Parole sfuse che costano meno

Le donne vengono da Venere, gli uomini da Garbatella

Il luogo dell’anima (de li mejo?)

snai-1

Una delle serie televisive più popolari degli anni ’80 in America si chiamava “Cheers”, tradotto sgarbatamente con “cin-cin”. Magari la traduzione letteralmente ci sta pure ma io credo che sarebbe stato molto meglio “salute”, anche se fa schifo, perché il tema centrale era quello di dipingere un luogo in cui tutti sono amici, in cui puoi chiudere il mondo fuori in luogo in cui “tutti conoscono il tuo nome” come recitava la sigla.
Questo posto esiste per tutti, possa essere il muretto dove hai perso tutti i tuoi pomeriggi dell’adolescenza, il parco dove tuo nonno ti portava a giocare, l’albero sotto quale stendevi il plaid per baciare la tua ragazza, il campo dove hai fatto una tripletta in finale. Un posto speciale insomma in cui entri e senti il tempo che scorre all’indietro fino a fermarsi in un momento bello che non finisce.
Essendo io un atarassico cinico non potevo scegliere un posto del genere bensì qualcosa che potrebbe sembrare molto più prosaico mentre rimane l’ultimo, vero punto di sincera aggregazione di questo mondo moderno ed arido: la Snai.
Sono stato cresciuto secondo i più sani principi possibili. I miei genitori hanno fatto tutto e molto di più per educarmi, per darmi cultura, mezzi e possibilità che farebbero di una rapa rossa il presidente degli Stati Uniti (già successo in almeno 3 amministrazioni) ma questo non è bastato dall’allontanarmi dalle carte e dalle scommesse.
Esistono due mondi ben distinti che hanno beneficiato in maniera estesissima della tecnologia per prosperare e diffondersi capillarmente: il gioco d’azzardo ed il porno. Pero così come è difficile convincere un anziano signore che usufruì delle case chiuse che  le video chat con ninfette coreane siano meglio di un bel puttanone di Bari vecchia è impossibile addomesticare un luddista dell’azzardo della prima ora come me verso l’infinità di siti malesi dove puoi scommettere in tempo reale sul primo rutto del guardalinee di Spal-Cuoiopelli. Rimango ancorato a questa anticaglia antistorica dove mi reco settimanalmente per una giocata d’importo ridicolo che è il biglietto per una corte dei miracoli straordinaria.
La sala Snai è di solito ubicata in scantinati poco illuminati o in vicoli con accessi multipli per permettere la fuga ai pregiudicati che la frequentano. All’ingresso spesso si trova una duna di segatura che serve ad asciugare la pioggia anche se l’ultima precipitazione è stata 80 giorni prima. I locali sono male illuminati, puzzano di nicotina e di vecchio. Con “vecchio” non intendo quell’odore di mobili anni 70 in truciolato e formica proprio ma di vecchio inteso come anziano visto che i locali sono popolati al 90% da pensionati (che lavoro avranno mai svolto è impossibile immaginarlo però i 650€ mese che sottraggono all’erario li girano direttamente al mondo del trotto) malmessi in tuta, camicia, mocassini, barba perennemente di tre giorni e bombola d’ossigeno con respiratore che alternano a nazionali morbide rigorosamente senza filtro.
Decine di televisori a tubo catodico (spesso mi chiedo se esistano fabbriche in Corea del Nord che li producano solo per questo mercato) proiettano immagini lontane di  corse di cavalli da luoghi impossibili. Come enormi falene gli anziani scalcagnati fissano da vicino gli schermi, un po’ per la cataratta che riduce il loro campo visivo ad 80 cm, un po’ per spronare gli equini a suon di bestemmie degne di un pirata saraceno. Il livello sonoro cresce come la risacca. Prima silenzio e noncuranza, poi i primi mormorii di disapprovazione per partenze infelici “mortacci sua, nun ha sgabbiato”, infine la canea del rettilineo finale.
Labbra serrate su filtri giallastri che trattengono il fiato se Radames ha infilato il rettifilo per primo o che si aprono sguaiate “daje, cori infame, cori XXX***ZZZio”  ed il boato finale sul palo con santi e madonne citati in maniera alterna a seconda dell’esito della corsa. Ultimo sussulto il commento alla corsa che vedrà sempre il superesperto spiegare ad un pubblico bofonchiante che la giocata era bona, tecnicamente ineccepibile, che il 4 aveva pure cacato per cui proprio nun se spiega.
Anche se è tutto perfettamente legale, sarai sempre guardato di sottecchi se non sei un volto noto perché chiunque sia li s’è conosciuto ai tempi belli del totonero, quando le quote ti arrivavano in forma rigorosamente anonima dal tabaccaio, in bisca o nei migliore dei casi dal bidello delle pizzette come accadeva a scuola mia. Per questa ragione, se non sei uno del branco, è meglio astenersi da commenti ad alta voce anche se quello in coda davanti a te gioca una multipla da 21 squadre di campionati soppressi con la guerra fredda.
Se invece ti riconoscono tutti ti danno del tu, come farebbero i dannati sulla barca di Caronte. La gente allunga lo sguardo sulle tue quote per vedere le giocate, trarre ispirazione e se per caso prima vai all’incasso puoi anche predicare che la terra sia quadrata (molti dei presenti non avrebbero comunque nulla da eccepire) e comunque riscuoterai accoliti perché il bello sta proprio lì, un posto di vera ed assoluta democrazia dove anche il più malinconico dei relitti può diventare un capopopolo se t’ha dato il terno giusto per sbancare la domenica.

Annunci

settembre 29, 2014 Posted by | Editoriali | 2 commenti

Cronache del Sol levante, spin off cinematografico.

写真 2013-07-21 11 30 35

Nella (im)preparazione al viaggio giapponese non mi sono curato un granché di cosa fare, di dove andare, di cosa offrisse il paese in termini di monumenti, attrazioni e bagatelle varie. Quando viaggio sono di un pressappochismo quasi disarmante, in maniera colpevole mi affido al mio istinto proverbiale (il soprannome mago non deriva solo dalla capacità di far sparire i supplì senza mani) e vago confidando nel caso, nella mia buona stella e nella sfacciataggine romanesca che spesso mi cava dagli impicci.

Nell’agenda che avevo preparato c’era un solo luogo che avrei voluto visitare:il museo Ghibli.

IMG_5572IMG_5586IMG_5576IMG_5587

A metà fra la casa di Dalì e i sogni di Sid Barret rappresenta il tributo di una nazione all’unica persona che sia riuscita a dare lustro al Sol levante più di Naoto Date (SE NON SAPETE CHI SIA SMETTETE ORA DI LEGGERE E CHIUDETEVI IN UNA CERTOSA) ed Hidetoshi Nakata (idem come sopra): Hayao Myazaki.

Per i poveri di spirito il maestro è il Walt Disney giapponese. Autore, disegnatore, regista di tutti i grandi successi di animazione è stato il mio personalissimo Perrault accompagnandomi fin da piccolo con storie meravigliose e delicate. Arrivato alla veneranda età di 73 anni, cieco come una talpa, secondo me anche un po’ infastidito dai critici cinematografici che non se lo sono filato de striscio per 40 anni salendo sul suo carro dopo l’orso d’oro di Berlino,  ha ammainato la bandiera realizzando il suo ultimo capolavoro: “Si alza il vento”.

