Parole sfuse che costano meno

Le donne vengono da Venere, gli uomini da Garbatella

Cronache Qatariote, mese terzo: Automobili da sboroni

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Non credo possa esistere un paese migliore di questo per possedere un’auto. Niente bollo, assicurazione economica, strade larghissime, benzina gratis o quasi. Il paradiso per ogni automobilista.

Chiunque voglia far parte della società civile qui deve possedere un mezzo meccanico;  c’è solo l’imbarazzo della scelta che però deve essere fatta con cura per non essere malvisti dalla popolazione locale che ha come requisito minimo il fatto che la cilindrata debba essere maggiore od uguale al proprio reddito. Considerando che da queste parti un estratto conto viene fornito dalla banca direttamente rilegato in pelle e con indice credo di aver chiarito il concetto abbastanza chiaramente.

In fondo alla grande scala sociale dei veicoli c’è la Toyota Corolla bianca, 1800 di cilindrata, una macchina che in un mondo normale e sensato ti farebbe sentire quasi a posto con la coscienza d’automobilista ma che in Qatar viene vista appena sopra i carrelli del supermercato tant’è che spesso al posto delle chiavi ai proprietari viene consegnato un gettone che viene espulso dalla portiera quando incastri la tua macchina con un’altra al Carrefour. Questo tipo di vettura rappresenta almeno il 70% del parco circolante ed è posseduta da tutti gli immigrati di bassa fascia che fanno funzionare questo enorme luna park sabbioso. Generalmente mal vista dai posteggiatori, viene relegata negli angoli più remoti e caldi dei parcheggi sotterranei come Quasimodo per preservare i ricchi ed innocenti occhi dei piccoli emiri da questi ammassi di lamiera trasudanti povertà.

Lo scalino successivo, il mio, è quello delle cosiddette “vorrei ma non posso”. Jeep, mini suv e simili che viste da fuori sembrano ambire a maggior dignità ma che sotto il cofano celano motorizzazioni meschine, sotto ai tremila benzina senza turbo, poco meno del robot da cucina del Qatariota medio.
Le VPNP sono viste un po’ come le ragazze di facili costumi; fanno comodo a tutti ma nessuno le rispetta per cui veniamo regolarmente scavalcati in fila ai benzinai ed agli autolavaggi da astronavi in titanio con sedili di alligatore ed i bambini locali possono usare le nostre portiere come quaderni su cui scarabocchiare con chiodi d’oro massiccio (per favore, niente pippe sul fatto che l’oro sia duttile e non possa graffiare. E’ una metafora).

All’ultimo gradino delle auto prodotte per gli esseri umani ci sono quelle degli espatriati ricchi, in genere tedesche, che vengono usate principalmente dalle mogli per portare i figli a scuola. Teoricamente avrebbero anche i requisiti per incutere un certo rispetto ma sono guardate con schifo e commiserazione dai locali perché progettate secondo assurdi requisiti come le basse emissioni, prive di sospensioni pneumatiche e senza uno straccio di clacson bitonale per terrorizzare gli straccioni delle corolla.

Sherlock Holmes diceva che una volta esaurite le spiegazioni possibili, quelle rimaste anche se altamente improbabili, dovevano corrispondere alla verità. Ecco, non esiste altro aggettivo che “improbabile” per descrivere il rimanente parco veicoli appartenente esclusivamente alla popolazione indigena.
Tendenzialmente esistono 2 grandi sottogruppi: i monster truck e le astronavi che, chiariamoci bene, non sono alternative ma semplicemente sfoggiate in occasioni diverse dallo stesso proprietario che le impila in garage con la noncuranza con cui accumuliamo la lanuggine dell’ombellico.
I monster truck vengono utilizzati in genere durante le ore diurne per mansioni familiari, hanno i vetri oscurati, 4 o anche 6 ruote motrici, un’altezza che richiede per salire l’aiuto di un palafreniere domiciliato nel bagagliaio ed una cilindrata minima di 6000 benzina, di poco inferiore a quella del traghetto per il Giglio con cui generalmente condividono la stazza a secco.
Vengono utilizzati per percorsi impervi come i parcheggi dei centri commerciali o vialetti delle ville e sebbene di aspetto molto sportivo celano finiture in oro ed alabastro con rivestimenti in animali estinti. Sono perfette per incutere timore e deferenza nelle maestranze  irretite come daini nel bosco dagli enormi fari gialli sempre accesi. Appaiono nello specchietto come la balena di pinocchio, pronti ad ingoiarti in un sol colpo alla prima frenata imprevista. Visto che l’unica infrazione con conseguenze penali è il semaforo rosso, forti di un reddito di cittadinanza di  3000 euro mensili dedicato eslcusivamente al pagamento delle multe, i proprietari le lanciano senza ritegno a 180 km/h conferendo loro la quantità di massa della cometa di Armageddon ed una periocolosità anche maggiore essendo il Qatar privo di Bruce Willis.

Quando però il sole tramonta  il povero qatariota cerca il giusto descanso e tira fuori dall’orbita di parcheggio intorno a Saturno la sua astronave.
Contrariamente ai Jepponi, le astronavi sono ad appannaggio esclusivamente maschile e sono utilizzate per fare vasche nei compound, creare ingorghi inestricabili di fronte alle discoteche e gare di drift nelle rotonde.
Aston Martin,  Bentley, Ferrari e Maserati sono considerate auto banali alla portata dell’uomo della strada, almeno la versione base (103 anni del salario di un contadino della basilicata), per cui le strade invase da modelli sperimentali con sigle avveneristiche, pezzi di cofano segati per ospitare cilindrate aggiuntive e scarichi cromati come canne d’organo.
Non è infrequente rinunciare a far lavare la macchina perché l’autolavaggio è intasato di rolls royce (giuro) per cui se ci si vuole distinguere dalla massa non si ha altra scelta che andare su cromie assurde proprie della foresta amazzonica (verde raganella, viola melanzana satinato, strisce alla ringo people) o virare su prototipi sperimentali realizzati da scienziati nazisti in fuga dal ’45 e frenati con piccoli paracadute, ovviamente in seta cruda e visone.

Prossimo capitolo: intrattenimento

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ottobre 20, 2015 Posted by | Editoriali | 6 commenti

Cronache Qatariote, mese secondo: Il potentissimo Sarlacc qatariota, i ristoranti d’albergo

Nota introduttiva: chi non coglie la citazione del titolo si vergogni di se uomo fra i 14 ed i 55 anni.

