Parole sfuse che costano meno

Le donne vengono da Venere, gli uomini da Garbatella

Cronache Coreane, parte prima

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Tanti anni fa, nemmeno ricordo più quanti, in una conversazione fra amici si parlava di spese esagerate e di soldi buttati al cesso per frivolezze. Anticipando Papa Francesco di  almeno un paio di lustri approvai non so quale acquisto dissennato con la frase che da allora mi perseguita “la bara non ha tasche”.

Non ho mai rinnegato questa weltanschauung anche se, a causa di un’educazione spartana, quando compro qualcosa per me provo un certo senso di vergogna pensando alla cartamoneta che scivola nel water.

A parte casi sporadici, oggetti assolutamente irrinunciabili per  qualsiasi uomo si voglia definire parte del consesso civile come la morte nera della Lego, preferisco spendere per beni intangibili che una volta consumati non restino li a fissarmi con rimprovero come il fantasma dei natali passati: regali per la famiglia e gli amici, cibo, vino e soprattutto viaggi.

Le mete sono scelte spesso in preda a raptus, causa un po’ di fenomenite ed la voglia stile star trek  di andare li dove nessun uomo è andato prima. Essendomi preclusi i satelliti di Marte, l’antartico e casa di Belen (li la condizione di esclusività decade ma me ne farei una ragione) ho optato per la Repubblica Democratica Popolare di Korea, meglio nota come la Corea del Nord.

Ora direte voi..e che cacchio c’è in Corea? Nessuno lo sa, neppure io prima di andarci e prova ne è il fatto che la Lonley Planet dedichi all’intero paese 32 pagine di cui 16 sul motivo per cui non dovreste andarci.
Per capire l’esiguità di informazioni la stessa collana dedica a Roma un volume da 400 pagine per cui tutta a tutta la DPRK sono dedicati meno fogli che al mio condominio.

Visitare questo paese misterioso però non è affatto facile, è una specie di Molise asiatico. Nessuno ne conosce l’ubicazione esatta, molti lo  mettono erroneamente vicino alle ex colonie francesi pensando ad un posto con palmette, banane e cappelli a cono e soprattutto è impossibile trovare qualcuno che ci sia stato. Le somiglianze con Isernia sono in effetti molte.

Alcune informazione riferite di amici di amici mi avevano indirizzato verso un’agenzia a Pechino ammanicata col governo che organizzava tour di un paio di settimane a prezzi da borsa nera per un numero limitatissimo di persone. Con grande delusione avevo ricevuto risposta negativa alla mia richiesta non tanto per l’esclusività ma perché, causa misteriosi motivi di salute pubblica, la Corea aveva chiuso le frontiere da 7 mesi e nessuno straniero era ammesso ma volendo avrei potuto lasciare un acconto per poter prenotare il primo posto disponibile.

Avendo ancora il cuore di un adolescente brufoloso, il rifiuto ha generato in me una voglia smaniosa di visitare questo luogo proibito pur non sapendo se m’attendesse Shangri-La o la versione orientale di Cosenza quando la mia costanza è stata premiata da una riapertura inattesa previo saldo di una rata del debito greco verso la Troika.

Che non sarebbe stata una vacanza normale l’avrei dovuto capire del briefing in Cina prima di partire in cui di fatto le uniche due raccomandazioni sono state:

  • Sull’aereo vi daranno una copia del giornale che avrà sicuramente l’effige del leader. Per carità di dio non lo piegate e non lo mettete nella tasca porta oggetti
  • Potete fare quasi liberamente le foto ma ogni scatto alle immagine dei passati leader deve includere i piedi

Per chi non sapesse nulla della Corea del nord (non è simpatico ed è fortemente sconsigliato chiamarli così in loro presenza) alcuni cenni storici che vi aiuteranno ad inquadrarla.

Sede di un paio di dinastie millenarie, i coreani sono stati sempre i Sardi dell’Asia. Hanno una loro lingua, un loro alfabeto (non usano gli ideogrammi), un’identità molto forte che li ha spinti a sanguinose resistenze contro cinesi, mongoli e tutti i popoli invasori fino a che ad inizio ‘900 sono stati massacrati dai Giapponesi che hanno fatto carne di porco del paese. A metà anni 30 è partita una guerra partigiana che è finita nel 45 con la ritirata dei nipponici, 5 anni di assestamento, un’altra sanguinosissima guerra civile fortemente sponsorizzata da cinesi ed americani ed uno stato finale che ha lasciato il paese esattamente come la Germania invertendo l’asse di divisione. A sud coca cola, lucette, macchinette e cotillons, a nord un austero stato socialista. I tedeschi dopo un po’ vivaddio ci hanno ripensato, qui il confine è un bel campo minato largo 2 km e lungo tutto il 38°parallelo come segno costante della distensione e della bonomia fra i due blocchi.

La prima cosa che colpisce entrando il DPRK è il visto che ti viene fatto vedere per circa 15 minuti e poi immediatamente ritirato insieme al passaporto. Nello spazio per la data è riportato 104 alla voce “anno”.

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Mi viene spiegato che li il conteggio parte dall’anno di nascita del padre della patria.. aaaaaaaaaaaannnamo proprio bene! Si perché, sempre per chi non lo sapesse, il presidente Kim Il Sung, nonostante si venuto a mancare più di 20 anni fa secondo la costituzione è ancora in carica, tutti i palazzi (non alcuni, tutti dall’asilo allo zoo) recano la sua effige e qualsiasi frase mi sarà proferita da un coreano conterrà il suo nome, preferibilmente come incipit.

To be continued

 

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aprile 30, 2015 Posted by | Editoriali | 1 commento