Trepidavo prima di vederlo. Quando sai che una cosa bella ti sarà tolta sei combattuto dalla voglia di averla e la paura di consumarla. Capita con la torta della nonna che si sente stanca, con una ragazza che non rivedrai, con l’ultima di campionato. Inoltre, molto spesso, le opere ultime sono una gran spaccatura di palle in cui dei vecchi lamentosi vogliono pareggiare i conti  con il mondo cattivo tipo “eyes wide shut”, ed ero confortato solo dal fatto che la pellicola fosse stata accolta maluccio a Venezia l’anno passato.

Ora .. come esprimere un concetto radicale senza offendere chi ne è oggetto.. non lo so ma ci provo.
I critici della laguna che hanno criticato la pellicola hanno forma, sostanza ed importanza minore a quella delle merde di gabbiano che inzaccherano i pali del Lido e dovrebbero essere ancorati al MOSE per dare uno straccio di utilità alla loro vita sciatta e senza poesia.

Il film è bellissimo è basta. Mi frega cazzi che il giudizio sull’arte sia soggettivo. Nelle ultime due ore della sua straordinaria carriera il maestro attinge a tutti i suoi sogni, alla sua delicata immaginazione, mette a nudo l’animo di un artista grandioso ma stanco grazie al suo tratto di acquarello senza pari.

Senza bisogno di sopraffarmi, abbracciandomi con musica e colori mi ha portato dentro la vita di un uomo puro che vive in un mondo brutale, violento su cui vola alto grazie ad un cuore devoto al suo sogno.

Chiunque abbia rinunciato ad una speranza, abbia affrontato un compromesso in nome di una vita tranquilla si sentirà commosso e toccato da questo bambino con gli occhiali spessi devoto a qualcosa di più grande. Non serve una storia speciale, non serve un eroe, basta pochissimo per dipingere la bellezza sullo schermo e farmi inumidire gli occhi per tre quarti del film.

Correte a vederlo, portateci chi amate e fategli il regalo di un’emozione vera ma fate in fretta perché, con una scelta molto ben fatta, la distribuzione italiana ha scelto di tenerlo nelle sale solamente per cinque giorni (non per scarsità di pubblico, la sala era piena, ma proprio perché sono stronzi) preferendo ingolfare le sale di “sex tape” in cui Cameron Diaz si infila un pandoro a mo’ di assorbente scatenando le risate grasse della sala. Bravi… niente da dire a parte che i corvi beccheranno i vostri occhi nel giorno del giudizio!

settembre 15, 2014 Posted by | Mariani Consiglia | 2 commenti

Perché gli omosessuali (ma solo i maschi) hanno capito tutto

bud

In quarant’anni di vita, si belli miei sono 40, un’età cui in metà del pianeta sei nonno, sei morto o al massimo un nonno morto, non ho mai capito molto di femmine anche se teoricamente avevo tutti gli strumenti per diventare il massimo esperto della materia.
Quelli della mia generazione sono stati cresciuti dalle donne. Gli uomini della famiglia portavano a casa il pane (pure le donne ma generalmente non veniva riconosciuto loro il merito) e la società imponeva che fossero burberi e poco comunicativi. Questa vita nel gineceo ha lasciato in me un’impronta fortissima; mia nonna materna a quasi 80 mise in fuga uno scippatore a morsi, l’altra con amore e fermezza era il generale di suo marito, uno che era passato attraverso le più sanguinose campagne delle guerra ma che sudava freddo quando lei  aggrottava la fronte. Mia sorella era la monarca della televisione BN per cui per poter vedere Jeeg prima mi toccava fare l’esegesi di Candy con tanto di dibattito stile casa del popolo e mia madre… beh, basti dire che è l’unica persona capace di battermi a Trivial Pursuit.

Fin dalla più tenera infanzia mi è stato ripetuto quanto io sia identico lei. La fossetta, il naso, i capelli indomabili sono tratti evidenti e nonostante possegga un tono baritonale di voce (una mia ex mi chiamava “Big Luciano”) per tutta la vita quando rispondevo al telefono l’incipit è sempre stato: “buon giorno signora!!”. Se voglio prenderla in giro o quando litighiamo la mia critica è che se ho un carattere di merda, sono dispotico, rinfaccio le cose e non mollo mai, forse la capigliatura arruffata non sia l’unico suo lascito nel mio patrimonio genetico.‘St’amore di temperamento da qualcuno debbo pur averlo ereditato.
Sono cresciuto in mezzo a figure femminili all’avanguardia. Praticamente a casa nostra madame Curie al massimo poteva capare i fagiolini ma nonostante questo allenamento zemaniano, nonostante il patrimonio cromosomico eccellente ed una mente analitica di prim’ordine mi sono sempre fermato a strabilianti risultati analitici e scarsissimi pratici.

Per motivi che ad uno psicanalista sarebbero palesi ma che per me ancora restano nella sfera della malasorte mi sono sempre scelto (sarebbe più giusto dire che sono stato scelto) compagnie femminile intrinsecamente complicate. Distanze impossibili, ambizioni di carriera incompatibili, storie pregresse con pazzi\orchi\ orchi pazzi facevano si che ogni storia uscisse dalla fabbrica già con il pulsante “arresto d’emergenza” incorporato. Parafrasando Groucho Marx, non sono mai voluto stare con una ragazza che volesse stare con me. Dopo quasi 8 lustri sto cominciando a riflettere e forse ho trovato il bandolo della matassa.

Oggi in ufficio dialogavo con un vecchio amico, il signor Enrico, e lodavo il suono calmo e rassicurante della sua voce. Le parole esatte sono state.. “mi ricorda il motore diesel del rimorchiatore di Bud Spencer”.

Con grande sorpresa il commento non era stato accolto con entusiasmo ed io mi sono molto piccato perché per me Bud Spencer è LA figura maschile alpha. Roba che a confronto Ghandi e Lincoln sono due sbarbati rockettari inaffidabili.

A quel punto gli ho chiesto: “Ma scusa, ma cosa c’è meglio di Bud Spencer? Giusto Bud ricoperto di supplì”. Enrico appartiene alla generazione precedente, dice “manifesti” invece di “poster”, per cui ha ancora alcuni riferimenti un po’ datati ed ha controbattuto con “la Ferilli ricoperta di nutella?”

Il confronto stava per degenerare quando la mia tesi che anche avendo avuto la possibilità di avere la Ferilli al massimo della forma e non la sguaiata sblusata di adesso, dopo un’ora (stima che comprende anche la cena ed i selfie post sesso) si sarebbe trovato per casa una bora di Fiano Romano che parlava di divani in saldo invece di avere il privilegio di fare nottata con Bud parlando di film, sport e politica l’ha fatto capitolare. Sabrina-Bud: 0-4.

Davanti a questo risultato che non ammette repliche ho cominciato a riflettere. Possibile sia così più appetibile preferire la compagnia di un amico a quella di una donna?

Siamo d’accordo che il massimo possibile (mi è anche capitato) sia incontrare una donna che ti conosca come il tuo migliore amico, che ti accetti come lui, che capisca come tu voglia un giorno a settimana per fare a gara di rutti, non senta il bisogno di coinvolgerti nella ricerca delle tende e che ti scaldi nelle giornate in cui il mondo passa sgommando su una pozzanghera e ti inzacchera come una latrina da cantiere ma se questo non fosse possibile è meglio accontentarsi, abbandonare la contesa diventando stiliti o scegliere la via degli uranisti?