La giornata lavorativa comincia mediamente con la sveglia delle 5:50, uno o due rinvii a seconda dell’indulgenza che voglio concedermi o del numero di riunioni che impietosamente il telefono mi ricorda, 20 minuti passati in modalità catatonica a vagabondare per casa, rimbalzando contro i muri come l’aspirapolvere Rumba, doccia, colazione relegata agli ultimi 130 secondi in cui mi verso dei cereali direttamente nel gargarozzo assieme al latte come un cormorano e sono pronto per andare in cantiere.
Dopo 12 ore (media validata dal cartellino) un uomo medio rientrerebbe a casa, masticherebbe dei surgelati dalla busta spacciandoli per praline algida al gusto calamaro e scivolerebbe in uno stato di sonno distinguibile dalla morte solo per il russare a 150 decibel stile Garelli smarmittato.
Fortunatamente ho poco dell’uomo medio, magari l’integrale di pregi e difetti fa omino Bialetti però tutte le sere provo a non rinchiudermi nel sacello domestico a tenuta stagna. La voglia di socializzazione deve scontrarsi però con un ostacolo che molti sottovalutano in un paese musulmano.. dove cacchio vai senza alcool?

A vivere fra Slovacchia, Cechia e compagnia cantante uno si scorda come il motore primo di tutta la socialità europea sia legata all’ebrezza alcolica e questo fa del qatar un posto molto poco divertente. I pub si contano sulle dita della mano di un mastro d’ascia (due) e quindi se uno vuol chiudere una giornata con un bicchiere di ottima birra ha una sola alternativa. I ristoranti degli hotel internazionali, trappola mortale da cui non si può sfuggire che dopo un patimento di mille anni (si ritorna alla citazione nel titolo).

Andare a mangiare in un albergo per un italiano è abbastanza fuori dalla grazia di Dio. Di solito è sinonimo di cibo incomprensibile, prezzo alto, cuochi vestiti da pagliacci ed ambiente vistoso. Qui in Qatar è esattamente la stessa cosa ma con il valet parking gratuito.
Si comincia nel pomeriggio con una prenotazione che porta via mediamente 8 minuti fra chiamata al numero generale, centralino, rimanga in attesa, primo numero che non suona, centralino, secondo numero, salve sono Svetlana (pure se è un ristorante siriano copto) e finalmente si riesce a prenotare dando tutti gli estremi fino al casellario giudiziario ed i carichi pendenti. Alla fine della telefonata la cameriera lituana ripete per filo e per segno, forse grazie ad appunti stenografati, l’intera conversazione e chiede conferma con una procedura degna di un espianto d’organi o di un acquisto di bond greci.
Le prime schermaglie di quella che sarà una lunga serata di battaglia si hanno con gli addetti al parcheggio per convincerli a non usare la mia auto come cassonetto per gli oli esausti. Solo con grande fatica riesco a consegnare loro le chiavi col patto che possano stoccarla provvisoriamente dietro una siepe per non offendere il gusto dei possessori di auto uscite dai fumetti di flash gordon e pagate con cifre che farebbero esitare anche Ibrahimovic. (il capitolo auto sarà trattato nella prossima uscita).

In ognuno di questi ristoranti in numero del personale sarebbe sufficiente a muovere la flotta di trireme di Serse per cui generalmente si viene scortati al tavolo da un paio di ossequiosi camerieri ai lati come delfini con un petroliera, consegnati al proprio attendente mentre qualcun altro si occupa dei dettagli e declama le meraviglie del menù realizzato in genere da qualche imbecille di cuoco stellato che sciorina le virtù di ingredienti di solito usati per armi da fuoco come il salnitro o il catrame.
Per un’anima semplice come la mia l’unica scelta possibile di solito è scegliere il piatto con meno ingredienti (mai meno di 7) che per qualche motivo è sempre il più caro della lista.
Difficilmente in questi posti una persona normale riesce ad alzarsi sazia. Ogni piatto è presentato con un minuto di peana atto a lodarne l’impiattamento in cui la capasanta è stata scolpita da un monaco shintoista a forma di venere del botticelli con gli spaghetti d’alga a mo’ di capelli ma il contenuto edibile di ogni portata è certamente al di sotto dei requisiti minimi dell’OMS.

Avere uno stuolo di valletti fa almeno si che il bicchiere non sia mai vuoto per cui, con un rapporto cibo/alcool assolutamente sbilanciato sul secondo (non difficilissimo visto che il numeratore è infinitesimo), si raggiunge velocemente uno stato di euforia abbastanza persistente che aiuta al momento del conto. La prima volta ho pensato mi fosse stato chiesto di onorare l’ultima rata dei debiti di guerra degli imperi centrali stabiliti nella pace di Versailles e mi sono indignato reclamando la vittoria mutilata alla D’Annunzio ma ora generalmente sorrido complice di questo carrozzone in cui con una mano vieni pagato al mattino e con l’altra te rapinano in serata in un magnifico equilibrio degno di un alchimista. La bara non ha tasche.

Next: automobili da sboroni

agosto 7, 2015 Posted by | Editoriali | 3 commenti

Cronache Qatariote, mese 1

Prologo
D’ora in aventi le cronache potrebbero avere una grammatica leggermente incerta. A parte la demenza che non può essere definite senile perché l’ho sempre avuta la ragione principale è una tastiera priva di qualsiasi carattere special e con parecchi tasti invertiti che mi fa bestemmiare alle divinità sumere ogni volta che cerco un accento grave od acuto. Siate pazienti

Capitolo primo: armatevi e partite

Era da più di un anno che l’ottimo amico Matteo mi corteggiava per farmi cambiare lavoro. Curiosamente questo flirt non si era mai originato quando viveva nella florida Copenaghen ma solo dal suo trasferimento a Doha per cui magari qualche campanello avrebbe dovuto suonare anche visto il fatto che chiunque avessi informato della possibilità, avesse mostrato per la mia futura residenza lo stesso entusiasmo che suscita un peto in un coro polifonico.

Per chi non ha fatto della geografia la propria missione di vita Doha è la capitale del Qatar, piccola penisola del golfo persico nota in tutto il mondo unicamente per la sponsorizzazione farlocca al Barcellona figlia di una quantità sterminata di danaro che i locali spendono con la saggezza di un bambino ricco in un centro commerciale fatto solo di gelato e videogiochi tenuti insieme dalla Nutella.
In ogni caso, come dicono in quelli di Oxford “dallo e dallo si piega pure lo metallo” per cui di fronte a tanta insistenza ed una fetta cospicua del succitato denaro ho chiuso una valigia grande come la Nimiz e sono partito per questa nuova avventura.

