Parole sfuse che costano meno

Le donne vengono da Venere, gli uomini da Garbatella

Matrimonio all’ungherese

unicum

Dopo aver passato un paio di mesi a Praga per lavoro approfondendo i punti di contatto fra la cultura ceca e quella dei monaci shaolin, il calzino con l’infradito, ho ritenuto doveroso aggiungere al mio piano di studio sulle culture dell’est quella magiara per cui, una settimana  fa, mi sono imbarcato per Budapest per festeggiare il matrimonio del mio amico Alessandro e della bella Zsofia.

Dovete sapere che per ragioni aliene alla mia comprensione la perla del Danubio non è servita da una compagnia di bandiera ma solo da low cost per cui quando comperai il biglietto ad aprile ero rassegnato ad un viaggio disagiato ma contavo di sopperire al malanimo con robuste dosi di Unicum che in Ungheria ti viene praticamente dato ovunque stile collana hawaiana a Maui.

Quella santa donna di mia sorella si era offerta di accompagnarmi a Ciampino sicuramente spinta dal buon animo ma secondo me anche dall’ilare curiosità di vedere la vena della mia tempia gonfiarsi come l’Eufrate a gennaio, fenomeno che capita ogni volta che intravedo gente insindacabilmente brutta abbigliata come pirati saraceni geneticamente modificati con della carta da parati anni ‘80. Anche questa volta i soldi della benzina non sono stati spesi invano.

Come al solito l’impatto con il secondo aeroporto dell’urbe è stato brutale. Me ne stavo li, in disparte, con il mio porta abiti in mano, fuori posto come un entomologo ad un convegno di satanisti, mentre la schiuma del genere umano mi lambiva le caviglie. Spesso mi sono fermato a criticare i miei concittadini brutti con le brache calate, le mutande a metà chiappa, i litri di diserbante scambiato per profumo e i ray-ban finti grossi come gli specchi ustori con cui Archimede incendiò la flotta romana ma devo riconoscere che il morbo è ovunque, i tamarri sono dappertutto e nemmeno più la lingua è una barriera valida perché alla fine un rutto è un rutto in qualsiasi idioma. Ciampino raccoglie tutti i truzzi d’Europa realizzando un’unica indistinta massa di orribili lanzichenecchi tornati a finire il lavoro interrotto. Solo monosillabi “aho? Eh? Mhhh? Uhhhh!!”, solo murales tatuati sulle schiene ed arguti motti di spirito del tipo “ мобыж ть, четто ты это сдбыелал!?что?сосать!!!”*, versione slava del caro e vecchio “Asfanatti? Eh? Suca!!” e giù grassissime risate.

Riunire tutte queste contraddizioni all’evoluzionismo (non è che i creazionisti stiano meglio se anche questi qua sono ad immagine e somiglianza del padreterno) presenta almeno un piccolo vantaggio: la possibilità di uno smaltimento rapido ed efficiente che si potrebbe ottenere creando il primo aeroporto “solo partenze” del mondo. Un luogo in cui gli aerei vengono portati al traino o atterrano rigorosamente scarichi per portare via i vuoti a perdere che popolano lo scalo. Una manutenzione distratta poi potrebbe impedire che i velivoli finiscano la tratta scomparendo fra le sabbie delle ex colonie e rifornendo i nostri vecchi e fedeli Ascari di telefonini comprati a rate, trolley “prima classe” ed una quantità di gel per capelli sufficiente a fare del Negus il nuovo Rick Astley.

Saltando la giornata trascorsa fra il mio arrivo e lo sposalizio posso dare alcune note generali dell’Ungheria e del suo popolo.

Gli ungheresi sono tutti altissimi, glaciali, distaccati. Per le strade nessuno parla, nessuno schiamazza, l’ultimo colpo di clacson ha salutato l’entrata dei carri armati sovietici nel ’56 e temo che da allora nessuno si sia più ripreso.

Al turista bisognoso di informazione e soccorso si rivolgono con stupore, quasi avessero incontrato lemure ventriloquo, ed a qualsiasi vostra domanda risponderanno sempre ed esclusivamente in ungherese, magari modulando il tono della voce, magari ripetendo le cose lentamente in modo che possiate capire ma sempre e solo in un magnifico idioma che fa sembrare il klingon una lingua neolatina. Tenete anche presente il fatto che qualsiasi parola in ungherese è lunga il triplo di quella italiano per cui quando un locale attacca una risposta di 15′ ad un vostro saluto vi sta dicendo  semplicemente “tutto bene, grazie”.

