Parole sfuse che costano meno

Le donne vengono da Venere, gli uomini da Garbatella

Il sogno di icaro

Il 17 dicembre di centocinque anni fa due fratelli, Orville e Wilbur, coronarono il sogno di ogni uomo: volare.

Molti lo considerano il più significativo passo concettuale nell’evoluzione dell’uomo, altri ritengono sia la sublimazione del mito greco, personalmente la reputo una trovata geniale per allontanarsi dalla marmaglia Vittoriana che affollava anche il nuovo continente.

Nel mio immaginario di bimbo volare era una cosa aristocratica e di gran classe. Le immagini degli avventurieri dell’aria rincorrevano quelle di grandi saloni pieni di lusso, una versione volante del Nautilus insomma.

Poi, non so quando visto che per me è sempre stato così, l’olimpo è stato conquistato dalla canaglia. Il popolo becero ha scoperto che era più pratico portare 18 chili di soppressata oleosa con un MD80 piuttosto che con l’accelerato Stoccoloma – Lamezia Terme e l’inferno ha raggiunto il paradiso.

E’ singolare che i viaggi in aereo siano l’unico risvolto della nostra società (assieme all’approccio con i buffet dei matrimoni) che non ha avuto alcun miglioramento negli ultimi 25 anni.

A parte il divieto di fumare a bordo tutto è rimasto come nel 1983, giorno del mio battesimo del volo.

Come un manzo al macello ogni volta mi inerpico in questo ginepraio con rassegnazione osservando e sospirando.

In principio c’è un check-in che sembra una gigantesca sfida a “un due tre, stella!”.

Masse immobili che avanzano a scatti non appena l’impiegata abbassa lo sguardo fino a formare una spumosa onda di mani sudaticce che impugnano le ricevute delle agenzie.

Poi il controllo ai varchi. Voglio dire, ma porca Eva, è dai tempi della fuga di Mosè dall’Egitto che i controlli sono sempre quelli e tutte le volte davanti a me c’è uno che passa il controllo 12 volte perché un pezzo alla volta poggia nella vaschetta qualsiasi cosa: telefono, agenda con placca in argento, fiasca da brandy, la collezione di monete del papa buono, una piccozza per scalate, un calzascarpe in acciaio, delle armi ninja e una Luger con manico in avorio appartenente al nonno regalo personale di Goering e tutte le volte si indigna per la vergognosa costrizione delle sue libertà personali.

Una volta liberi nello spazio senza fine del duty free, le mandrie si disperdono per accumulare una dote consistente di vaccate come il cuscino per evitare i trombi (anche sulla tratta Napoli-Foggia di 11 minuti), tre stecche di Toblerone che 2 ore di sala d’attesa ridurranno a una pozza di brodo primordiale e 1 tronco di acero sotto forma di riviste patinate (Focus, Guerino e Men’s Health per lui, Grazia, Novella e Sale e Pepe per lei) che saranno carta straccia prima di raggiungere la scaletta.

Ricompattati i bovini di fronte al gate si può assistere a un fenomeno di premonizione unico in natura. Al solo avvicinarsi nel raggio di 3 chilometri di un’assistente di volo il popolaccio boia si solleva all’unisono addensandosi scompostamente attorno all’ingresso come se ci fosse la certezza che i posti siano di proposito in numero inferiore ai passeggeri in una rivisitazione del gioco della sedia e della musica che si interrompe. Di solito assisto in disparte, molto amareggiato, a queste scene maledicendo la riforma che ha eliminato la servitù della gleba dall’ordinamento sociale e perciò salgo in fondo al pulmino.

Questa rinuncia alla lotta comporta due scomode conseguenze: in primo luogo l’unico giornale rimasto sulla rastrelliera è “l’eco di Bergamo” perché le scimmie bercianti hanno fatto incetta di qualsiasi quotidiano per poter infrangere le loro menti ottenebrate sul sudoku facilitato. In secondo luogo, spesso, l’accedere per ultimo mi costringe a volare con il mio bagaglio a mano conficcato in luoghi oscuri come un contrabbandiere di coca perché la cappelliera sopra il mio posto è piena di giacconi, i famosi tobleroni, e tutto quello che la gente non considera incluso nell’unico bagaglio a mano consentito come mazzi di fiori, un porta ombrelli di murano, un bracco da riporto o 20 chili di ‘nduja che ricreano fedelmente l’inconfondibile odore della gabbia dei gibboni al bioparco di Roma.

Una volta archiviata la fase di volo con danni minori come una irrefrenabile voglia di fare amicizia, calzini di spugna bianca in bellavista, poltrone sbracate in faccia e lotte al coltello fra sapone e ascelle il momento dell’atterraggio è quello che riserva maggiori soddisfazioni a qualsiasi etologo a bordo.

Con i tempi di reazione di una finale olimpica dei cento metri i passeggeri si sollevano all’unisono e con un gesto unico slacciano la cintura ed accendono il cellulare per dare notizie ai familiari angosciati dopo un cimento tanto rischioso come un Pantelleria-Roma.

Non appena l’aero rallenta sotto la velocità del suono il corridoio viene invaso da una fiumana ansiosa che ricorda la corsa dei tori di San Firmino a Pamplona. Sempre nel terrore di perdere il proprio posto (dove?) la gente si accalca sul pulmino quasi imprecando ai ritardatari che gli fanno perdere secondi preziosi che una volta a casa potrebbero essere dedicati al televoto dell’isola dei famosi o all’acquisto di una suoneria.

Esaurita la marmaglia, stremato emotivamente, mi avvio con prudenza verso l’uscita chiedendomi se l’Hindenburg sia stato davvero un incidente o il gesto disperato di un uomo saggio per scongiurare questo futuro.

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ottobre 13, 2008 - Posted by | Editoriali

2 commenti »

  1. hai dimenticato il momento più raccapricciante, l’applauso appena le ruote toccano terra……

    Commento di roberto (che si dispiace per i coen) | ottobre 21, 2008 | Rispondi

  2. Quello devo dire è un po’ che latita, trasferte della roma a parte ma li non vale

    Commento di zemariani | ottobre 23, 2008 | Rispondi


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