Da ora in Avanti, salvo imprevisti, questo sfogatoio servirà soprattutto a dare notizie, gossip e futilità alla mia famiglia ed ai fruitori a casaccio ma soprattutto ad evitare che da qui a qualche anno io parli come gli emigrati a broccolino dei film di Scorsese.

Sono partito il 16 giugno, un mese è passato e finalmente posso tracciare un primo bilancio.

I campanelli sono diventate le trombe di Gerico dal secondo in cui sono sceso dall’aereo.
Nemmeno mia madre se fossi uscito da 8 anni di prigionia in mano all’anonima sarda mi avrebbe dedicato lo stesso entusiasmo che mi ha mostrato l’ufficio del personale e questo può definirsi quanto meno strano visto che è risaputo come il primodipartimento  HR fosse il un progetto di Himmler, poi scartato perché troppo inumano, prima della fondazione delle SS.

Mi era stato riservato un programma fittissimo che copriva tutto: autista con cartello, camera all’Hyatt grande come i distinti sud, prelievo il giorno successivo per sbrigare tutte le pratiche burocratiche e ufficio pronto dove mi aspettava il pc, il cellulare e la richiesta firmata dal capo per la macchina. Nel pomeriggio, sempre portato e riverito, un giro per fare un po’ di spesa perché mi avrebbero consegnato la casa verso sera. Ecco casa forse è un termine riduttivo perché l’ingresso dell’appartamento consiste in un salone da 60 mq con terrazzo grande uguale e svariati ammennicoli. Per non sprecare tutto questo spazio utilizzo una stanza da letto solo come ripostiglio per le scarpe e per le valige.

In cambio ti tutto questo a gratis i turni di lavoro spaventerebbero i lavoratori delle miniere di Golconda. 12 ore minimo al giorno 6/7, quando serve 7/7. Ora non mi lamento, credo sia giusto che quando ti trattino così tu ti debba fare il culo a secchio ma diciamo che l’ultimo anno e mezzo di Enel con ritmi da ufficio della motorizzazione di Atene un pochino mi avevano disabituato. Inoltre sono arrivato all’inizio del Ramadan, il sacro mese del digiuno, e  questo ha facilitato le cose perché qui i negozi negli ultimi 30 gg erano aperti solo dalle 20 in poi e per strada durante il giorno incontri meno gente che ad un raduno del partito comunista di Chamonix per cui che altro vuoi fare se non lavorare?

Un po’ alla volta mi sto integrando, non conosco ancora bene la città ma solo il quadrante dove vivo io, una specie di Olgiata se Dio vuole senza laziali, in cui tutto è non solo a portata di mano ma se nemmeno ti va di fare lo sforzo ti viene portato a gratis sull’uscio della porta di casa. Non sono certo di poter rinunciare all’omino che mi sguscia i gamberetti uno alla volta o a quello che regge le buste per quello che mi mette a posto la spesa quando tornerò nel mondo cosiddetto civile.

To be continued, next: “ristoranti, supermecati ed automobili sborone”

luglio 17, 2015 Posted by | Editoriali | 3 commenti

Cronache coreane #3: arti e mestieri, infanzia, architettura e cibo

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Sebbene il titolo del post possa far pensare a molteplici temi, tutti (forse ad esclusione del cibo) si possono riassumere in una sola parola: Stato centralista. Se siete figli dei fiori, anarchici bombaroli, gitani col carrozzone, amanti della libera impresa, mi dispiace ma avete sbagliato coordinate di un paio di paralleli.

Qua decide uno solo, di cognome fa Kim e non è quello che vedete sui giornali tutti i giorni ma suo nonno scomparso 20 anni fa. Il solco è stato tracciato e ce dovete stà.

Quando si chiede ad un nord coreano se il suo sia un paese marxista risponde vigorosamente di no. Il modello adottato è quello della Djouthè, un socialismo autarchico totale in cui tutto si produce in casa.
20150419_145058Sarebbe facile rispondere “graziearcazzo, siete sotto embargo dal ‘53” perché di fatto è come la storia dell’uovo e della gallina. Non si capisce se l’idea sia venuta perché nel paese non entra nemmeno uno spillo o se lo spillo non entri perché un paese del genere possa essere considerato un buon partner commerciale solamente  dall’imperatore Ming (non il cinese ma quello di Flash Gordon) o da Atlantide. Basti pensare che il confine con la Cina (unico interlocutore possibile) è definito da un fiume lungo  800 km e largo 1000 metri in cui ci sono 5 ponti. Due sono distrutti dai tempi della guerra, uno è chiuso per motivi sconosciuto ai più, uno è carrabile ma devi fare l’antitetanica per percorrerlo ed uno è bellissimo, nuovo, futuristico costruito dai volenterosi vicini come simbolo di amicizia in tipo 4 giorni e mezzo. Funziona? No! E’ chiuso perché dal lato coreano finisce in una marana piena di zanzare visto che non si è ritenuto importante fare la strada che lo collegasse alla città.

Infanzia ed arti e mestieri sono legate a filo doppissimo. Come tutti i paesi di filosofia socialista la scolarizzazione è severa e molto efficace.

I bambini di tutte le classi sociali vanno a scuola senza nessuna eccezione. Vitto, abbigliamento, libri di testo sono forniti dallo stato che in cambio si aspetta massimo impegno. Le materie sono praticamente le stesse a parte la storia che forse potrebbe essere leggermente orientata al revisionismo patriottico. Le due scuole che ho visitato avevano entrambe tre stanze per la prima infanzia in cui erano riprodotti stile presepe i luoghi natali del padre della patria, di sua moglie e del futuro maresciallo. Li i bambini imparano ad amare i leader, a credere nello stato, nell’unità improcrastinabile della corea e che giapponesi ed americani sono dei gran cornuti, fatto magari storiograficamente colorito ma innegabile.

Molte attività di gioco sono improntate al combattimento, ogni parco ha il tiro a segno e spesso le sagome hanno la forma di soldati stelle e strisce, giusto per stemperare.

20150417_143615Tutti devono andare a scuola fino al liceo ma solo il 5% selezionato in base alle capacità è avviato all’università. Chi non prosegue gli studi di solito percorre la tradizione familiare affiancando i genitori nella loro attività.