Esiste una lunghissima serie di aspetti favorevoli nell’omosessualità maschile che se analizzati con attenzione avrebbero dovuto portare all’estinzione dell’umanità già ai tempi della quarta dinastia egizia. Senza alcuno sforzo posso citare:

  1. Nessuno ha da ridire sulla posizione della tavoletta del cesso
  2. Quando l’altro va a fare la spesa ti preoccupi di trovare il frigo pieno di yogurt bio invece che di birra
  3. Puoi passarti le mutande
  4. Se ti manca il quinto a calcetto puoi ricattarlo sessualmente
  5. Puoi regalargli una playstation 4 a natale e aspettarti che l’altro sia contento
  6. Le scoregge diventano un momento ludico ricreativo
  7. La gricia può far parte del banchetto di nozze
  8. Bruce Willis è l’unico nome in videoteca e vadano affanculo i ponti di madison county
  9. Puoi settare il termostato sotto i 32°
  10. Se scegli un cane può essere uno serio e non qualcosa che somigli a Uan
  11. Puoi fare il viaggio di nozze solo in città che ospitino la champions league

Poi, forse purtroppo, esco per strada, vedo le gonnelline svolazzanti e mi condanno alla fatica di Sisifo e continuo a cercare..

luglio 18, 2014 Posted by | Editoriali, Mariani Consiglia | 5 commenti

Cronache dal Sol Levante, spinoff: Gojira il magnifico (spoiler alert)

GZA_250x250_GooglePlus_Profile_rev copy

Il cinema giapponese, nella mente non particolarmente raffinata che ho vinto alla riffa dell’evoluzione, si divide in due grandi filoni che corrono veloci senza mai incrociarsi nemmeno distrattamente come i binari della pista Polistil per i meno abbienti (non quella da ricchi con i salti e gli scambi della morte).
Esiste un mondo raffinato, pieno di persone  con giacche di tweed e toppe scamosciate sui gomiti che gongola guardando i film dei maestri come Kurosawa e Kitano in cui una camera fissa inquadra una maschera di porcellana sferzata dal vento con i petali di ciliegio che delicatamente si affastellano sui miei zibedei esausti e poi c’è tutto il resto.. Mostri, botti, urla, apocalisse e menare, c’è Godzilla!!
Per i quattro marziani sbarcati 5 minuti fa che non sapessero di cosa stia parlando, Gozzilla (come diciamo a Roma calcando molto sulla seconda Z facendola triplicare o quadruplicare) è forse il personaggio più caratteristico mai espresso dalla cultura giapponese se escludiamo l’uomo tigre. In 60 anni di onoratissima carriera questo enorme lucertolone è stato il protagonista di quasi tre dozzine di film diventando l’icona giapponese numero uno, distruggendo innumerevoli volte il porto di Yokohama, ingollando come zigulì i serbatoi di GPL (quelle buffe costruzioni a palletta) e usando come palo da lap dance la Tokyo tower, una specie di torre Eiffel nipponica.
Magari non tutti questi film saranno stati capolavori, magari non saranno la grande bellezza e compagnia cantando  però hanno accompagnato la mia infanzia dal vecchio 19” del salotto su canali semi abusivi che trasmettevano copie pirata con una trama solidissima come un trattore dell’unione sovietica: arriva Gozzilla insieme ad uno dei suoi sodali giganti e giù botte per 2 ore, the end.
Per colorare lo spettacolo gli sceneggiatori accompagnavano al rettilone nemici fichissimi e sulla carta ben più temibili di lui: Gamera il tartarugone, Mothra la falena e King Ghidora l’idra. Sebbene ad ogni assalto i rivali fossero sempre più grossi ed agguerriti mai la mia fiducia ha vacillato. Alla fine Gozzilla avrebbe prevalso con buona pace dei giapponesi che si vedevano raso al suolo il paese ad ogni picnic di questa simpatica combriccola scapijata.
Gli americani invidiosi avevano provato nel ’98 un reboot della saga ma non se l’erano sentita di fare un lavoro completo realizzando un prodotto senza infamia e senza lode con risatine buffe, i francesi che fanno la figura dell’ispettore Clouseau ed riciclando una ventina di minuti avanzati da Jurassic park: voto 6 – – per magnanimità.
Avevo perso ogni speranza quando 4 mesi fa un trailer misterioso aveva riacceso la fiamma sopita. Fumo, pinne giganti che emergono dal mare e urla preistoriche nella notte.. questo volevo vedere, questo aspettavo. Ieri l’attesa si è conclusa.
Grazie alla consueta generosità dell’amico Thomas sono stato invitato alla proiezione del trentesimo film della saga ed è stato come ritrovare un vecchio compagno perduto da tempo.
Cominciando dalla fine il voto è altissimo: 9 come film di genere, almeno 7,5 come giudizio assoluto.
In due ore senza fronzoli si spiega tutto senza esagerare nella trama, si presenta la star della serata, i suoi mortali nemici, una coppia di mega bacarozzi che si nutrono di radiazioni, e poi si dia inizio allo spettacolo che fortunatamente vede gli uomini fare solo da comparse per non guastare lo show.
Dal Giappone alle Hawaii, dal Nevada alla California i tre si inseguono disintegrando qualsiasi cosa sul loro cammino perseguendo un’idea di fondo semplice e geniale: facciamoli grossi come un grattacielo di 80 piani e vediamo che succede ossia l’apocalisse.
Il finale a San Francisco è commovente, trenta minuti di urla rabbiose ed assordanti che squarciano la nebbia che avvolge la baia bagnata dalla pioggia e che culminano col marchio di fabbrica del re dei mostri: una fiamma azzurra disintegratrice che annichilisce l’ultimo nemico decapitandolo.. applausi nutriti in sala.
Il film ha anche l’indubbio merito di non indulgere in morali ecologiste o trascinarsi stancamente più del dovuto. Finita la festa il nostro eroe torna nelle profondità marine cui appartiene dando un’occhiataccia all’umanità impietrita.. “in campana che so’ buono e caro ma ci metto un attimo a tornare!!”
Ti aspetto amico mio!

maggio 13, 2014 Posted by | Mariani Consiglia | Lascia un commento

Cronache dal Sol Levante, episodio tre:Mezzi di trasporto

Comma A) La metro

tokyosubway2008

L’immagine sovrastante non è la mappa delle sinapsi di un orango adulto e nemmeno quella di un termitaio africano, è quella della metropolitana di Tokyo.

Chiunque, forse anche parigini e londinesi, proverebbero stupore ed ammirazione verso questa creatura vivente che permette a 35 milioni di persone di muoversi efficacemente in un area grande quanto l’Umbria ma sotto un aspetto caotico ed inestricabile la realtà è che girare per Tokyo è facilissimo anche grazie a piccoli segreti che le guide non ti dicono ed è piacevole scoprire da soli dopo aver pagato un conto salatissimo.

Non appena mi è stata consegnata la cartina, il primo impulso sconfortato è stato quello di appallottolarla, rannicchiarmi in un vagone ed aspettare la fine per consunzione visto che forte delle mie due linee cristianamente disposte a croce l’idea di utilizzarne 27 popolate come il sambodromo di Rio sembrava semplicemente troppo al di sopra delle mie forze.

Come ci insegna Darwin però è la necessità che aguzza l’ingegno e migliora la specie per cui c’è voluta la soppressione dello shuttle bus che mi avrebbe dovuto portare a casa per costringermi a prendere la metro senza neppure sapere a quale fermata sarei dovuto scendere (confidavo ingenuamente nell’autista) e con unico indizio in mio possesso: il quartiere dove sarei dovuto arrivare, Rappongi.

Li per li pensavo di potermi orientare ma la prima scoperta fatta con il wifi della stazione (si , in Giappone la connessione è presente e gratuita su tutti i mezzi di trasporto) è stata che a Tokyo non esistono i nomi delle strade per cui se sai dove andare bene, altrimenti sei fottuto. Ecco, appunto. Esiste però un condizionamento compulsivo pavloviano inculcato a tutti i giapponesi per cui qualsiasi turista che armeggi con una mappa richiede che essi si fermino, provino a comunicare in qualche modo e prestino aiuto e soccorso allo straniero indipendentemente dalla sua volontà.

