modo di organizzare le squadre per il partitone del pomeriggio e soprattutto per assegnare i compiti per la costruzione della circuito per giocare a pallline.

La pista per giocare con le biglie di plastica dei ciclisti è stato il mio primo impatto con l’ingegneria e me ne ha fatto innamorare. Materia prima infinita, nessun limite se non la larghezza della chiappe di quello scelto a farsi trainare nella rena per delineare il percorso base. Un opera degna di un faraone in cui il tetto era solo la fantasia. Almeno tre ore di cantiere infernale sotto un sole implacabile che sarebbe stato alleviato in notturna da rimedi casalinghi a base di acqua, olio, bucce di patata ed altre zozzate che avrebbero fatto rabbrividire un cerusico medievale al seguito delle crociate. Alla fine di questo mazzo immane sorgeva un opera di proporzioni ciclopiche, con un costo in ore\uomo pari alla diga di Hassuan e un numero di corsie che risolverebbero agevolmente il problema del raccordo anulare di Roma.

Onestamente mica mi ricordo se poi nella gara fossi forte o meno ma con la mia pallina nera di Mercxx (curioso il fatto che non avevo idea di chi fosse ma nemmeno troppo visto che nemmeno sapevo, e so, andare in bici) tiravo fino a farmi sanguinare l’unghia per cogliere al meglio l’effetto di curve paraboliche degne di Leonardo.

Alla fine della gara, per impedire a chiunque altro di sfruttare il nostro lavoro, la pista veniva sempre distrutta da una mandria inferocita che finiva la sua corsa verso il mare come uno sciame di lemmings in preda al delirio.

In acqua finiva sempre a battagliare con le palle di sabbia fino alla perdita della vista o più spesso fino a che i polpastrelli delle dita somigliavano a noccioli di pesca e il nonno mi veniva a ripescare per l’orecchio.

Come tutti i fantolini vispi, avversavo con ostinazione il concetto di pennica pomeridiana (povero stolto) per cui nonna che era donna accorta e saggia, mi zavorrava con due metri cubi di pasta al forno o qualsiasi altro alimento contenente un numero di calorie sufficiente a spedire la MIR in orbita geostazionaria. Oberato dal carico dei carboidrati svenivo nella mia cameretta fresca per essere risvegliato attorno alle quattro e mezza dal vociare degli amici che mi infamavano dalla strada per il mio ritardo.

Non è che fossi ‘sto fenomeno però avendo casa sulla spiaggia ero il depositario del pallone (rigorosamente il “tango” della Mondo, ideale per procurare ogni tipo di escoriazioni e distrorsioni, comperato con una sottoscrizione pubblica degna della privatizzazione dell’ENI) e dal terrazzo potevo sfruttare la posizione per individuare il isolotti di secca dove giocare.

Le secche erano il campo perfetto.. soffici per permettere ogni sorta tackle, anche quelli proibiti nel wrestling professionistico, di una lunghezza imprecisata che variava durante la partita, coperti da un leggerissimo velo d’acqua che permetteva ai portieri i tuffi superlativi e soprattutto talmente pesanti da livellavare tecnicamente tutti privilegiando chi, come me, ha 93 di giro coscia dall’età prescolare.

Con queste premesse il risultato della partita era un mero accessorio formale per giustificare i più crudeli regolamenti di conti e le risse più animalesche con l’immancabile frignone che minacciava di dirlo alla madre o di portarsi via il pallone.

La partita veniva di solito interrotta o da un infortunio agghiacciante o molto più spesso dal sindacato delle madri armate di zoccolo e forse questo era l’unico momento in cui le differenze sociali affioravano in un clima di utopica uguaglianza.
In un tempo in cui lo slippino di lycra color pastello era più standard dell’uniforme della DDR era impossibile dividerci per censo o ipotizzare il futuro.. se penso ai miei due più stretti amici di allora vedo due bambini uguali e dire che uno è avvocato mentre l’altro ha ammazzato la nonna (lo giuro!)

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luglio 7, 2008 - Posted by | Editoriali

8 commenti »

  1. se scrive Merckx e non Mercxx, come tu hai erroneamente postato.

    Commento di roberto (dalla grande mela) | luglio 7, 2008 | Rispondi

  2. Primo: hai mai provato Sprint nel lattuccio di nonna?

    Secondo: cos’è quella zozzeria olandese che prendevi?

    Terzo: si scrive Nesquik e non Nesquick!!!

    Commento di Eleonora | luglio 8, 2008 | Rispondi

  3. dal momento che eri “il depositario del pallone”, quando parli del solito frignone che minaccia di andare via con il pallone ti riferisci alla tua persona?
    Se così fosse direi che nulla è cambiato…

    Commento di gepi | luglio 8, 2008 | Rispondi

  4. Posso solo dire..
    ammazza che pubblico esigente

    Commento di zemariani | luglio 9, 2008 | Rispondi

  5. Nostalgia, nostalgia canaglia…

    Commento di Cosimo | luglio 9, 2008 | Rispondi

  6. Dato che il mio blog te l’hanno bloccato e non puoi commentare…e dato che sono le 11.30 e già che in ufficio regna il fancazzismo più totale e già che non posso farmi vedere in giro perché ieri avevo promesso di portare le carte ma non le ho potute portare perché mamma non ha voluto darmele perché dice che probabilmente i miei colleghi sono più ladri dei miei compagni di scuola e quindi sicuramente ruberebbero pure il mazzo di carte (so che sembra una cazzata: se ci pensi bene potrei comprare un mazzo tutto mio, però all’inizio le carte sono lisce lisce e neanche segnate ed è una cosa che fa così innervosire)…vorrei lasciare anch’io un commentino sul depositario del pallone…posso?

    Più che altro è un’osservazione. Siccome abbiamo capito tutti che il depositario/frignone eri tu, nel prossimo post puoi specificare anche che rispetto agli altri compagni di gioco sei una pippa?

    Non è un’offesa, dico sul serio. Bisogna ammettere anche queste cose quando si ricordano i bei tempi che furono. Ho anche una spiegazione plausibile in merito: se tanto mi dà tanto, anch’io ero la depositaria del pallone, quindi mi facevano giocare a prescindere e nel ruolo che prediligevo, altrimenti tiravo fuori il mio bel “mo ve faccio strillà da mi madre!”

    Era la mia arma vincente contro tutto e tutti, anche perché tutti avevano paura di mia madre, tanti ne hanno paura ancora adesso! Io la paura ancora non l’ho superata…

    Commento di Eleonora | luglio 9, 2008 | Rispondi

  7. Allora.. tutto posso essere ma non il frignone che se ne andava.. la palla non era mia.. ma rimaneva nel mio giardino perché ero a portata di mano. e se continuate mi metto a piangere e non scrivo più! uffa

    Commento di zemariani | luglio 9, 2008 | Rispondi

  8. Vedi che tutto torna? “perché ero a portata di mano”…altrimenti col cavolo che ti facevano giocare…inconsciamente l’hai ammesso!

    Commento di Eleonora | luglio 9, 2008 | Rispondi


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