A questo punto ci sarebbe da discutere per ore se la teocrazia (aivoglia a dire cotica ma uno stato comandato da un caro estinto questo è)  sia un prezzo accettabile  per avere un paese che offre diritto paritario all’istruzione, una meritocrazia manichea in cui solo i più bravi e determinati possano avere accesso alle risorse limitate o se sia preferibile il nostro modello in cui uno studente di 32 anni, iscritto al 12° anno fuori corso di letteratura spagnola centro americana, può presentarsi all’esame con un posacenere incastonato nel lobo dell’orecchio ed apostrofare il docente con “scialla professo’ ” ma lascerei il dibattito per un prossimo simposio dal titolo “alfabetizzazione e suffragio universale: i grandi flagelli dell’occidente”.

Terminati gli studi lo stato chiede a tutti i maschi abili un servizio volontario di leva. La durata è variabile a seconda del beneficio che la tua istruzione possa dare al paese. Se sei diventato uno scienziato missilistico allora  potresti cavartela con una leva di 3 anni, se invece il tuo massimo contributo è stato realizzare la più grande stalattite di caccole della nazione sotto il banco allora ahitè ti toccano 8 anni belli freschi di naja in cui lo stato ti utilizza come forza lavoro per il bene pubblico.

Ci è stato spiegato  che sebbene non obbligatorio il servizio militate è molto, molto raccomandato.

Chi non l’ha fatto probabilmente non solo non avrà un lavoro dignitoso ma verosimilmente sarà costretto ad una vita di onanismo visto che (lezione a pappardella) le donne con cui abbiamo parlato hanno detto tutte che un uomo per poter essere un marito deve essere tre cose in ordine di importanza:

  • Un soldato
  • Un iscritto al partito
  • Colto e gentile

Servita la patria ogni coreano è pronto per fare il lavoro per cui è stato selezionato. Qui forse la rigidità dello stato è meno apprezzabile. Hai talento per i numeri ma volevi fare il ballerina (cit)? Sti cazzi, prendi in mano un bel regolo e vai a fare i conti. Le velleità artistiche tienile per quando ti reincarnerai sotto il 38° parallelo.

Il lavoro che fai in genere condiziona moltissimo anche come e dove vivi. Per risparmiare tempo e carburante la città è divisa in zone funzionali in cui una quota degli edifici è ad uso ufficio e la restante è uso abitativo per chi ci lavora. In pratica Pyongyang è divisa in gilde proprio come era Roma ai tempi dei papi per cui non solo ti tocca fare un lavoro che magari non ti piace ma devi anche vivere insieme ai tuoi colleghi vita natural durante nel palazzo dei matematici immaginando le matte risate alle assemblee di condominio per il calcolo dei millesimi.

La nuovissima architettura fra l’altro non è nemmeno male. A fianco di mamozzoni sovietici come i vari palazzi per congressi, archi di trionfo e compagnia bella, stanno sorgendo belle costruzioni interessanti anche se nulla è lasciato al caso. Il numero degli scalini per il parco monumentale della guerra? Uguale al numero dei caduti.

20150414_141813Quanti mattoni compongono la costruzione più imponente della città? 25525 ossia i giorni in cui il caro leader ha guidato il paese e pazienza se dovessero servire due foratini in più per finire il soffitto del cesso all’ultimo piano. Il simbolismo vale di più di orinare al caldo!

Rimane da esplorare solo la cucina ma il viaggio è infelice e brevissimo. Purtroppo ho il sospetto che per tutta la durata del mio soggiorno mi siano stati somministrati piatti edulcorati per stranieri perché a parte l’onnipresente Kimchi (una specie di crauto piccante all’aglio) il cibo ha rappresentato la vera grande delusione del viaggio.

Le variazioni sul pasto del reparto dialisi del San Camillo sono minime. Piatti dai sapori tenui, freddini ed un po’ unti hanno rappresentato la mia dieta per due settimane.
Come nota di colore posso dire che i coreani fanno un gran cosumo di una specie di stoccafisso ma non lo reidratano e cucinano come noi bensì lo masticano tipo big bubble sui mezzi di trasporto. Dopo 8 ore di treno al merluzzo tutta la benevole condiscendenza verso questo fiero popolo va a perdersi nella ricerca di un piatto di bucatini e sopratutto di un deodorante per ambienti. L’unica pietanza degna di minima menzione quella tipica per i matrimoni ossia tagliolini di soia serviti di proposito freddi (almeno stavolta era voluto) ammischiati con la qualunque. Buoni per carità non dico di no ma se provassi a servirli ai miei amici alle mie ipotetiche nozze sarei fortunato se finissi solo appeso ad una trave per gli alluci.

maggio 20, 2015 Posted by | Editoriali | 1 commento

Cronache coreane, parte seconda

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A tutti quelli che mi chiedono cosa mi abbia spinto a visitare la Corea del Nord davvero non so cosa rispondere. L’unica cosa che avrei davvero voluto vedere, le spettacolari coreografie di massa in cui 150 mila persone disegnano con cartoccetti colorati scene bucoliche, mitologia classica e l’agiografia del glorioso leader, non le ho viste perché a causa della recessione non si tengono da un paio di anni per cui sono partito con qualcosa  in testa a metà fra i racconti dei miei genitori sull’unione sovietica degli anni ’70 e l’isola del dottor No del primo film di 007. Impossibile rimanere delusi se il biglietto da visita è rappresentato da un trasferimento aereo su un Tupolev dell’82 allietati da 2 ore di marce patriottiche interpretate dalle Spice Girls in  divisa dell’esercito marrone cupo sul monitor di un Commodore 64.

Diificle però poter etichettare il paese come illiberale. La sensazione costante è di essere su di un percorso ricreativo da cui è sconsigliato dirazzare anche se di fatto vige il motto delle nonne: “chiedere è lecito rispondere è cortesia”. Non esiste un vademecum di quello che è lecito e quello che no ma chiunque non sia irremediabilmente cretino apprenderà molto, molto in fretta la lezione per cui non si riceverà mai un rifiuto a qualsiasi richiesta ma le frasi “under maintenance” o “it’s not in our traditions” vogliono più o meno dire “se lo chiedi un’altra volta sarai sparato sul sole con un missile balistico difettoso”.

A parte questo l’accoglienza è molto calorosa fin dalla procedura piuttosto bonaria di ingresso nel paese . Mi aspettavo un sacco in testa tipo coscritti della regia marina inglese ed invece il modulo della dogana richiede solo che si indichi quali e quanti pc\telefoni\Ipad si posseggano ma il controllo sul bagaglio è praticamente inesistente. Tutte le raccomandazioni di non portare libri, guide ed opuscoli sembrano abbastanza sovrastimate anche se esiste sempre un fortunato per gruppo che viene sorteggiato, perquisito come solo ad una fidanzata dovrebbe essere permesso fare e la cui valigia viene sezionata in particelle quantiche.