Molto spesso, dopo ore di estenuante conversazione a gesti l’interazione si conclude con un nulla di fatto ma questo non diminuisce la soddisfazione del cittadino per aver compiuto il proprio dovere.

Per questo motivo, non appena ho varcato i tornelli della metro dell’aeroporto, prima ancora di mostrare segni di difficoltà, sono stato adocchiato come uno gnù malato nella savana, da una coppia di anziani con nipotino.

Nemmeno il tempo di estrarre la mappa e sono stato cinto da una manovra a tenaglia, lui a destra, lei a sinistra e mi è stato chiesto dove dovessi andare. La parola “Rappongi” con la G finale dolce non aveva acceso alcuna lampadina ma quando ho puntato il dito sulla cartina la coppia ha esclamato “aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaah Rapponghi, no, mi spiace non sappiamo”. Ora, io ho passato un’adolescenza a prendere per il culo i turisti ed a mandarli a km dalla loro meta per cui magari l’aiuto nemmeno l’avrei meritato ma se un inglese m’avesse chiesto di Trastevero forse l’avrei capito lo stesso.

Li per li ho sorriso, ho ringraziato ed ho dato per chiusa la vicenda commettendo un banale errore. La coppia in fatti s’è trattenuta giusto dal tirare il freno d’emergenza per attirare l’attenzione ma ha messo su in men che non si dica un collettivo di vagone per tirare fuori una lista di suggerimenti per farmi arrivare sano e salvo. Immediatamente s’è formato un capannello di professionisti, anziani, signore in tailleur che discutevano animatamente, anche con una certa animosità su cosa fosse meglio per me per poi arrivare ad un piano quinquennale approvato dal popolo che mi avrebbe condotto a casa. Tutto in giapponese però.

Poco prima di arrivare alla prima stazione di cambio, dall’altra parte del vagone s’è alzata una ragazza (prima che ridiate e sghignazziate somigliava in tutto e per tutto ad una Daihastu Materia) che con la circospezione di un agente segreto m’ha incollato sulla guida un post-it scritto in inglese che recitava così:  “fra un minuto (erano le 19 e 47) arriveremo alla stazione H10, scendi, attraversa il binario, sali una rampa. Alle 19:49 arriverà un treno della linea N, prendilo e scendi ad N6. Buona giornata e buon soggiorno”. A questo punto mi chiedevo solo quando mi avrebbero offerto la pillola rossa e la pillola blu.

Fra me e me ho riso “seee le 19:49” trotterellando giocoso verso il binario ma come una novella cenerentola, allo scoccare dell’ora la carrozza s’è fermata nel punto indicato aprendo le porte. Ho pianto pensando alla metro B stazione Magliana.

Come in matrix, una volta capito il trucco tutto quello che sembrava complicato è diventato facile. Ogni linea non solo ha un nome ed un colore (tosta se sei daltonico visto che solo di azzurri ne hanno 3) ma viene identificata univocamente da una lettera ed ogni fermata da un numero. Impossibile confondersi, impossibile sbagliare uscita, ogni cosa interessante vicino alla stazione è elencata in pannelli gialli che ti dicono dove andare e che ti conviene seguire visto che varie uscite possono distare anche un paio di km.

Questo servizio di altissima qualità è anche impreziosito da piccole chicche che ti fanno pensare a casa nostra come al trogolo della maga Circe tipo:

1)      Tutto il personale è in guanti bianchi e quando passi si leva il cappello e saluta

IMG_5167

2)      Per le signore e le categorie protette esistono vagoni appositi per evitare il bordello dell’ora di punta ed i palpeggiatori, uguale uguale che a termini

IMG_5165

3)      Ogni vagone è tempestato di vignette, in cui insegnano agli adulti (non ai bambini) come comportarsi (la mia preferita è quella dei procioni che ti irridono se ti schiacci le dita nella porta)

IMG_5539 IMG_5214 IMG_5161

4)      I vagoni si fermano sempre e solo dove ci sono le frecce per terra e la gente aspetta in fila di salire senza inscenare l’assalto alle scialuppe del Titanic ad ogni stazione

Tutto questo non è gratis, una corsa semplice costa un euro e mezzo ma può arrivare anche a quattro, dipende dalla distanza, e non esiste modo che qualcuno entri od esca senza pagare perché gentili si, cojoni no.

Comma B) I treni

IMG_5408

Una delle poche cose che persino un turista improvvisato come me deve fare PRIMA di partire è comperare il Japan Rail Pass. Chi non è riuscito a fare questa indispensabile carta che ti consente di prendere tutti i treni pubblici del paese mi dice che di norma i treni sono molto costosi (io non voglio questionare ma ricordo che un Bologna Roma  A\R costa 112 €) per cui ho provveduto con largo anticipo ad acquistare un voucher che avrei poi dovuto convertire con il biglietto vero e proprio una volta arrivato.

In un paese come il nostro che ha due line in croce di alta velocità e campa di accelerati e treni locali è difficile  anche immaginare un trasporto locale trainato da un locomotore quasi ultrasonico  per cui sono arrivato alla stazione centrale di Tokyo con un netto anticipo sul treno che dovevo prendere perché, scandalo, lo Shinkansen Hayabusa (il falco pellegrino) , in servizio fra la capitale e Kyoto non aveva posti riservati, chi prima arriva si siede, come alla Ryan Air.

Esterrefatto da questa disorganizzazione che mi ricordava i vagoni della To-Rc olezzanti di nduja e soppressata mi sono recato alla biglietteria per vedere se fosse possibile riservare un posto ed evitare l’indegna gazzarra italica tipica di queste situazioni senza regole. Il ferroviere allo sportello  purtroppo si esprimeva articolando solo una serie di fischietti e rantoli a metà fra l’ultimo Giovanni Paolo II  e Flipper il delfino per cui dopo i soliti dodici minuti di conversazione fra sordi m’era parso di capire che il treno fosse tutto esaurito e che quindi non avrei trovato posto.

Quasi contento di aver trovato una falla in questo modello di perfezione anche se a mio discapito ero già pronto ad una cazziata nazional popolare quando l’occhio m’è caduto sul tabellone (bilingue) che indicava un secondo treno in partenza 12 minuti dopo il mio con l’indicazione rossa lampeggiante “sedie riservabili”. Per poter però protestare appieno sono comunque andato alla piattaforma originaria (a Tokyo visto che non siamo a paperopoli, il treno delle 10:12 parte sempre e solo dal binario 3. Non fanno la riffa tutte le mattine tipo parcheggiatori abusivi per capire dove posteggiare i vagoni) per poter fare una piazzata ed esprimere il mio disdoro  salvo farmi nuovamente umiliare dal fatto che si, i posti erano esauriti ma solo nei 3 vagoni prenotabili. Ce ne erano 13 liberi a mia disposizione. A chi avesse curiosità sul tipo di servizio offerto considerate che la foto dabbasso non è quella del Boing 777 che mi ha portato in Giappone ma quella del mio scompartimento dove neppure stiracchiandomi al massimo riuscivo a toccare con i piedi i sedili davanti.

