Parole sfuse che costano meno

Le donne vengono da Venere, gli uomini da Garbatella

L’istinto del diavolo


La mia casa è sempre stata un rifugio per felini. Da che io mi possa ricordare non è passato giorno senza il meraviglioso senso di affetto e calore che le fusa di un micio possono generare.
Come piccolo di casa (ammesso che il termine “piccolo” sia applicabile a un incrocio fra shrek e un grizzly canadese) ho sempre avuto l’onore di dare il nome ai gatti trovatelli. Dopo aver provato a imporre nomi fantasiosi a pesci rossi, criceti e tartarughe che inevitabilmente schiattavano nell’arco di una notte e che si toccavano potentemente le balle mentre fantasticavo sul nome da dare alla prossima vittima ho concluso che questa pratica portava semplicemente iella e l’ho abbandonata per gli animali di taglia rispettabile.
Questo è il motivo per cui per un lunghissimo periodo ai piedi del mio letto si sono addormentati due mici meravigliosi chiamati semplicemente “gatto rosso” e “gatto nero”.
Sarebbe spiacevole ed ingiusto metterli in fila in termine di affetto però è indubbio che il gatto rosso si sapesse vendere meglio facendosi coccolare dai familiari costantemente e ricambiando generosamente.
Rosso inoltre aveva un’abilità soprannaturale che me lo faceva preferire a qualsiasi altro quadrupede del globo ed alla maggior parte dei bipedi. L’istinto del diavolo.
Tutte le volte che a casa era presente un ospite che:
 Temeva o detestava i gatti
 Era allergico al pelo
 Indossava un vestito di pregio
Rosso lo puntava con decisione facendogli una corte serrata fino a ridurlo ad una massa di pelo, appanicata e stranutente.
Abilità correlata era sempre individuare solo i buoni di cuore che non lo avrebbero comunque mai rifiutato se non altro per ragioni di etichetta. Vittima prediletta è sempre stato il mio amico Andrea che piuttosto che infastidire il gatto se lo sciroppava con scolpita in volto l’immagine di San Sebastiano martirizzato dalle frecce.
In sostanza si tratta dello stesso fenomeno per cui, se siete non fumatori, non importa la cella di quale monastero vi nascondiate, il fumo della sigaretta più vicina vi raggiungerà da chilometri di distanza sfruttando gli alisei e vi impregnerà da vomitare il maglione di cachemire appena comprato a costo di un rene.
Nello stesso modo infingardo i fenomeni sub normali a due gambe che popolano gli aeroporti mi cercano con cattiveria per avvelenare la gioia del viaggio tanto decantata in numerosi post precedenti consapevoli di irritare la mia psiche quando un barile di eprite lanciato in una trincea.
Lunedì scorso mi trovavo su un Roma – Praga della Chech Air stracolmo, innervosito da una trasferta lavorativa che si prefigurava molto stancante e con il trolley in grembo perché ogni occupante del velivolo aveva pensato bene di portare 8 bagagli a mano.
Unici tre posti vuoti quelli di fronte a me, fila 4, la prima dopo la business. I due cugini meno scolarizzati di Cassano in un dialetto padroneggiato solo da loro e dai sacerdoti di Anubi hanno occupato questa fila perché, a detta loro, gli piaceva e sarebbe stato uno spreco di tempo sistemarsi dove gli sarebbe spettato. Ovviamente in 3 minuti gli occupanti legittimi si sono palesati generando grande malcontento nei truzzi che ritenevano ormai loro le poltrone per usucapione.
A metà del volo un signore della fila avanti ma dall’altra parte del corridoio, ha cominciato a dare evidenti segni di disagio, sentendosi male, chiedendo aiuto e li è partito il circo di Oler Togni al completo con giocolieri e scimmie ammaestrate al seguito.
Una delle hostess si è avvicinata al passeggero chiedendo in inglese la causa del malessere ricevendo una risposta nel gergo degli scafisti di bari vecchia.
Da li la richiesta per un interprete: “chi parla italiano?” e da dietro di me si è alzata con i tempi di risposta di un decatleta una suora larga quanto un juke box ma di sicuro minor appeal. “Lo parlo io!!!!!”
Dopo alcuni secondi si è però venuto a sapere che la sorella parlava SOLO italiano per cui è stata rispedita a posto celermente e secondo me anche con qualche vaffa.. ma tanto erano in ceco.
L’anziana devota non era però intenzionata a demordere ed è rimasta a fare capannello insieme ai cugini di Cassano agitandosi come un lemure nella gabbia, armeggiando con l’aria condizionata e facendo la spola con la propria borsetta riportando di volta in volta pillole di dimensioni sempre crescente fino ad arrivare a quelle che giurerei fossero supposte.
La diffusione di serie come ER e Dr. House ha reso l’Italia un paese oltre che di 56 milioni di commissari tecnici di medici diagnosti per cui tutte le file contigue al malato si sono sentite in diritto di redigere un’anamnesi, effettuare la diagnosi ed ipotizzare una cura! “gli chieda che medicine ha preso la mattina” “è allergico a qualcosa?” “è immunosoppresso?” ed a un certo punto “qualcuno sa fare il massaggio cardiaco?”. In tutto ciò la suora continuava a volteggiare sul malato come un condor fa sulla mesa andina sventolandogli sotto il naso il rosario per cui il poveruomo credo avesse in cuor suo abbandonato le possibilità di salvarsi e si fosse già incamminato verso la grande luce.

PS
Fortunatamente il passeggero si è parzialmente ripreso ed una volta capito che il non sarebbe morto a bordo l’interesse è rapidamente scemato e l’arrivo dei paramedici è stato visto unicamente come un ostacolo per lo sbarco e la perdita di preziosi minuti ai lap bar della capitale (spero non per la suora almeno)

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novembre 6, 2009 - Posted by | Editoriali

1 commento »

  1. Mi aspettavo di trovare la celebre frase….”c’è un medico a bordo?” (da me sentita finora solo nei film), e almeno un accenno a quella deliziosa quasi fiabesca crocerossina ceca che pur non avendo apportato alcun beneficio al moribondo plurischiaffeggiato, di sicuro ha fatto desiderare a molti (te compreso?), in quel momento, di essere al suo posto.

    Commento di lady oscar | novembre 9, 2009 | Rispondi


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