All’uscita  ogni gruppo è affidato ad un’organizzazione rigorosa che fa sembrare l’unione delle banche svizzere una friggitoria del Vomero. Due guide per evitare che una sola possa essere influenzata dagli occidentali, sempre un uomo ed una donna rigorosamente coniugati (non fra di loro), un autista locale in rigorosi guanti blu loquace come Oddjob (quarda caso personaggio coreano) più un accompagnatore dell’agenzia di pechino (inglese). Per la nostra sicurezza ci chiedono il passaporto, il visto e cortesemente di non allontanarci mai a più di 10 metri da loro tipo mamma oca con l’imprinting.

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Questa storia della nostra sicurezza verrà riproposta ogni santo giorno; sulla metropolitana, in albergo, nei musei come se la Corea fosse la Nigeria in mano a Boko Aram quando Il coreano medio è minaccioso come l’omino della Bialetti, sorride sempre e guarda gli stranieri con un misto di genuino stupore e curiosità.

In una decina di giorni il rischio più grande che  si possa correre è rappresentato dai bambini che non sono avvezzi agli stranieri la cui presenza media nel paese secondo me è sui 30-40 in tutto al giorno e che quindi vogliono giocare con questi animaletti buffi con gli occhi tondi. Con diffidenza imperialista mi viene da pensare che questa questione di proteggerci possa essere un po’ una minchiata ma giacché siamo in ballo, balliamo.

Le nostre guide sono il signor Li, che con calore e simpatia ci invita a chiamarlo “signor Li” e la signora Ho che per non apparire fredda si espone e ci concede di chiamarla “signora Ho”.

Nel discorso di benvenuto signor Li ci parla del fatto che il suo sia un paese aperto al turismo a patto di rispettare le semplici istruzioni che ci vengono date. Per gli occasionali Pierini (tipo me) lascia cadere con noncuranza l’aneddoto di un turista americano burlone che ha fatto battute e lazzi sulla guerra, sui giapponesi, sulla loro forma di governo e sugli amati leader. Il fottuto yankee se l’è cavata con la memory stick smagnetizzata, fermo alla dogana in uscita per fargli stringere le natiche e richiesta formale di una lettera convinta di scuse per uscire dal paese. Praticamente uno scapaccione mediatico molto ben meritato nell’immortale insegnamento di “punirne uno per educarne cento”. Sono immediatamente soggiogato dallo modello coreano.

La signora Ho con il suo fare bonario per i primi tre giorni spiccica in tutto parole 4, un pelo meno loquace dei gargoyle che ornano la cattedrale di Notre Dame ma come dischiude l’ugola sfodera una voce da soprano degna di un teatro dell’opera. Il signor Li non è da meno e sulle orme di Albano Carrisi affianca la sua Romina in un duetto leggendario svelandoci il primo fatto straordinario: tutti i coreani cantano. Quando dico tutti intendo il 99.8 % della popolazione ed il livello fa impallidire chiunque abbia preso un microfono in mano.

Essendo consapevoli del loro talento in ogni ristorante o locale c’è un Karaoke per cui in 9 cene abbiamo assistito a 9 rappresentazioni canore di cameriere, accompagnatrici, guide ed astanti vari. Certo il repertorio non è proprio vastissimo per cui alla quarta variazione de “o surdat inammurate” coreano l’interesse potrebbe scemare ma è tale il pathos con cui viene interpretata da far soprassedere dall’intento di mutilare i propri timpani con le bacchette che in questo paese sono di metallo e non di legno forse proprio per favorire l’ipoacusia autoindotta..

To be continued (arti e mestieri, architettura e cibo)

maggio 6, 2015 Posted by | Editoriali | 2 commenti

Cronache Coreane, parte prima

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Tanti anni fa, nemmeno ricordo più quanti, in una conversazione fra amici si parlava di spese esagerate e di soldi buttati al cesso per frivolezze. Anticipando Papa Francesco di  almeno un paio di lustri approvai non so quale acquisto dissennato con la frase che da allora mi perseguita “la bara non ha tasche”.

Non ho mai rinnegato questa weltanschauung anche se, a causa di un’educazione spartana, quando compro qualcosa per me provo un certo senso di vergogna pensando alla cartamoneta che scivola nel water.

A parte casi sporadici, oggetti assolutamente irrinunciabili per  qualsiasi uomo si voglia definire parte del consesso civile come la morte nera della Lego, preferisco spendere per beni intangibili che una volta consumati non restino li a fissarmi con rimprovero come il fantasma dei natali passati: regali per la famiglia e gli amici, cibo, vino e soprattutto viaggi.

Le mete sono scelte spesso in preda a raptus, causa un po’ di fenomenite ed la voglia stile star trek  di andare li dove nessun uomo è andato prima. Essendomi preclusi i satelliti di Marte, l’antartico e casa di Belen (li la condizione di esclusività decade ma me ne farei una ragione) ho optato per la Repubblica Democratica Popolare di Korea, meglio nota come la Corea del Nord.

Ora direte voi..e che cacchio c’è in Corea? Nessuno lo sa, neppure io prima di andarci e prova ne è il fatto che la Lonley Planet dedichi all’intero paese 32 pagine di cui 16 sul motivo per cui non dovreste andarci.
Per capire l’esiguità di informazioni la stessa collana dedica a Roma un volume da 400 pagine per cui tutta a tutta la DPRK sono dedicati meno fogli che al mio condominio.

Visitare questo paese misterioso però non è affatto facile, è una specie di Molise asiatico. Nessuno ne conosce l’ubicazione esatta, molti lo  mettono erroneamente vicino alle ex colonie francesi pensando ad un posto con palmette, banane e cappelli a cono e soprattutto è impossibile trovare qualcuno che ci sia stato. Le somiglianze con Isernia sono in effetti molte.

Alcune informazione riferite di amici di amici mi avevano indirizzato verso un’agenzia a Pechino ammanicata col governo che organizzava tour di un paio di settimane a prezzi da borsa nera per un numero limitatissimo di persone. Con grande delusione avevo ricevuto risposta negativa alla mia richiesta non tanto per l’esclusività ma perché, causa misteriosi motivi di salute pubblica, la Corea aveva chiuso le frontiere da 7 mesi e nessuno straniero era ammesso ma volendo avrei potuto lasciare un acconto per poter prenotare il primo posto disponibile.