IMG_5340

Per tutto il viaggio ho sperato che un NO-Tav bloccasse i binari, che un abusivo salisse a vendere “aranciabiracocapaniniborghetti”, che il mio vicino tirasse fuori una suoneria Gabertecnoshock ma niente. Il rumore più molesto è stata la musichetta che annunciava trionfalmente la velocità di crociera di 400 km\h era stata raggiunta e che il treno sarebbe arrivato in stazione con 8 minuti di anticipo autocongratuladosi per il risultato raggiunto. Come già più volte detto.. uguale, uguale, uguale..

maggio 2, 2014 Posted by | Editoriali | Lascia un commento

Cronache dal sol levante, episodio due: Il cibo

La prima volta che mangiai giapponese fu a Los Angeles nel 1993. Stavamo fingendo di imparare l’inglese all’università dell California mentre spendevamo cifre consistenti negli strip club di sunset boulevard e la nostra classe era formata da me, quattro ormai maturi professionisti di cui non faccio in nome per non farli divorziare o peggio (basti ricordare che con molto tatto uno comprò alla propria ragazza lo stesso profumo di una spogliarellista burrosa come una colomba fatta in casa per sordidi motivi di “ispirazione”) e da uno stuolo di simpatici giapponesi occhialuti che ogni volta che la lezione cominciava perdevano 15 minuti solo per dire buongiorno a tutti prostrandosi ai nostri piedi.

Per promuovere un’ardita, nostalgica  rivisitazione dell’asse Roma-Tokyo avevamo invitato tutta la classe a casa nostra per una festa in piscina resa irresistibile dalla promessa di cibo italiano. La scelta cadde sulla ricetta 1.0 per qualsiasi italiano disperato all’estero, gli spaghetti al tonno, che giurammo essere il caposaldo della cultura italiana come la Loren e Tiramolla. il successo fu così assoluto che per sdebitarsi i nipponici ci invitarono al ristorante. (NB mediamente nessun uomo giapponese medio sa fare una cippa in cucina; è vivaddio la donna reclusa in casa a preparare tutto e servire il marito nel silenzio assoluto in stile feudale)

“Ottimo, a me la cucina etnica piace tutta” pensavo. “Quasi tutta” mi corressi dopo ci furono serviti dei  gomitoli di riso predigerito con sopra pesci rossi morti di stenti e uno strato vegetale che puzzava ed aveva la stessa consistenza viscida del Last a limone comprato al discount di Cisinau.

Li per li ingollai cinque birre (ottime) a stomaco vuoto e mi fu facile ingurgitare quella monnezza senza tradire lo sdegno di un suddito del bucatino però per 20 e più anni ho covato un rancore sordo nei confronti di una cucina che martirizza il riso senza farne dei arancini ed il pesce senza farne spaghetti allo scoglio.

Purtroppo, per motivi assolutamente avulsi dalla logica, il centro nevralgico del pensiero maschile, la patata, adora la cucina giapponese e più gnocche sono più un’uscita che voglia avere ragionevoli possibilità di finire a modino deve includere il sushi per cui nel tempo ho dovuto dare tantissime prove d’appello alla cucina giapponese (senza il fringe benefit, se ve lo steste chiedendo) venendo sempre ferocemente spiazzato da piatti insipidi (nel migliore dei casi), maleodoranti e costosissimi che m’avevano fatto concludere che fosse proprio per una porzione di sushi guasto da 40€  e l’astinenza che ne derivava le ragioni per cui Godzilla, la regina Himika ed il barone Ashura si accanissero sempre e solo sul Giappone con i loro mostri meccanici invece di dirazzare democraticamente sul globo.

Con questa zavorra di pregiudizi sono partito con pochissime speranze, confidando in Mcdonald’s per uscire vivo ma non sano da 10 giorni di digiuno alla Pannella e come al solito ho dato una musata di proporzioni bibliche.

Il cibo giapponese, tutto, è strepitoso! Solamente l’aver camminato quotidianamente 15 ore gravato da sporte di ciarpame acquistato per ogni dove mi ha salvato dal prendere 2 chili al giorno. Come un bambino nella fabbrica del signor Wonka ho allungato le mani ingozzandomi di sushi, sashimi, yakitory, ramen, udon e compagnia cantando arrivando ogni volta a leccare il piatto con cattiveria anche in luoghi in cui difficilmente porterei a defecare il mio gatto.

Qualche dubbio magari lo lasciano le location. In spregio a qualsiasi normativa sugli accessi facilitati o sulle uscite di sicurezza infatti i giapponesi sfruttano qualsiasi anfratto come sottoscala, scantinati, vicoli ciechi o cassoni della differenziata per installare ristoranti affollatissimi in cui vieni accolto dall’intera forza lavoro con un urlo belluino e non proprio rassicurante:“Irasshaimase!”, una specie di “DAJE!!!!”, che ti fa sospettare di aver subito combinato una cazzata grave tipo aver camminato sulle ceneri del defunto proprietario. Dopo il primo impatto però vieni servito con stile, anche in una cabina del telefono camuffata da rosticceria, ben consigliato ad un prezzo modico e spesso anche cazziato se il tuo ordine contravviene delle norme di etichetta che prevedono che il cliente debba alzarsi da tavola sempre con uno spazietto disponibile.

Ad aumentare il mio rimpianto di migliaia di euro gettati al vento truffato da cinesi, filippini  o semplicemente da testaccini con gli occhi a mandorla che m’hanno spennato propinandomi rotolini di carpa puzzolente il cibo in Giappone ti viene praticamente regalato e per un cacaziretti come me è dannatamente difficile ammettere la caporetto anche quando il sovvertimento dell’ordine costituito porta sostanziali migliorie.

Ora, a chiosa del tutto ci starebbe bene una bella galleria di immagini che provino quanto fosse balordo il mio pregiudizio ma siccome sono un rosicone.. supplì e bucatini per tutti! Roma caput mundi, Tokyo pe’ secundi.

IMG_5468 IMG_5567

aprile 28, 2014 Posted by | Editoriali | 1 commento

Cronache dal sol levante, episodio 1: Che lavoro fa papà tuo?

PROLOGO

Descrivere il Giappone è praticamente impossibile. Prima di partire avevo diligentemente intervistato tutti i miei amici che c’erano stati ma nessuna delle loro sbrasate aveva fatto breccia per cui ero partito alla volta di Tokyo con quella sana diffidenza e spocchia tutta romana che mi va come un guanto.
Nulla, nulla secondo me può preparare all’impatto che una città come la capitale nipponica può avere su un italiano anche su uno che come me non è propriamente vissuto fin’ora in una grotta a fare le formine con le sue feci per tirarle ai passanti. Sono bastati i primi 30’ per farmi sentire inadeguato come un aborigeno con un petardo in mano a bordo del Concorde e, udite, udite, per farmi abbassare le penne, cosa che per un megalomane autoriferito come me è frequente come il passaggio di Hale bopp ibridata con un unicorno.

Tutto troppo diverso, tutto troppo strano (nel senso buono) per poter concentrare le cose che mi hanno fatto spezzare il due il collo a forza di stare col naso per aria in un racconto con un minimo di filo logico e struttura per cui per riuscire a fare una sintesi decente proverò a spezzettare il viaggio in piccole storie sui dettagli più assurdi che almeno 100 volte mi hanno fatto pensare “vabbè, so’ proprio Giapponesi”.

Capitolo primo: che lavoro fa papà tuo?

Provenendo dalla grassa Europa ed avendo lavorato negli ancora più opulenti e smargiassi paesi arabi sono abituato ad un mondo in cui opimi ed unti padroni di casa si occupano di finti lavori di concetto e mandano i loro figli a studiare scienze della comunicazione mediante zufolo delle comunità precolombiane mentre sciami di immigrati sotto pagati si sporcano le mani spalando il letame, nettando latrine o preparando pasti sperando almeno che prima siano passati a lavarsele, le suddette mani.

