Parole sfuse che costano meno

Le donne vengono da Venere, gli uomini da Garbatella

Cronache dal sol levante, episodio due: Il cibo

La prima volta che mangiai giapponese fu a Los Angeles nel 1993. Stavamo fingendo di imparare l’inglese all’università dell California mentre spendevamo cifre consistenti negli strip club di sunset boulevard e la nostra classe era formata da me, quattro ormai maturi professionisti di cui non faccio in nome per non farli divorziare o peggio (basti ricordare che con molto tatto uno comprò alla propria ragazza lo stesso profumo di una spogliarellista burrosa come una colomba fatta in casa per sordidi motivi di “ispirazione”) e da uno stuolo di simpatici giapponesi occhialuti che ogni volta che la lezione cominciava perdevano 15 minuti solo per dire buongiorno a tutti prostrandosi ai nostri piedi.

Per promuovere un’ardita, nostalgica  rivisitazione dell’asse Roma-Tokyo avevamo invitato tutta la classe a casa nostra per una festa in piscina resa irresistibile dalla promessa di cibo italiano. La scelta cadde sulla ricetta 1.0 per qualsiasi italiano disperato all’estero, gli spaghetti al tonno, che giurammo essere il caposaldo della cultura italiana come la Loren e Tiramolla. il successo fu così assoluto che per sdebitarsi i nipponici ci invitarono al ristorante. (NB mediamente nessun uomo giapponese medio sa fare una cippa in cucina; è vivaddio la donna reclusa in casa a preparare tutto e servire il marito nel silenzio assoluto in stile feudale)

“Ottimo, a me la cucina etnica piace tutta” pensavo. “Quasi tutta” mi corressi dopo ci furono serviti dei  gomitoli di riso predigerito con sopra pesci rossi morti di stenti e uno strato vegetale che puzzava ed aveva la stessa consistenza viscida del Last a limone comprato al discount di Cisinau.

Li per li ingollai cinque birre (ottime) a stomaco vuoto e mi fu facile ingurgitare quella monnezza senza tradire lo sdegno di un suddito del bucatino però per 20 e più anni ho covato un rancore sordo nei confronti di una cucina che martirizza il riso senza farne dei arancini ed il pesce senza farne spaghetti allo scoglio.

Purtroppo, per motivi assolutamente avulsi dalla logica, il centro nevralgico del pensiero maschile, la patata, adora la cucina giapponese e più gnocche sono più un’uscita che voglia avere ragionevoli possibilità di finire a modino deve includere il sushi per cui nel tempo ho dovuto dare tantissime prove d’appello alla cucina giapponese (senza il fringe benefit, se ve lo steste chiedendo) venendo sempre ferocemente spiazzato da piatti insipidi (nel migliore dei casi), maleodoranti e costosissimi che m’avevano fatto concludere che fosse proprio per una porzione di sushi guasto da 40€  e l’astinenza che ne derivava le ragioni per cui Godzilla, la regina Himika ed il barone Ashura si accanissero sempre e solo sul Giappone con i loro mostri meccanici invece di dirazzare democraticamente sul globo.

Con questa zavorra di pregiudizi sono partito con pochissime speranze, confidando in Mcdonald’s per uscire vivo ma non sano da 10 giorni di digiuno alla Pannella e come al solito ho dato una musata di proporzioni bibliche.

Il cibo giapponese, tutto, è strepitoso! Solamente l’aver camminato quotidianamente 15 ore gravato da sporte di ciarpame acquistato per ogni dove mi ha salvato dal prendere 2 chili al giorno. Come un bambino nella fabbrica del signor Wonka ho allungato le mani ingozzandomi di sushi, sashimi, yakitory, ramen, udon e compagnia cantando arrivando ogni volta a leccare il piatto con cattiveria anche in luoghi in cui difficilmente porterei a defecare il mio gatto.