Avendo ancora il cuore di un adolescente brufoloso, il rifiuto ha generato in me una voglia smaniosa di visitare questo luogo proibito pur non sapendo se m’attendesse Shangri-La o la versione orientale di Cosenza quando la mia costanza è stata premiata da una riapertura inattesa previo saldo di una rata del debito greco verso la Troika.

Che non sarebbe stata una vacanza normale l’avrei dovuto capire del briefing in Cina prima di partire in cui di fatto le uniche due raccomandazioni sono state:

  • Sull’aereo vi daranno una copia del giornale che avrà sicuramente l’effige del leader. Per carità di dio non lo piegate e non lo mettete nella tasca porta oggetti
  • Potete fare quasi liberamente le foto ma ogni scatto alle immagine dei passati leader deve includere i piedi

Per chi non sapesse nulla della Corea del nord (non è simpatico ed è fortemente sconsigliato chiamarli così in loro presenza) alcuni cenni storici che vi aiuteranno ad inquadrarla.

Sede di un paio di dinastie millenarie, i coreani sono stati sempre i Sardi dell’Asia. Hanno una loro lingua, un loro alfabeto (non usano gli ideogrammi), un’identità molto forte che li ha spinti a sanguinose resistenze contro cinesi, mongoli e tutti i popoli invasori fino a che ad inizio ‘900 sono stati massacrati dai Giapponesi che hanno fatto carne di porco del paese. A metà anni 30 è partita una guerra partigiana che è finita nel 45 con la ritirata dei nipponici, 5 anni di assestamento, un’altra sanguinosissima guerra civile fortemente sponsorizzata da cinesi ed americani ed uno stato finale che ha lasciato il paese esattamente come la Germania invertendo l’asse di divisione. A sud coca cola, lucette, macchinette e cotillons, a nord un austero stato socialista. I tedeschi dopo un po’ vivaddio ci hanno ripensato, qui il confine è un bel campo minato largo 2 km e lungo tutto il 38°parallelo come segno costante della distensione e della bonomia fra i due blocchi.

La prima cosa che colpisce entrando il DPRK è il visto che ti viene fatto vedere per circa 15 minuti e poi immediatamente ritirato insieme al passaporto. Nello spazio per la data è riportato 104 alla voce “anno”.

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Mi viene spiegato che li il conteggio parte dall’anno di nascita del padre della patria.. aaaaaaaaaaaannnamo proprio bene! Si perché, sempre per chi non lo sapesse, il presidente Kim Il Sung, nonostante si venuto a mancare più di 20 anni fa secondo la costituzione è ancora in carica, tutti i palazzi (non alcuni, tutti dall’asilo allo zoo) recano la sua effige e qualsiasi frase mi sarà proferita da un coreano conterrà il suo nome, preferibilmente come incipit.

To be continued

 

aprile 30, 2015 Posted by | Editoriali | 1 commento

La direttora (mortacci vostra, tze, tze)

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Prologo
Per volontà di un membro femminile della mia famiglia la cui identità sarà protetta dall’anonimato usando solo la cifratura del nome, M.P.R.M., il brano è stato emendato dalle volgarità ritenute eccessive.

Svariati post di questo sfogatoio sono stati dedicati all’enumerazione dei miei difetti. Il limite di 10 terabyte ha causato una versione ristretta di questa lista ma nemmeno la ex più avvelenata ed incarognita (sicuramente a ragione) potrebbe annoverarvi il maschilismo.
Anche se 7 anni di ingegneria avrebbero potuto sviluppare una misoginia in stile ISIS radicale a furia di 23 regalati a generose scollature e tanga ammiccanti ho rintuzzato questi sentimenti beceri grazie al fatto che questo non costituisca reato (non è possibile condannare né un uomo che supplica per un bicchiere d’acqua in un deserto di progesterone né colei che si fa pagare il giusto prezzo per generare una ridda di sogni zozzi)  ma sopratutto ad una educazione ferrea di un pool di donne con più palle di un campo da golf durante i PGA Master. Lo so, la metafora è sessita ma quella sulle ovaie mi sembrava troppo intima e scostumata.

Mia nonna materna era una matematica, insegnante ed alla veneranda età di 80 anni ha cacciato uno scippatore a morsi. Quella paterna, insegnate anch’ella, scendeva saltellando dal Gran Sasso innevato per raccogliere i crochi bullandosi delle slavine. Mia madre, oltre ad aver cresciuto me (grado di difficoltà 9.2 nella scala Richter), girava per l’Europa ed il mondo sedendosi a tavola in posti tipo Versailles, non da Gigi il Troione. In ultimo mia sorella che parla 6 lingue, due lauree, restituisce all’antica bellezza opere che valgono come il PIL della Svezia ed ha portato a cena a casa nostra il ministro dello sport Cubano ed una medaglia di bronzo ai mondiali di atletica, ‘na cosetta.

Questo trust di cervelli stilosi ha impresso nel mio midollo allungato un rispetto a metà fra superstizione e scienza per il gentil sesso che non è mai stato identificato come “differente” a parte la necessità di abbassare la tavoletta del xxxx ma semplicemente complementare.

Il senso di uguaglianza  intrinsecamente radicato non è mai stato scalfito se  non da uno sfortunato episodio della mia primissima adolescenza, credo sui 12 anni al massimo.
Mia madre era venuta raccattarmi presso qualche campo di calcetto e la tappa successiva era riprendere mia sorella, donna molto più acculturata, che passava il pomeriggio impegnata nel sociale presso il collettivo femminile.

Non sapevo né onestamente ero interessato a cosa fosse un collettivo ma l’impossibilità di trovare parcheggio aveva spinto mia madre alla doppia fila e conseguentemente toccava a me cercare Chicca per comunicarle il nostro arrivo. I cellulari erano solo le camionette della polizia all’epoca.

La porta del centro sociale occupato era presidiata da una lella che nella mia memoria traumatizzata rimarrà simile ai punk post apocalittici di Ken Shiro: giubbotto jeans smanicato, cresta, borchie e tatuaggi. Probabilmente era una mite collezionista di coleotteri ma io me la ricordo così. Per chi non mi conosca, già ora ho un aspetto abbastanza mite ma a 12 anni ero minaccioso e testosteronico quanto Pikaciu dei Pokemon per cui fui sopreso quando il bulldog che mi stoppò sull’uscio tipo vampiro con una chiesa ringhiando: “fermo tu, dove vai?” con la deferenza di un lebbroso afono risposi : “ciao scusa, cercavo Francesca, sono suo fratello” “tu non puoi entrare perche sei maschio” li m’è scesa la catena ed ho replicato di rabbia con l’unica cosa sessista cosciente della mia vita “allora vaffanculo e valla a chiamare te” abbassando il tono di tre ottave e facendo balenare del fuoco infernale sul fondo degli occhi da bambi. Come sia stata sedata la rissa, verbale, che ne è seguita non me lo ricordo ma sono ragionevolmente certo che ci sia voluto del curaro per me ed un pungolo da bestiame per il molosso alla porta.

