Parole sfuse che costano meno

Le donne vengono da Venere, gli uomini da Garbatella

Cronache dal sol levante, episodio 1: Che lavoro fa papà tuo?

PROLOGO

Descrivere il Giappone è praticamente impossibile. Prima di partire avevo diligentemente intervistato tutti i miei amici che c’erano stati ma nessuna delle loro sbrasate aveva fatto breccia per cui ero partito alla volta di Tokyo con quella sana diffidenza e spocchia tutta romana che mi va come un guanto.
Nulla, nulla secondo me può preparare all’impatto che una città come la capitale nipponica può avere su un italiano anche su uno che come me non è propriamente vissuto fin’ora in una grotta a fare le formine con le sue feci per tirarle ai passanti. Sono bastati i primi 30’ per farmi sentire inadeguato come un aborigeno con un petardo in mano a bordo del Concorde e, udite, udite, per farmi abbassare le penne, cosa che per un megalomane autoriferito come me è frequente come il passaggio di Hale bopp ibridata con un unicorno.

Tutto troppo diverso, tutto troppo strano (nel senso buono) per poter concentrare le cose che mi hanno fatto spezzare il due il collo a forza di stare col naso per aria in un racconto con un minimo di filo logico e struttura per cui per riuscire a fare una sintesi decente proverò a spezzettare il viaggio in piccole storie sui dettagli più assurdi che almeno 100 volte mi hanno fatto pensare “vabbè, so’ proprio Giapponesi”.

Capitolo primo: che lavoro fa papà tuo?

Provenendo dalla grassa Europa ed avendo lavorato negli ancora più opulenti e smargiassi paesi arabi sono abituato ad un mondo in cui opimi ed unti padroni di casa si occupano di finti lavori di concetto e mandano i loro figli a studiare scienze della comunicazione mediante zufolo delle comunità precolombiane mentre sciami di immigrati sotto pagati si sporcano le mani spalando il letame, nettando latrine o preparando pasti sperando almeno che prima siano passati a lavarsele, le suddette mani.

In Giappone tutto è diverso. Essendo in 130 milioni e non potendo essere tutti simultaneamente in vacanza, per evitare di avere una rivolta sociale ogni martedì alle 10 precise (credo che il massimo ipotizzabile siano torme di persone in silenzio che pensano intensamente: “dissento, continuo a lavorare ma sentiate il mio rammarico”) qualsiasi lavoro possibile ed immaginabile viene svolto con precisione certosina da un giapponese scrupolosamente addestrato assieme ad altri tre colleghi che lo fissano incitandolo. Anche in questo modo però l’imperatore s’è accorto che riusciva ad impiegare solo una parte dei suoi amati sudditi motivo per cui credo abbia creato una specie di intelligence preposta ad inventare lavori incredibili per mettere un tetto sopra la testa ed una minestra sulla tavola di tutti.

Il giardiniere ninja del giardino Zen di Kyoto.

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Il mestiere del giardiniere è molto comune, alcuni lo ambirebbero pure per sfuggire alla monotonia quotidiana dell’ufficio. Discorso diverso quando la porzione a te assegnata è di 1,2 mq e ti tocca assumere la posizione del loto restando pressoché immobile h24. La foto non riesce a rendere l’idea ma questo martire davanti ai miei occhi increduli ha passato tutto il pomeriggio con un pettine in mano a pulire il pratino muschioso da ogni singola imperfezione coadiuvato dalle pinzette che si usano per sfoltire le sopracciglia. Di per se per quanto alieno alla mia indole di scansafatiche il lavoro avrebbe avuto anche un senso se non fosse per la rigogliosa fioritura dei ciliegi per cui per ogni petalo raccolto al ritmo di uno ogni 15 secondi (cronometrato) la superficie era imbiancata da altri 287 candidi fiocchi vegetali senza che lui si scomponesse minimamente. Alla fine me ne sono andato sfibrato dalla sua pazienza immaginando che al suo posto mi sarei cosparso di sale ed acqua ragia rotolandomi sul prato per porre fine alla mia e sua esistenza.

L’intrattenitore di infanti

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Qui ci ho messo parecchi minuti a capire che non si trattasse di un gonfiabile o di un robot ma che dentro l’amico pulcino ci fosse una persona vera, probabilmente un ergastolano che per avere qualche ora d’aria aveva scelto questo alle grigie mura del gabbio.

Questo simpatico uccellaccio stava li, sotto una tendina in mezzo alla pubblica via, al solo scopo di baloccare i ricchi marmocchi degli astanti, senza vendere ne promuovere nulla (almeno di evidente). Per la mia rozza mentalità occidentale è macchinoso capire come questo sia preferibile all’estrema indigenza ed alla morte per inedia ma sono certo nell’essere in difetto per cui taccio.

Gli indicatori umani

Durante alla visita ad un bellissimo tempio montano fuori Tokyo mi sono trovato a dover prendere una decisione: ascensione in seggiovia o in funicolare (la scalata non m’ha manco sfiorato per un attimo).
Essendo una bella mattinata di sole ho optato per la seggiovia, rigorosamente senza barra anti rollio.

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A parte che forse sarebbe costato meno una traversa di metallo che 500 metri di impalcatura con rete da trapezista che correva lungo il percorso per raccattare i gitanti caduti, a parte i due loschi figuri appollaiati su di una pertica come aironi cinerini che avrebbero voluto scattarmi una foto ricordo a metà ascensione con sfondo i grigi pali della teleferica, all’arrivo mi sono trovato di fronte a questi due splendidi signori (altri due erano pronti di scorta fuori inquadratura) che con il limite invalicabile del contatto fisico  avevano come unico scopo quello di indicarmi con cortese ma risoluta fermezza il tapis roulant bordato di strisce gialle e nere chiedendomi di poggiare i piedi sul nastro gommoso per accompagnare la mia discesa non ritenendo forse sufficiente il fatto che:

  1. fossi arrivato e non essendoci bivi o scorciatoie l’alternativa era un secondo giro di giostra
  2. il carrellino si fosse praticamente inchiodato e non sarebbe ripartito senza che schiodassi
  3. l’enorme cartello con scritto exit.

Lodevole precauzione.

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aprile 22, 2014 - Posted by | Editoriali

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