Parole sfuse che costano meno

Le donne vengono da Venere, gli uomini da Garbatella

Cronache coreane, parte seconda

20150414_143940

A tutti quelli che mi chiedono cosa mi abbia spinto a visitare la Corea del Nord davvero non so cosa rispondere. L’unica cosa che avrei davvero voluto vedere, le spettacolari coreografie di massa in cui 150 mila persone disegnano con cartoccetti colorati scene bucoliche, mitologia classica e l’agiografia del glorioso leader, non le ho viste perché a causa della recessione non si tengono da un paio di anni per cui sono partito con qualcosa  in testa a metà fra i racconti dei miei genitori sull’unione sovietica degli anni ’70 e l’isola del dottor No del primo film di 007. Impossibile rimanere delusi se il biglietto da visita è rappresentato da un trasferimento aereo su un Tupolev dell’82 allietati da 2 ore di marce patriottiche interpretate dalle Spice Girls in  divisa dell’esercito marrone cupo sul monitor di un Commodore 64.

Diificle però poter etichettare il paese come illiberale. La sensazione costante è di essere su di un percorso ricreativo da cui è sconsigliato dirazzare anche se di fatto vige il motto delle nonne: “chiedere è lecito rispondere è cortesia”. Non esiste un vademecum di quello che è lecito e quello che no ma chiunque non sia irremediabilmente cretino apprenderà molto, molto in fretta la lezione per cui non si riceverà mai un rifiuto a qualsiasi richiesta ma le frasi “under maintenance” o “it’s not in our traditions” vogliono più o meno dire “se lo chiedi un’altra volta sarai sparato sul sole con un missile balistico difettoso”.

A parte questo l’accoglienza è molto calorosa fin dalla procedura piuttosto bonaria di ingresso nel paese . Mi aspettavo un sacco in testa tipo coscritti della regia marina inglese ed invece il modulo della dogana richiede solo che si indichi quali e quanti pc\telefoni\Ipad si posseggano ma il controllo sul bagaglio è praticamente inesistente. Tutte le raccomandazioni di non portare libri, guide ed opuscoli sembrano abbastanza sovrastimate anche se esiste sempre un fortunato per gruppo che viene sorteggiato, perquisito come solo ad una fidanzata dovrebbe essere permesso fare e la cui valigia viene sezionata in particelle quantiche.

All’uscita  ogni gruppo è affidato ad un’organizzazione rigorosa che fa sembrare l’unione delle banche svizzere una friggitoria del Vomero. Due guide per evitare che una sola possa essere influenzata dagli occidentali, sempre un uomo ed una donna rigorosamente coniugati (non fra di loro), un autista locale in rigorosi guanti blu loquace come Oddjob (quarda caso personaggio coreano) più un accompagnatore dell’agenzia di pechino (inglese). Per la nostra sicurezza ci chiedono il passaporto, il visto e cortesemente di non allontanarci mai a più di 10 metri da loro tipo mamma oca con l’imprinting.

4386501-oddjob_(harold_sakata)_-_profile

Questa storia della nostra sicurezza verrà riproposta ogni santo giorno; sulla metropolitana, in albergo, nei musei come se la Corea fosse la Nigeria in mano a Boko Aram quando Il coreano medio è minaccioso come l’omino della Bialetti, sorride sempre e guarda gli stranieri con un misto di genuino stupore e curiosità.

In una decina di giorni il rischio più grande che  si possa correre è rappresentato dai bambini che non sono avvezzi agli stranieri la cui presenza media nel paese secondo me è sui 30-40 in tutto al giorno e che quindi vogliono giocare con questi animaletti buffi con gli occhi tondi. Con diffidenza imperialista mi viene da pensare che questa questione di proteggerci possa essere un po’ una minchiata ma giacché siamo in ballo, balliamo.

Le nostre guide sono il signor Li, che con calore e simpatia ci invita a chiamarlo “signor Li” e la signora Ho che per non apparire fredda si espone e ci concede di chiamarla “signora Ho”.

Nel discorso di benvenuto signor Li ci parla del fatto che il suo sia un paese aperto al turismo a patto di rispettare le semplici istruzioni che ci vengono date. Per gli occasionali Pierini (tipo me) lascia cadere con noncuranza l’aneddoto di un turista americano burlone che ha fatto battute e lazzi sulla guerra, sui giapponesi, sulla loro forma di governo e sugli amati leader. Il fottuto yankee se l’è cavata con la memory stick smagnetizzata, fermo alla dogana in uscita per fargli stringere le natiche e richiesta formale di una lettera convinta di scuse per uscire dal paese. Praticamente uno scapaccione mediatico molto ben meritato nell’immortale insegnamento di “punirne uno per educarne cento”. Sono immediatamente soggiogato dallo modello coreano.

La signora Ho con il suo fare bonario per i primi tre giorni spiccica in tutto parole 4, un pelo meno loquace dei gargoyle che ornano la cattedrale di Notre Dame ma come dischiude l’ugola sfodera una voce da soprano degna di un teatro dell’opera. Il signor Li non è da meno e sulle orme di Albano Carrisi affianca la sua Romina in un duetto leggendario svelandoci il primo fatto straordinario: tutti i coreani cantano. Quando dico tutti intendo il 99.8 % della popolazione ed il livello fa impallidire chiunque abbia preso un microfono in mano.

Essendo consapevoli del loro talento in ogni ristorante o locale c’è un Karaoke per cui in 9 cene abbiamo assistito a 9 rappresentazioni canore di cameriere, accompagnatrici, guide ed astanti vari. Certo il repertorio non è proprio vastissimo per cui alla quarta variazione de “o surdat inammurate” coreano l’interesse potrebbe scemare ma è tale il pathos con cui viene interpretata da far soprassedere dall’intento di mutilare i propri timpani con le bacchette che in questo paese sono di metallo e non di legno forse proprio per favorire l’ipoacusia autoindotta..

To be continued (arti e mestieri, architettura e cibo)

maggio 6, 2015 Posted by | Editoriali | 2 commenti