La lingua però non è l’unico inconveniente che un viaggiatore poco accorto possa incontrare a Budapest. La prima volta che sono arrivato a Budapest era aprile e facevano 20 gradi in meno che a Roma, questa volta per coerenza ne facevano 20 in più per cui ho accolto con l’entusiasmo di un tacchino la mattina del thanksgiving il fatto che la cerimonia si sarebbe svolta alle 4 del pomeriggio.

Ora per chiarirci, qui la gente è precisa. L’ultima volta che hanno voluto improvvisare si sono trovati i cingolati dell’armata rossa in salotto per cui, 4 vuol dire 16:00, non le 4 e un quarto o spicci. Purtroppo il celebrante era italiano e quando la sposa alle 15:55 ha proiettato la sua ombra sulla navata le cose non erano proprio tutte al loro posto compreso l’organista appennicato in sagrestia e che si è presentato 10 minuti dopo, senza lo spartito giusto ed improvvisando una marcia nuziale che ricordava singolarmente “viva topolin”.

La cerimonia è stata molto commovente, rigorosamente bilingue con la parte in ungherese che ricordava le scariche statiche delle vecchie radio AM e di una durata vicina alle due ore che, unita con i 37° che galleggiavano sui banchi come una trapunta bagnata, ha generato scene di misticismo collettivo, avvistamenti di cherubini, miraggi.

L’unico dubbio l’abbiamo avuto al momento del “lo voglio” in cui lo sposo ha recitato i tre canonici si, in italiano mentre la sposa ha risposto quattro volte in ungherese. Alcuni di noi, i più maliziosi, ritengono che Zsofia si sia voluta tenere una clausola di salvataggio tipo “esci gratis di prigione” del monopoli da giocare il giorno in cui finalmente riuscirà a comprendere appieno suo marito.

Una volta giunti al luogo del ricevimento, un’ala  dello splendido castello di Buda l’atmosfera s’è fatta subito friccicarella.

Nemmeno il tempo di varcare la soglia che un cameriere solerte (l’unico come si evincerà in seguito) ci ha messo in mano un bicchiere di Palinka (la grappa ungherese a 60°) per onorare la tradizione (dice lui). Per essere sicuri di essere ligi ai costumi ne abbiamo presi un paio.

Se è vero che con gli alcolici il segreto è non scendere mai di gradazione potete capire come sia complesso portare a casa una serata quando il punto di partenza è l’acqua ragia ma la grande presenza di coppiette abruzzesi e tortini di strutto e ciccioli ungheresi mi hanno fatto superare gli antipasti con un certo ottimismo.

Verso le otto siamo stati invitati a salire nello splendido salone dei ricevimenti, un luogo fatato da film disenyano con il solo piccolo incomodo d’avere le finestre saldate ad argon ed un’umidità pari al 97%.

Tornando agli ungheresi devo dire che tanti anni di comunismo hanno leggermente diminuito la qualità della loro scuola alberghiera e visto che in generale non sono interessati a parlare con chicchessia questo si riflette sul servizio. Fra gli episodi rimarchevoli posso citare il cameriere che porta in tavolo la zuppa calda con il pollice ben dentro il brodo od un altro che alla richiesta di un mio commensale di un’altra porzione d’anatra gliela porta specificando come essa non provenga dalla cucina ma da un tavolo li vicino “tanto…”.

Fra una portata e l’altra sempre per onorare la tradizione (anche se cominciavo a sospettare d’essere un po’ coglionato) si succedevano brindisi a raffica con l’unico liquido presente a tavola, damigiane di Unicum che avevano fatto reazione con la zuppa donandomi uno splendido colore rosso cardinale.

Per proteggere gli altri invitati ma sopratutto me stesso non darò altri dettagli sullo sviluppo della festa tranne il fatto che abbia ammainato bandiera bianca alle 4 e 10 del mattino, stroncato da un giro di birre servite da lucifero in persona, e che nella splendida bomboniera che lo sposo mi ha consegnato ci fosse una bottiglia di amaro. “Tutta roba naturale, che vuoi che ti faccia?”

oppero

 

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agosto 13, 2013 - Posted by | Editoriali

6 commenti »

  1. Alcool, belle donne e danze sfrenate. Ben fatto!

    Commento di Nonno | agosto 14, 2013 | Rispondi

  2. Ammazza, Marià che tempra d’uomo che sei! Io avrei collassato direttamente in chiesa per il caldo e con l’unicum mi ci facevano le trasfusioni. In astanteria però.

    Commento di Cosimo Benini | agosto 15, 2013 | Rispondi

  3. A me hanno portato lo Swack alla prugna, ora va di moda. Non è male, sicuramente molto meglio di quell’accozzaglia di cicoria andata a male.

    Commento di Shar | agosto 16, 2013 | Rispondi

  4. ma hai sguainato la scimitarra?

    Commento di Anonimo | agosto 27, 2013 | Rispondi


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