Parole sfuse che costano meno

Le donne vengono da Venere, gli uomini da Garbatella

Las Cronicas Peruanas (quinta parte)

La città Arequipa, la seconda per abitanti in Perù, pare debba il suo nome a un imperatore Inca che in viaggio per Cuzco sia stato rapito dalla bellezza del luogo ed arrestato il suo corteo esclamando “Arei kipa” che nella lingua Quechua significa “Anvedi che posto”.
Ora non voglio dire che il luogo sia brutto, però se considerate che i tanto decantati Inca  sono durati in tutto meno di 100 anni, non conoscevano l’uso dei numeri, non scrivevano e non avevano manco la ruota forse potrete convenire che i canoni di giudizio di questa cultura fossero quanto meno generosi.
Posta esattamente a ridosso dell’imponente “Mesa Andina”, l’altipiano sterminato che domina Perù e Bolivia, Arequipa ebbe la fortuna sfacciata di trovarsi sulla strada che congiunge la più grande miniera d’argento del mondo, Potosì, ed il porto in cui gli Spagnoli imbarcavano tutto questo ben di Dio per riportarselo a casa, Lima.
Aldilà di questa schiappata la città non è che mi abbia colpito moltissimo ma indubbiamente annovera due grandi pregi.
Il primo è di ospitare il convento di clausura di santa Catalina dove, dal 1500 ad oggi, se ti diceva un gran bene, una bambina poteva essere rinchiusa dall’età di 5 anni in poi senza poterne mai uscire e con il voto del silenzio perenne ed obbligatorio. Ovviamente non stiamo parlando di barbari e le bambine ricche avevano tutto il diritto di portarsi fino a quattro serve che avrebbero avuto il piacere di essere rinchiuse per sempre con lei. Bei tempi quando il massimo di una concertazione sindacale era stabilire il numero di frustate che spettavano alle maestranze come gratifica natalizia.

Il secondo è di essere l’ultimo ricordo del mio viaggio sotto quota tremila, prima di incontrare quelli che sarebbero stati i miei mortali nemici per il resto della vacanza: i lama ed il soroche, il mal d’altura che fa si che tutte le nazioni andine vadano al mondiale con un record immacolato negli incontri casalinghi infilando due o tre pere anche a Brasile ed Argentina.
Ordinando questi due accidenti per astio provocato comincerò dal più blando e sicuramente più facilmente debellabile, il soroche.
Appena lasciata la città il pulmino si è tramutato in un vagoncino delle montagne russe, agganciandosi a una cremagliera, salendo di 2000 metri in poco meno di mezzora.
Come punto dall’aspo della bella addormentata sono piombato in torpore innaturale per destarmi solamente a causa di uno scossone innaturale provocato dal cratere in cui Hugo aveva scelto di fermarsi.
Non voglio fare il santarellino, m’è capitato un brutto risveglio dopo una potente sbronza ma la sensazione che ho avuto riaprendo gli occhi è qualcosa di difficilmente riferibile. Ho passato i primi 5 minuti a cercare di ricordare cosa e quanto avessi bevuto prima di mettermi in viaggio ma tutto ciò che sono riuscito a mettere insieme è stata la coordinazione necessaria per deglutire e respirare. Ho avuto la sensazione che una famiglia di cani della prateria fosse stata rinchiusa a tradimento nella mia scatola cranica e stesse cercando una via d’uscita scavando coi denti. Chiudendo gli occhi potevo sentire chiaramente il sangue circolare nel corpo e le zampette dei roditori raschiare la dura madre dal teschio.
Sceso dal mezzo lo spettacolare paesaggio del passo del condor si è parato in tutta la sua magnificenza ma non riuscivo a distogliere lo sguardo dal cartello “quota 4840 metri”,  30 più del monte bianco….

(questa montagnola non è il mio tumulo ma un mini altare votivo al dio della montagna per aiutare la Roma)
Una volta passato il valico ho sperato che i sintomi si attenuassero ma ormai un superbo chiodo da crocifissione s’era piantato al centro dell’osso temporale.
L’autista che mi fissava con la pietà che si riserva a un condannato alla garrota mi ha rassicurato sui sintomi passeggeri del soroche fatto sta che al mio arrivo nella sottostante Chivay mi sarei aperto la capoccia con le mani in un megalomane tentativo di imitare Giove che partorisce Minerva dalla testa.
Per provare a ridurre la smania di picchiare il capo su tutti gli spigoli in mostra non ho trovato soluzione migliore di cominciare a masticare moment come mentine e di buttarmi a testa in giù in una vasca termale a 42 gradi fra lo sdegno della popolazione locale che osservava con malcelato disgusto quest’orso polare malaticcio gemere nel loro luogo di relax.

To be continued (speciale animali: Condor e Lama)

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maggio 7, 2010 - Posted by | Editoriali

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