In Giappone tutto è diverso. Essendo in 130 milioni e non potendo essere tutti simultaneamente in vacanza, per evitare di avere una rivolta sociale ogni martedì alle 10 precise (credo che il massimo ipotizzabile siano torme di persone in silenzio che pensano intensamente: “dissento, continuo a lavorare ma sentiate il mio rammarico”) qualsiasi lavoro possibile ed immaginabile viene svolto con precisione certosina da un giapponese scrupolosamente addestrato assieme ad altri tre colleghi che lo fissano incitandolo. Anche in questo modo però l’imperatore s’è accorto che riusciva ad impiegare solo una parte dei suoi amati sudditi motivo per cui credo abbia creato una specie di intelligence preposta ad inventare lavori incredibili per mettere un tetto sopra la testa ed una minestra sulla tavola di tutti.

Il giardiniere ninja del giardino Zen di Kyoto.

IMG_5529

Il mestiere del giardiniere è molto comune, alcuni lo ambirebbero pure per sfuggire alla monotonia quotidiana dell’ufficio. Discorso diverso quando la porzione a te assegnata è di 1,2 mq e ti tocca assumere la posizione del loto restando pressoché immobile h24. La foto non riesce a rendere l’idea ma questo martire davanti ai miei occhi increduli ha passato tutto il pomeriggio con un pettine in mano a pulire il pratino muschioso da ogni singola imperfezione coadiuvato dalle pinzette che si usano per sfoltire le sopracciglia. Di per se per quanto alieno alla mia indole di scansafatiche il lavoro avrebbe avuto anche un senso se non fosse per la rigogliosa fioritura dei ciliegi per cui per ogni petalo raccolto al ritmo di uno ogni 15 secondi (cronometrato) la superficie era imbiancata da altri 287 candidi fiocchi vegetali senza che lui si scomponesse minimamente. Alla fine me ne sono andato sfibrato dalla sua pazienza immaginando che al suo posto mi sarei cosparso di sale ed acqua ragia rotolandomi sul prato per porre fine alla mia e sua esistenza.

L’intrattenitore di infanti

IMG_5212

Qui ci ho messo parecchi minuti a capire che non si trattasse di un gonfiabile o di un robot ma che dentro l’amico pulcino ci fosse una persona vera, probabilmente un ergastolano che per avere qualche ora d’aria aveva scelto questo alle grigie mura del gabbio.

Questo simpatico uccellaccio stava li, sotto una tendina in mezzo alla pubblica via, al solo scopo di baloccare i ricchi marmocchi degli astanti, senza vendere ne promuovere nulla (almeno di evidente). Per la mia rozza mentalità occidentale è macchinoso capire come questo sia preferibile all’estrema indigenza ed alla morte per inedia ma sono certo nell’essere in difetto per cui taccio.

Gli indicatori umani

Durante alla visita ad un bellissimo tempio montano fuori Tokyo mi sono trovato a dover prendere una decisione: ascensione in seggiovia o in funicolare (la scalata non m’ha manco sfiorato per un attimo).
Essendo una bella mattinata di sole ho optato per la seggiovia, rigorosamente senza barra anti rollio.

IMG_5551

A parte che forse sarebbe costato meno una traversa di metallo che 500 metri di impalcatura con rete da trapezista che correva lungo il percorso per raccattare i gitanti caduti, a parte i due loschi figuri appollaiati su di una pertica come aironi cinerini che avrebbero voluto scattarmi una foto ricordo a metà ascensione con sfondo i grigi pali della teleferica, all’arrivo mi sono trovato di fronte a questi due splendidi signori (altri due erano pronti di scorta fuori inquadratura) che con il limite invalicabile del contatto fisico  avevano come unico scopo quello di indicarmi con cortese ma risoluta fermezza il tapis roulant bordato di strisce gialle e nere chiedendomi di poggiare i piedi sul nastro gommoso per accompagnare la mia discesa non ritenendo forse sufficiente il fatto che:

  1. fossi arrivato e non essendoci bivi o scorciatoie l’alternativa era un secondo giro di giostra
  2. il carrellino si fosse praticamente inchiodato e non sarebbe ripartito senza che schiodassi
  3. l’enorme cartello con scritto exit.

Lodevole precauzione.

aprile 22, 2014 Posted by | Editoriali | Lascia un commento

Frivolezze deleterie

download

(Lavrentij Pavlovič Berija, un sincero moderato)

Di solito non amo scrivere di argomenti vari, ho bisogno che qualcosa catalizzi la mia attenzione a fondo, che faccia salire il livello del fiele a tal punto da farlo tracimare e scorrere potente verso le mani. Non è che da un anno a questa parte improvvisamente tutto vada come vorrei (vi assicuro che lo notereste quanto meno per la riduzione della popolazione ad un terzo dell’attuale  grazie ad un efficiente sistema di botole collegate con il centro della terra) ma per senilità non riesco più ad incazzarmi quanto richiederebbe Talia (la musa della commedia per quelli che a scuola ci andavano solo per ricreare le grotte di Postumia sotto il banco attaccandoci le caccole) per produrre qualcosa di buono.
Ora, con una ardita similitudine, se paragoniamo gli stimoli potenti per un singolo scritto al prendere con l’allucione lo stipite della porta mentre domenica mattina assonnati vi affrettate al citofono per rispondere a degli avventisti che vogliono portare Gesù nella vostra vita ,si può trovare un fastidio sufficiente anche in tanti piccoli e persistenti accadimenti simile a 10 ore di sabbia fra le chiappe dopo una giornata a mare.
Nel mio caso bastano un paio di granelli che logorano le mie natiche con determinazione da tempo: Bitstrips e la pubblica costernazione su Facebook per la morte di personaggi famosi.
Sul secondo punto non vorrei dilungarmi troppo. Un genio che risponde al nome di Zerocalcare ha già eviscerato la faccenda con quello che forse è il suo lavoro migliore però la recentissima scomparsa di Mandela ha ridato vigore a questo tarlo maledetto che alberga nel mio cranio di mogano.
Ma voglio dire, vivete in Italia, il rapporto più vicino che avete con l’africa è quando tifate per Gervinho quando gioca la Roma, ma che cacchio vi riempite le bacheche di lutto e cordoglio?
Siete neri? No! Siete discriminati? Nemmeno! Fate qualcosa tutti i giorni perché una situazione di disagio e desolazione cambi? Qualcuno si ma pochi perché se tutti quelli che hanno espresso il proprio lutto e la propria ammirazione per quest’uomo avessero fatto un passo concreto per l’Africa e gli africani, il Sudan ora sarebbe come il Lussemburgo ed a Pantelleria ci verrebbero in villeggiatura con dei panfili invece che a morire per cui vi prego, esternate meno. Nelson non era il vostro compagno di biliardino all’oratorio, Madiba non v’ha fatto finire l’album dell’83 dandovi la figurina di Luvanor del Catania e tutto sommato il ricordo più significativo del Sud Africa è stato andarsene a casa per mano della Nuova Zelanda ai mondiali.
Nota bene, sebbene pensi di condurre un’esistenza moralmente accettabile sono il primissimo che si dovrebbe mettere le mani in saccoccia e fare cento volte di più però almeno sulla mia bacheca lascio perdere il pietismo e la riempio solo di culi, fotomontaggi equivoci e filmati di gente che spacca i bicchieri coi grossi peti.
Ora arriviamo all’argomento davvero dolente, la piaga di Bitstrips che per i pochissimi che non siano stati contaggiati da questo orribile morbo è un’applicazione Apple che crea delle orrende vignette fintamente personalizzate che in maniera approssimativa non rappresentano una ceppa ma che tutti trovano “deeeeeeeeeliziose”.
Con tutta la buona volontà e l’apertura al dialogo che mi viene riconosciuta, ossia la stessa del compagno Stalin in un giorno in cui trovò la sua Lada rigata con chiodo,  ve lo dico senza se e senza ma: fa cacare, i disegni sono brutti, i pupazzetti sembrano manichini dei crash test sono realistici quanto il ciuffo in castoro di Antonio Conte, i fondali sembrano le più cupe rappresentazioni di Dresda al culmine del socialismo reale della DDR e se già trovo discutibile sviscerare completamente la propria vita su un social network con frasi tipo “è nuvolo, metto il broncio”  trovo insopportabile farlo con una versione da solkoz di “Casa Vianello”.
Utilizzando un copyrigth della premiata ditta Buono\Ceccarelli  Bitsrips rappresenta l’apice dello sticazzibook (R) dove non solo mi metti a parte di lati della tua vita che non vorrebbe conoscere nemmeno tua madre ma lo fai con un mezzo rozzo e brutto, un po’ come se mi obbligassi a sentire un concerto di Nek cantato coi rutti.
Ora sono certo che a causa di una donna che ancora non conosco diverrò anche io schiavo di questa cazzata così come fu per facebook ed un giorno questa invettiva mi sarà rinfacciata come quella sulla cacca dei bimbi ma fino ad allora rimarrò nel mio eremo di snobismo detestandovi tiepidamente, augurandomi quel giorno di avere le palle per schiacciare la capsula di cianuro che ogni vero moderato dovrebbe farsi installare nel molare per i giorni di pioggia.

