Parole sfuse che costano meno

Le donne vengono da Venere, gli uomini da Garbatella

Ferragosto

Dicono che i pesci rossi abbiano una memoria di quattro secondi o poco più per cui ogni volta che abbia completato il giro della sua boccia di vetro al pinnato si presenti un mondo tutto nuovo da scoprire così da non fargli percepire di nuotare in una galera pacchiana con finto galeone pirata e piena della sua cacca.

Allo stesso modo, con una velocità sovrumana, tendo a non ricordare assolutamente i temi delle mie esposizioni per cui è probabile che talvolta mi ritrovi a ripercorrere argomenti già trattati affrontandoli con lo stesso entusiasmo originale salvo una strana sensazione di dejà vu.

Tutto questo ampolloso preambolo serve essenzialmente a scusarmi in caso che il ferragosto fosse già stato soggetto di discussione ma visto che alla fine quello che si pubblica lo decido io, il rischio peggiore che posso correre è una lettura svogliata.

Vi siete mai chiesti come mai Natale e ferragosto sono così ben sistemati nel corso dell’anno? Come mai passano quasi sei mesi fra una festa e l’altra? Almeno a casa mia perché è il tempo minimo necessario per ultimare la digestione prima di riattaccare col capitone e la pizza coi ciccioli.

Il lato alimentare della mia famiglia è sempre stato quello materno. Dando onore al merito, la mia nonna paterna cucinava come un angelo ma si è sempre limitata a pranzi eccellenti circoscritti solo ai parenti primi ed essendo papà figlio unico la tavolata era sempre molto ristretta.

L’altro lato invece ha sempre dato corpo al meglio delle sue prerogative partenopee per cui la parola d’ordine è sempre stata “tutti in famiglia” intendendo con tutti anche l’idraulico della palazzina dove abita il cugino di quarto grado di zia e il coiffeur del barboncino della cognata di nonna.

La festività natalizia purtroppo però passa senza mega riunioni familiari perché un po’ il freddo, un po’ il piacere della tradizione fa rimanere tutti a casa propria. Discorso molto differente invece è il ferragosto dai parenti di mamma in cui solo il crollo dell’abitazione o una recidiza di malattia esantematica sono considerate scuse quasi accettabili.

Il luogo di aggregazione è sempre lo stesso, il paese natale di nonna e delle sue sorelle: Rocca Monfina (Ce). Il paese è piccolo e raccolto, nascosto al mondo da una distesa sconfinata di boschi di castagni secolari che ne fanno la capitale del marrone meridionale. La casa di zia Bianca è circondata da questi meravigliosi alberi che ammantano tutto il paesaggio di una tenue luce gialla lasciata filtrare dalle fronde fitte e , fra un fusto ed un altro, sono collocati quattro tavoli grossomodo lunghi come la pista d’atterraggio della portaerei Nimiz in darsena a Gaeta. Nei momenti di massima affluenza, considerando che ognuna della cinque sorelle ha contribuito in maniera decisa alla campagna demografica del paese, si arriva tranquillamente a cinquanta coperti con una dotazione alimentare che ricorda il bottino dei lanzichenecchi nel sacco di Roma.

Ogni donna in età da marito è tenuta a portare un timballo di pasta o suo succedaneo (lasagna o gateau di patate) il che fa oscillare in numero dei primi mediamente fra i 10 e i 15 se includiamo nei primi le torte rustiche, la pizza di scarola, la focaccia coi peperoni, i taralli con la sugna e il pepe, gli sformati al formaggio ed altri lieviti le cui ricette credo siano originali di qualche civiltà precolombiana e il cui segreto viene preservato col sangue da due millenni.

Solo una preparazione olimpica permette di uscire lesionati ma vivi dall’orgia di carboidrati e non è raro incominciare a vedere i più ingordi cadere dalle panche e rotolare a valle nel sottobosco.

L’arrivo dei secondi è salutato con giubilo ma anche con terrore dagli stomaci più saldi che si erano autoconvinti di essere ad un passo dal traguardo mentre invece scoprono con terrore di essere ad almeno due chilometri (tale è la lunghezza media della fila di salsicce in teglia presenti) dalla salvezza.

Come se non bastasse la mia presenza di spirito e quella dei miei cugini è generalmente abbastanza compromessa dalla festa di ferragosto che quell’anima nera di mio cugino Alessandro organizza e che ci vede salutare l’alba tramortiti dai bagordi spiaggiati come capodogli malati per cui l’approccio alle proteine è simile a quello dei mistici orientali che in uno stato di semi incoscienza aprono le porte della suprema percezione.

Una volta superata la giostra di insalate russe (bisogna riconoscere che quella di zia è da primato europeo), abbacchi, frittate di provola, teglie di patate arrosto e le mondiali polpette di melanzane di zia Ninì lo sprovveduto ospite di passaggio potrebbe pensare di averla sfangata e cercare di ricomporre l’infarto intestinale in corso fingendosi morto sotto un castagno. Errore grossolano. A valle dei dolci  che fortunosamente di solito riesco ad evitare nascondendo la testa nel terriccio c’è il paiolo di mozzarella di bufala. Orgoglio della provincia di Caserta, a metà pomeriggio (anche se potrebbe essere notte a giudicare dalla debole luce che oltrepassa le mie palpebre affaticate) viene portato in processione come la statua del santo un vascone fumante di trecce e mozzarelle dal valore del 2% del PIL di uno stato medio – piccolo dell’america centrale. Nessuno si sottrae al latticino e l’ultima volta che ho fatto l’errore di addormentarmi mi sono risvegliato guardando il ghigno satanico dei miei cugini che provavano a soffocarmi con un trancio grosso come una mela golden al grido di “butta giù o muori”.

Solo a sera, quando il gonfiore dello stomaco diminuisce abbastanza da permettere ai polmoni di espandersi come previsto, è possibile ipotizzare un rientro verso casa ma non prima di essersi assicurato la meritoria fetta del bottino rimasto, stimabile mediamente nel numero di calorie sprigionate dal nucleo di un reattore di medie dimensioni.

I successivi due giorni di solito sono necessari ad espiare le mie colpe suggendo una fetta di limone come pasto complessivo per l’intero periodo, ossessionato dalla voce di zio che giurerei aver udito chiedere: “beh, dove ce ne andiamo per cena?”

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agosto 18, 2008 - Posted by | Editoriali

1 commento »

  1. Il Natale dalla nonna materna era favoloso. Primo: perché avevo 300 zii ed ero figlia unica e quindi i regali sotto l’albero erano quasi tutti per me. Secondo: perché nonna faceva una piccola tiella di pastiera solo per me e io mangiavo la mia piccola parte e pure quella grossa…

    Quanto mi manca, nonna Bianca. Mamma è brava a cucinare, la pastiera le viene benissimo, ma il casatiello lo fa troppo “perfetto”, se capisci che voglio dire.

    La nonna paterna, con cui non parlo da qualche anno, mi ha sempre riempita di soldi e regali, ma è assai tirchia sul cibo. L’unico motivo per cui ero contenta di andarla a trovare era che lei ha le galline e io amo l’uovo sbattuto. Rimaneva lì a controllare quanto zucchero mettessi nell’uovo e quando avevo finito lo nascondeva! Meno male che riesco lo stesso a rimediare le uova fresche…

    Commento di Eleonora | agosto 23, 2008 | Rispondi


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