Da allora sono passati 28 lunghi anni di rispetto e cortesia legate ad un codice d’educazione che a quanto pare ora è diventato sessista e discriminatorio: le porte aperte, i fiori, l’aspettare che una ragazza rientri al portone, cose del genere pare siano gesti che impongono la predominanza maschile.. io li chiamo buona creanza e me ne batto, col dovuto rispetto, le biglie.

A peggiorare il mio senso di insofferenza per questa nuova generazione di presunte femministe inutili è stato l’arrivo del circo Boldrini in città con la sua elezione a presidentessa della camera. Mamma ha accolto la notizia con giubilo perché la sua esperienza con la sopracitata era stata molto felice e me l’ha dipinta come persona sensibile, capace ed esperta della cooperazione internazione volta alla salvaguardia dei migranti. Perché membro non ha continuato a fare quello dico io?

Sono 3 anni che mi tocca sentire una cazzimmosa e nasale vocina che spende denaro pubblico per la promozione di studi che diffondano termini inesistenti come presidenta, giudicia, onorevola e qualsiasi altro termine sgraziato che ricordi il titolo di un film con Bombolo e Nadia Cassini. Ma suina la maialissima zozza anzi suino il maialissimo zozzo perché altrimenti si rischia una sanzione, passi (ma anche no) l’inventarsi vocaboli senza senso perché non esiste l’equivalente femminile ma che fallo, presidenta no!! Non lo so perché la parola presidentessa non vada bene ma i danni che il clone femminile dello spaventapasseri del mago di Oz sta facendo alla già martoriata grammatica italiana sono insopportabili e stanno intaccando il buon senso di base come  dimostra il manifesto inviatomi da fonte anonima e sdegnata. L’emancipazione femminile credo subisca più danni con questa baracconata che con dieci visioni di 50 sfumature di grigio.

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Aspetto a breve un bel decreto legge che abbassi l’altezza dei cessi a un metro e mezzo per fare tutti la pipì da seduti ed un corpo di polizia che una volta al mese colpisca gli uomini al naso per farci sanguinare per solidarietà.

Pagliaccia!

PS
A nome della parità dei sessi pretendo che i vocabolari di tutte le famiglie italiane siano corretti a spese dello stato inserendo i seguenti lemmi: Gesuito, internisto, pediatro, qualunquisto, astronauto e che i termini abigui (l’idea non è mia) come comandante siano suddivisi in comandanta e comandanto. E’ il minimo.

marzo 11, 2015 Posted by | Editoriali | 2 commenti

Masterceppa!

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Normalmente non rileggo mai quello che scrivo. Mosso per lo più da fastidio e saccenteria quando vengo colpito dal sacro fuoco mi metto alla tastiera e quello che viene fuori, viene fuori. Tipo Kerouac con il famoso rotolo di carta per fax.

Queste poche righe invece erano rimaste li, buttate in un cantuccio telematico da quasi venti giorni perché il tema era stato dibattuto da tempo ma non ero proprio convinto soprattutto perché parlavano di due grandi amici, due fratelli che però alla fin fine meritano di essere bastonati come tutti gli altri, senza troppa indulgenza.

L’attentato di Sarajevo però mancava, almeno fino a lunedì sera, ore 23:50. L’ottimo Gepi ed io stavamo rientrando a casa dopo una serata delittuosa allo stadio olimpico cominciata ben prima in un pub aperto solo per noi. La Roma aveva appena buttato nel cesso le residue ed esigue possibilità di  scudetto ma ne avevamo una percezione sfumata perché un altro membro della brigata aveva avuto la felice intuizione di portare un amico irlandese che, per ricambiare il nostro calore, s’era sdebitato comprando 40 birre in 90 minuti. Con quaranta, non voglio dire un numero elevato per fare il fenomeno ma proprio 8X5.. essendo noi 7 potrete capire la gravità della situazione che non mi rendeva proprio incline al confronto dialettico.

A metà dell’olimpica, con la testa fuori dal finestrino tipo golden retriever per snebbiare la mente, torno in me quando Gepi risponde ad una telefonata del carissimo Francesco che avevamo appena lasciato al parcheggio. “Sarà successo qualcosa” penso io, “vorrà parlare della partita condendola con qualche sana Madonna” suppongo ed invece la chiamata prossima la mezzanotte è per… una visione collettiva della finale di master chef!

Ora, Francesco è quello che in qualche post fa ho invitato a comprare un pela patate perché fino ai 40 anni non aveva mai sbucciato una mela e Gepi è uno che può mangiarsi un pacco di tortellini crudi perché non gli va di mettere l’acqua sul fuoco, cosa cazzo ve guardate master chef?

Un pelato che parla come “quelo”, un cuoco che mette l’aglio nella carbonara ed un altro che sembra Oreste Lionello con i crampi per stipsi perché dovrebbero rappresentare il gotha della cucina italiana? Che cazzo mi significano? Fra l’altro i miei due amici (e rispettive mogli) sono il pubblico tipico di questa minchiata di trasmissione, gente che in cucina ci stende i panni o al massimo ci entra quando vuole visitare un posto che non ha mai visto… allora mi chiedo io.. cosa cavolo vi vedere a fare un programma del genere se poi l’ultima volta che avete cucinato è quando vi siete mangiati le unghie?
Cazzo è come guardare youporn senza farsi le pippe, è inumano!

Già che ci sono mi levo un altro sassolino che tenevo da parte da un paio di settimane.

Un premio, per quanto sia prestigioso, non è una patente di qualità. Comprare libri che vincono i concorsi letterari è una stronzata. Sappiate che le case editrici si spartiscono i vincitori a tavolino ogni anno per cui se volete sfoggiare cultura e vi comprate il premio Strega fate prima ad andare in Egitto, farvi estrarre il cervello dal naso con un uncino alla vecchia maniera, riporlo in un canopo e farne bella mostra su di una mensola, tanto non ne fate uso alcuno.