 PS
60mila e spicci visite sul sito.. o è un segnale molto buono o la fine è vicina

dicembre 7, 2013 Posted by | Editoriali | 3 commenti

Spuntature ed impuntature

dino
Ho già affrontato il viaggio attraverso quel paese dell’eterna primavera, quell’era dell’acquario che è il mio carattere per cui dubito che l’episodio gratificante che mi appresto a raccontare possa sorprendere qualcuno ma lo faccio lo stesso perché è al contempo prova che sono assolutamente figlio dei miei genitori e che a tutto c’è rimedio, anche alla morte se hai le conoscenze giuste come può testimoniare l’amico Lazzaro.
Nel 1977 avevo ricevuto, credo da mio nonno materno, quello che ancora oggi ritengo il regalo più bello di tutti i tempi: una Citroen DS rossa a batteria che mi permetteva di sfrecciare silenziosamente per i viottoli della casa al mare ad una velocità probabilmente inferiore a quella di una limaccia cardiopatica ma che agli occhi di un bambino sembrava quella di un proiettile sparato da un missile.
Fu una stagione di gloria tremendamente breve perché al primo temporale estivo nessuno pensò di dover mettere il mio bolide a riparo la piccola Citroen si ritrovò sommersa da una densa schiuma corrosiva uscita dalla batteria. Fine dei giochi, fine del mio rapporto con la velocità (tralasciando le donne).
Stavo ancora piangendo la prematura perdita quando i miei genitori, sicuramente mossi dai sensi di colpa, si presentarono con una piccola bicicletta blu, una Dino, equipaggiata da rotelline di sicurezza e sacca degli attrezzi.
Ero innamorato perso di quella bicicletta e passavo i pomeriggi a fare piccola manutenzione inesistente con una chiave del 10 ed a fare l’inferno sul selciato di casa sotto la camera da letto dei miei, particolare che forse aveva indotto nei miei genitori qualche piccola perplessità sulla loro scelta portandoli a pensare che magari sarebbe stato meglio qualcosa di più rilassante come 5 anni in un collegio a Berna gestito dalla Gestapo.
Ad un certo punto, seguendo un percorso del tutto logico ma molto più probabilmente per ridurre la mia velocità e risparmiarsi la rottura di palle, mio padre si mise a trafficare con la bici per levare le rotelle e fare di me un ometto.
Io ero pietrificato dall’ansia, va bene che era mio padre ma quella era la mia bici. Come si permetteva di profanarla?
Alla mia domanda di spiegazioni papà, che all’epoca fumava qualcosa come due pacchetti Marlboro rosse al giorno e che quindi non abbondava di pazienza e bonomia, fece un faticoso tentativo e mi rispose con calma e dolcezza che era giunto il momento per me di imparare senza rotelline..
Non ho mai accettato i dogmi, cosa che mi è costata due sospensioni e una media in condotta che galleggiava sotto il 7 per cui ho insistito con i miei dubbi sostenendo con rara boria che non sarei mai salito sopra un mezzo così insicuro senza le dovute spiegazioni e garanzie (a nemmeno 4 anni.. badate bene) e li mio padre sbottò cacciando madonne e maledizioni chiudendo la vicenda con uno sferzante “fai come cazzo ti pare”.
Quel giorno è finito il mio rapporto con la bicicletta. Sono passati 35 anni senza un sussulto a parte un battibecco molto accalorato con l’amico Francesco su cosa fosse più assurdo per un uomo fatto e finito se non saper sbucciare una mela o andare in bici.
Beh, la novità è, caro amico mio, che farai meglio a fare pratica col coltellino e molti cerotti perché all’inizio di novembre, in un caldo pomeriggio fuori stagione ho aperto il garage del mare, gonfiato le gomme di una Graziella in ferro battuto della stazza della Nimiz con una falla a babordo ed ho provato… e ci sono anche riuscito.
Certo non è che me ne sono andato sulla Pontina a farmi ammazzare, è più stato come il primo volo dei fratelli Wright però 4 giri dell’isolato sono riuscito a farli cercando di evitare i pini ed i muretti a secco che con incredibile cattiveria mi si sono scagliati contro per farmi cadere. Non sono tornato sul luogo del delitto per alcuni piccoli problemi, tipo il mio tendine sinistro che è esploso in mille pezzi con il rumore del legno umido che brucia, però sono propenso a credere che potrebbe anche piacermi se riuscirò a padroneggiare la curva a sinistra oppure a far credere che per ragioni politiche 3 curve a destra siano indubbiamente da preferirsi.

PS
Un ringraziamento va anche ad un altro amico Francesco che sapendo quando orgoglioso, stronzo e saccente io sia l’ha messa sul “ma mica uno che mette su le centrali atomiche si caca sotto di fare un tentativo vero?”. Indubbiamente ha mosso le leve giuste. In 4 anni ho provato a darti qualche dritta ma ho imparato anche io da te, soprattutto che è inutile aver ragione, perché non sempre serve.
Lo so, è dei Tiromancino ma credo che sia uno dei manifesti della mia vita anche se spesso me ne dimentico

novembre 28, 2013 Posted by | Editoriali | 5 commenti

Matrimonio all’ungherese

unicum

Dopo aver passato un paio di mesi a Praga per lavoro approfondendo i punti di contatto fra la cultura ceca e quella dei monaci shaolin, il calzino con l’infradito, ho ritenuto doveroso aggiungere al mio piano di studio sulle culture dell’est quella magiara per cui, una settimana  fa, mi sono imbarcato per Budapest per festeggiare il matrimonio del mio amico Alessandro e della bella Zsofia.

Dovete sapere che per ragioni aliene alla mia comprensione la perla del Danubio non è servita da una compagnia di bandiera ma solo da low cost per cui quando comperai il biglietto ad aprile ero rassegnato ad un viaggio disagiato ma contavo di sopperire al malanimo con robuste dosi di Unicum che in Ungheria ti viene praticamente dato ovunque stile collana hawaiana a Maui.