Qualche dubbio magari lo lasciano le location. In spregio a qualsiasi normativa sugli accessi facilitati o sulle uscite di sicurezza infatti i giapponesi sfruttano qualsiasi anfratto come sottoscala, scantinati, vicoli ciechi o cassoni della differenziata per installare ristoranti affollatissimi in cui vieni accolto dall’intera forza lavoro con un urlo belluino e non proprio rassicurante:“Irasshaimase!”, una specie di “DAJE!!!!”, che ti fa sospettare di aver subito combinato una cazzata grave tipo aver camminato sulle ceneri del defunto proprietario. Dopo il primo impatto però vieni servito con stile, anche in una cabina del telefono camuffata da rosticceria, ben consigliato ad un prezzo modico e spesso anche cazziato se il tuo ordine contravviene delle norme di etichetta che prevedono che il cliente debba alzarsi da tavola sempre con uno spazietto disponibile.

Ad aumentare il mio rimpianto di migliaia di euro gettati al vento truffato da cinesi, filippini  o semplicemente da testaccini con gli occhi a mandorla che m’hanno spennato propinandomi rotolini di carpa puzzolente il cibo in Giappone ti viene praticamente regalato e per un cacaziretti come me è dannatamente difficile ammettere la caporetto anche quando il sovvertimento dell’ordine costituito porta sostanziali migliorie.

Ora, a chiosa del tutto ci starebbe bene una bella galleria di immagini che provino quanto fosse balordo il mio pregiudizio ma siccome sono un rosicone.. supplì e bucatini per tutti! Roma caput mundi, Tokyo pe’ secundi.

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aprile 28, 2014 Posted by | Editoriali | 1 commento

Cronache dal sol levante, episodio 1: Che lavoro fa papà tuo?

PROLOGO

Descrivere il Giappone è praticamente impossibile. Prima di partire avevo diligentemente intervistato tutti i miei amici che c’erano stati ma nessuna delle loro sbrasate aveva fatto breccia per cui ero partito alla volta di Tokyo con quella sana diffidenza e spocchia tutta romana che mi va come un guanto.
Nulla, nulla secondo me può preparare all’impatto che una città come la capitale nipponica può avere su un italiano anche su uno che come me non è propriamente vissuto fin’ora in una grotta a fare le formine con le sue feci per tirarle ai passanti. Sono bastati i primi 30’ per farmi sentire inadeguato come un aborigeno con un petardo in mano a bordo del Concorde e, udite, udite, per farmi abbassare le penne, cosa che per un megalomane autoriferito come me è frequente come il passaggio di Hale bopp ibridata con un unicorno.

Tutto troppo diverso, tutto troppo strano (nel senso buono) per poter concentrare le cose che mi hanno fatto spezzare il due il collo a forza di stare col naso per aria in un racconto con un minimo di filo logico e struttura per cui per riuscire a fare una sintesi decente proverò a spezzettare il viaggio in piccole storie sui dettagli più assurdi che almeno 100 volte mi hanno fatto pensare “vabbè, so’ proprio Giapponesi”.

Capitolo primo: che lavoro fa papà tuo?

Provenendo dalla grassa Europa ed avendo lavorato negli ancora più opulenti e smargiassi paesi arabi sono abituato ad un mondo in cui opimi ed unti padroni di casa si occupano di finti lavori di concetto e mandano i loro figli a studiare scienze della comunicazione mediante zufolo delle comunità precolombiane mentre sciami di immigrati sotto pagati si sporcano le mani spalando il letame, nettando latrine o preparando pasti sperando almeno che prima siano passati a lavarsele, le suddette mani.