Quella santa donna di mia sorella si era offerta di accompagnarmi a Ciampino sicuramente spinta dal buon animo ma secondo me anche dall’ilare curiosità di vedere la vena della mia tempia gonfiarsi come l’Eufrate a gennaio, fenomeno che capita ogni volta che intravedo gente insindacabilmente brutta abbigliata come pirati saraceni geneticamente modificati con della carta da parati anni ‘80. Anche questa volta i soldi della benzina non sono stati spesi invano.

Come al solito l’impatto con il secondo aeroporto dell’urbe è stato brutale. Me ne stavo li, in disparte, con il mio porta abiti in mano, fuori posto come un entomologo ad un convegno di satanisti, mentre la schiuma del genere umano mi lambiva le caviglie. Spesso mi sono fermato a criticare i miei concittadini brutti con le brache calate, le mutande a metà chiappa, i litri di diserbante scambiato per profumo e i ray-ban finti grossi come gli specchi ustori con cui Archimede incendiò la flotta romana ma devo riconoscere che il morbo è ovunque, i tamarri sono dappertutto e nemmeno più la lingua è una barriera valida perché alla fine un rutto è un rutto in qualsiasi idioma. Ciampino raccoglie tutti i truzzi d’Europa realizzando un’unica indistinta massa di orribili lanzichenecchi tornati a finire il lavoro interrotto. Solo monosillabi “aho? Eh? Mhhh? Uhhhh!!”, solo murales tatuati sulle schiene ed arguti motti di spirito del tipo “ мобыж ть, четто ты это сдбыелал!?что?сосать!!!”*, versione slava del caro e vecchio “Asfanatti? Eh? Suca!!” e giù grassissime risate.

Riunire tutte queste contraddizioni all’evoluzionismo (non è che i creazionisti stiano meglio se anche questi qua sono ad immagine e somiglianza del padreterno) presenta almeno un piccolo vantaggio: la possibilità di uno smaltimento rapido ed efficiente che si potrebbe ottenere creando il primo aeroporto “solo partenze” del mondo. Un luogo in cui gli aerei vengono portati al traino o atterrano rigorosamente scarichi per portare via i vuoti a perdere che popolano lo scalo. Una manutenzione distratta poi potrebbe impedire che i velivoli finiscano la tratta scomparendo fra le sabbie delle ex colonie e rifornendo i nostri vecchi e fedeli Ascari di telefonini comprati a rate, trolley “prima classe” ed una quantità di gel per capelli sufficiente a fare del Negus il nuovo Rick Astley.

Saltando la giornata trascorsa fra il mio arrivo e lo sposalizio posso dare alcune note generali dell’Ungheria e del suo popolo.

Gli ungheresi sono tutti altissimi, glaciali, distaccati. Per le strade nessuno parla, nessuno schiamazza, l’ultimo colpo di clacson ha salutato l’entrata dei carri armati sovietici nel ’56 e temo che da allora nessuno si sia più ripreso.

Al turista bisognoso di informazione e soccorso si rivolgono con stupore, quasi avessero incontrato lemure ventriloquo, ed a qualsiasi vostra domanda risponderanno sempre ed esclusivamente in ungherese, magari modulando il tono della voce, magari ripetendo le cose lentamente in modo che possiate capire ma sempre e solo in un magnifico idioma che fa sembrare il klingon una lingua neolatina. Tenete anche presente il fatto che qualsiasi parola in ungherese è lunga il triplo di quella italiano per cui quando un locale attacca una risposta di 15′ ad un vostro saluto vi sta dicendo  semplicemente “tutto bene, grazie”.

La lingua però non è l’unico inconveniente che un viaggiatore poco accorto possa incontrare a Budapest. La prima volta che sono arrivato a Budapest era aprile e facevano 20 gradi in meno che a Roma, questa volta per coerenza ne facevano 20 in più per cui ho accolto con l’entusiasmo di un tacchino la mattina del thanksgiving il fatto che la cerimonia si sarebbe svolta alle 4 del pomeriggio.

Ora per chiarirci, qui la gente è precisa. L’ultima volta che hanno voluto improvvisare si sono trovati i cingolati dell’armata rossa in salotto per cui, 4 vuol dire 16:00, non le 4 e un quarto o spicci. Purtroppo il celebrante era italiano e quando la sposa alle 15:55 ha proiettato la sua ombra sulla navata le cose non erano proprio tutte al loro posto compreso l’organista appennicato in sagrestia e che si è presentato 10 minuti dopo, senza lo spartito giusto ed improvvisando una marcia nuziale che ricordava singolarmente “viva topolin”.

La cerimonia è stata molto commovente, rigorosamente bilingue con la parte in ungherese che ricordava le scariche statiche delle vecchie radio AM e di una durata vicina alle due ore che, unita con i 37° che galleggiavano sui banchi come una trapunta bagnata, ha generato scene di misticismo collettivo, avvistamenti di cherubini, miraggi.

L’unico dubbio l’abbiamo avuto al momento del “lo voglio” in cui lo sposo ha recitato i tre canonici si, in italiano mentre la sposa ha risposto quattro volte in ungherese. Alcuni di noi, i più maliziosi, ritengono che Zsofia si sia voluta tenere una clausola di salvataggio tipo “esci gratis di prigione” del monopoli da giocare il giorno in cui finalmente riuscirà a comprendere appieno suo marito.

Una volta giunti al luogo del ricevimento, un’ala  dello splendido castello di Buda l’atmosfera s’è fatta subito friccicarella.

Nemmeno il tempo di varcare la soglia che un cameriere solerte (l’unico come si evincerà in seguito) ci ha messo in mano un bicchiere di Palinka (la grappa ungherese a 60°) per onorare la tradizione (dice lui). Per essere sicuri di essere ligi ai costumi ne abbiamo presi un paio.

Se è vero che con gli alcolici il segreto è non scendere mai di gradazione potete capire come sia complesso portare a casa una serata quando il punto di partenza è l’acqua ragia ma la grande presenza di coppiette abruzzesi e tortini di strutto e ciccioli ungheresi mi hanno fatto superare gli antipasti con un certo ottimismo.

Verso le otto siamo stati invitati a salire nello splendido salone dei ricevimenti, un luogo fatato da film disenyano con il solo piccolo incomodo d’avere le finestre saldate ad argon ed un’umidità pari al 97%.

Tornando agli ungheresi devo dire che tanti anni di comunismo hanno leggermente diminuito la qualità della loro scuola alberghiera e visto che in generale non sono interessati a parlare con chicchessia questo si riflette sul servizio. Fra gli episodi rimarchevoli posso citare il cameriere che porta in tavolo la zuppa calda con il pollice ben dentro il brodo od un altro che alla richiesta di un mio commensale di un’altra porzione d’anatra gliela porta specificando come essa non provenga dalla cucina ma da un tavolo li vicino “tanto…”.

Fra una portata e l’altra sempre per onorare la tradizione (anche se cominciavo a sospettare d’essere un po’ coglionato) si succedevano brindisi a raffica con l’unico liquido presente a tavola, damigiane di Unicum che avevano fatto reazione con la zuppa donandomi uno splendido colore rosso cardinale.

Per proteggere gli altri invitati ma sopratutto me stesso non darò altri dettagli sullo sviluppo della festa tranne il fatto che abbia ammainato bandiera bianca alle 4 e 10 del mattino, stroncato da un giro di birre servite da lucifero in persona, e che nella splendida bomboniera che lo sposo mi ha consegnato ci fosse una bottiglia di amaro. “Tutta roba naturale, che vuoi che ti faccia?”

oppero

 

agosto 13, 2013 Posted by | Editoriali | 6 commenti