In Giappone tutto è diverso. Essendo in 130 milioni e non potendo essere tutti simultaneamente in vacanza, per evitare di avere una rivolta sociale ogni martedì alle 10 precise (credo che il massimo ipotizzabile siano torme di persone in silenzio che pensano intensamente: “dissento, continuo a lavorare ma sentiate il mio rammarico”) qualsiasi lavoro possibile ed immaginabile viene svolto con precisione certosina da un giapponese scrupolosamente addestrato assieme ad altri tre colleghi che lo fissano incitandolo. Anche in questo modo però l’imperatore s’è accorto che riusciva ad impiegare solo una parte dei suoi amati sudditi motivo per cui credo abbia creato una specie di intelligence preposta ad inventare lavori incredibili per mettere un tetto sopra la testa ed una minestra sulla tavola di tutti.

Il giardiniere ninja del giardino Zen di Kyoto.

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Il mestiere del giardiniere è molto comune, alcuni lo ambirebbero pure per sfuggire alla monotonia quotidiana dell’ufficio. Discorso diverso quando la porzione a te assegnata è di 1,2 mq e ti tocca assumere la posizione del loto restando pressoché immobile h24. La foto non riesce a rendere l’idea ma questo martire davanti ai miei occhi increduli ha passato tutto il pomeriggio con un pettine in mano a pulire il pratino muschioso da ogni singola imperfezione coadiuvato dalle pinzette che si usano per sfoltire le sopracciglia. Di per se per quanto alieno alla mia indole di scansafatiche il lavoro avrebbe avuto anche un senso se non fosse per la rigogliosa fioritura dei ciliegi per cui per ogni petalo raccolto al ritmo di uno ogni 15 secondi (cronometrato) la superficie era imbiancata da altri 287 candidi fiocchi vegetali senza che lui si scomponesse minimamente. Alla fine me ne sono andato sfibrato dalla sua pazienza immaginando che al suo posto mi sarei cosparso di sale ed acqua ragia rotolandomi sul prato per porre fine alla mia e sua esistenza.

L’intrattenitore di infanti

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Qui ci ho messo parecchi minuti a capire che non si trattasse di un gonfiabile o di un robot ma che dentro l’amico pulcino ci fosse una persona vera, probabilmente un ergastolano che per avere qualche ora d’aria aveva scelto questo alle grigie mura del gabbio.

Questo simpatico uccellaccio stava li, sotto una tendina in mezzo alla pubblica via, al solo scopo di baloccare i ricchi marmocchi degli astanti, senza vendere ne promuovere nulla (almeno di evidente). Per la mia rozza mentalità occidentale è macchinoso capire come questo sia preferibile all’estrema indigenza ed alla morte per inedia ma sono certo nell’essere in difetto per cui taccio.

Gli indicatori umani

Durante alla visita ad un bellissimo tempio montano fuori Tokyo mi sono trovato a dover prendere una decisione: ascensione in seggiovia o in funicolare (la scalata non m’ha manco sfiorato per un attimo).
Essendo una bella mattinata di sole ho optato per la seggiovia, rigorosamente senza barra anti rollio.

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A parte che forse sarebbe costato meno una traversa di metallo che 500 metri di impalcatura con rete da trapezista che correva lungo il percorso per raccattare i gitanti caduti, a parte i due loschi figuri appollaiati su di una pertica come aironi cinerini che avrebbero voluto scattarmi una foto ricordo a metà ascensione con sfondo i grigi pali della teleferica, all’arrivo mi sono trovato di fronte a questi due splendidi signori (altri due erano pronti di scorta fuori inquadratura) che con il limite invalicabile del contatto fisico  avevano come unico scopo quello di indicarmi con cortese ma risoluta fermezza il tapis roulant bordato di strisce gialle e nere chiedendomi di poggiare i piedi sul nastro gommoso per accompagnare la mia discesa non ritenendo forse sufficiente il fatto che:

  1. fossi arrivato e non essendoci bivi o scorciatoie l’alternativa era un secondo giro di giostra
  2. il carrellino si fosse praticamente inchiodato e non sarebbe ripartito senza che schiodassi
  3. l’enorme cartello con scritto exit.

Lodevole precauzione.

aprile 22, 2014 Posted by | Editoriali | Lascia un commento