Allo stesso modo, credere che la palma di Cannes, l’orso di Berlino, il leone di Venezia, il Cicorione di Frascati e peggio di tutti l’oscar individuino il cinema di qualità equivale ritenere che la vendita dell’isola di Manhattan per 24 dollari ed una manciata di perline e specchietti sia stato un discreto affare immobiliare.

Gli oscar sono il tentativo triste con cui un mercato in cui incassano solo film con botti, astronavi, elfi e culi prova a darsi un minimo di dignità premiando film in cui generalmente un depresso affetto da qualche malattia mainstream si invaghisce di un’anoressica nativa americana sullo sfondo del midwest agricolo in sfacelo.

Volete una prova? Questi i più accreditati prima della serata sul red carpet.

  • American Sniper, unico film di spessore che parla di reduci strippati e come tutti i film di qualità non è stato considerato
  • Gran Budapest hotel, un film inspiegabilmente divertente che (vedi sopra) infatti non è stato cacato di striscio. Per il prossimo film consiglio al povero Wes Anderson di metterci un cagnolino epilettico e la statuetta non gli potrà sfuggire
  • Boyhood, una puntata di 12 anni della famiglia Bradford emozionante come fissare una sequoia che cresce
  • The imitation game, film discreto in cui un matematico omosessuale con problemi relazionali rimorchia una gnocca. Praticamente fantascienza se siete mai entrati nella facoltà di matematica
  • La teoria del tutto, altro film in cui un fisico rimorchia. Anche qui per fare inumidire gli occhi c’è una bella malattia degenerativa.
  • Birdman, 130 minuti di piano sequenza (ammirevole) in cui quattro depressi si immalinconiscono fino a tentare a turno vari suicidi
  • Selma, nemmeno hanno invitato il regista per cui male non deve essere

Credo che il cinema, come ogni cosa vivente, abbia esaurito il suo periodo fertile ed abbia finito le storie da raccontare. Non è colpa di nessuno però aspettarsi che  una mucca impagliata dia ancora del latte non è proprio una mossa da gran scienziati.

Ps
Masterchef è stato vinto da tal STEFANO. Giovedì passatelo in maniera più costruttiva.

Ps 2
Ge’, Fra’ una volta buttavamo i pomeriggio a guitar hero.. non era meglio?

Ps3
Menzione d’onore per la signorina Denise, neo lettrice che non conosco ma che ha speso parole che nemmeno mia madre avrebbe usato. Grazie, di cuore.

marzo 4, 2015 Posted by | Editoriali | 2 commenti

Armageddon, epilogo necessario

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Una delle battute più memorabili di Pulp Fiction riguarda l’invecchiare: “Motherfuckers who thought their ass would age like wine. If you mean it turns to vinegar, it does. If you mean it gets better with age, it don’t.”

Ora non sono diventato così cinico e disilluso da sposarla in pieno, mi ritengo un pragmatico non un bisbetico, per cui la mia posizione è leggermente più temperata, semplicemente penso che da vecchi saremo le stesse persone che eravamo da ragazzi e che quindi un giovane, dinamico e spumeggiante stronzo sarà uno schifoso vecchiaccio. Nulla di più, nulla di meno. Ser Ciappelletto docet.

Esiste invece un foltissimo novero di persone che ritiene che l’età di per sé sia una patente di rispettabilità, una scusante aprioristica per qualsiasi comportamento. Ecco decisamente non sono fra questi. Una volta ebbi anche un litigio molto acceso con l’amico Luca perché reagii con un protocollo standard (auguri di morte, insulti alla progenie ed insinuazioni di coprofilia) quando un maledetto vegliardo mi tagliò la strada in macchina passando col rosso e mi fece pure il medio. Io volevo speronarlo e gettare la sua carcassa in un canale di acque nere ma Luca mi rimbrottò aspramente, diventando paladino del partito del vino che migliora (vedi sopra).

Di per se non è che io prepari agguati  agli anziani  tendendo lenze fuori dalla posta per farli inciampare o rimpiazzi il Kukident nei supermercati con la pasta al peperoncino, semplicemente sono poco incline ad attribuire benefici ad una categoria a gratis.

Credo che l’errore di Luca (ovviamente penso di essere nel giusto) derivi dal misurare gli anziani in base ai nostri nonni (o simili) che non erano vecchi, erano persone straordinarie, nate nel bisogno e forgiate nella difficoltà e che per fortuna nostra erano (soprav)vissute abbastanza per illuminare le nostre vite. Splendidi erano a vent’anni e meravigliosi sono rimasti quando, pazienti, provavano ad insegnarci a stare al mondo insieme ai nostri genitori.

Ora però i “nuovi” vecchi, delizioso ossimoro, sono una schiatta di persone abbastanza scialbe, esponenti di una generazione che di fatto non ha portato a casa nulla di particolarmente rilevante e che poco hanno da aggiungere. Se questi anziani almeno partivano con “quei genitori” e qualcosa hanno imparato attestandosi su una decente mediocrità sono semplicemente terrorizzato dai vecchi del futuro, versione imbiancata dei morlok a vita bassa che predano i centri commerciali ai giorni nostri.

L’altro giorno sul tram una signora con una meravigliosa testa bianca davanti a me finisce il suo cornetto, prende il fazzoletto di carta e lo butta per terra, non una svista, un gesto deliberato. Io alzo lo sguardo e comincio a fissarla  in stile Uri Geller nella speranza di fratturarle l’osso iliaco a colpi di occhiatacce per cui la signora, abbastanza pimpantella, ha raccolto il fazzoletto e lo incastra fra un vagone e l’altro soddisfatta di aver risolto l’inconveniente.

La megera coglie la mia espressione di disdoro e quasi oltraggiata replica: “non vorrà mica che lo metta in tasca o in borsa, ha toccato per terra ed ora è sporco, qualcuno pulirà”.

Una volta superato lo shock e dopo aver terminato di maledire i luminari della scienza medica che avevano allungato la vita di costei dai meritati 38 anni fino agli attuali 75, la vena della fronte ha cominciato a pulsare come un anaconda in fase digestiva per cui la signora, fiutando il peggio, ha attraversato tutto il vagone per scampare la giusta sorte, asfissia da kleenx lordo di catarro.

Come dicevo però non sono sono questi anziani che già stanno ai nostri nonni come le sottilette stanno al castelmagno a preoccuparmi ma i vecchi del 2050. Posto che non sono affatto certo di fare parte della categoria se un’afasia persistente non mi impedirà di farmi accoppare nel prossimo lustro, sono davvero preoccupato dall’involuzione della popolazione romana che già inizia a camminare appoggiando il dorso delle mani a terra e che in età avanzata, a rigor di antropologia comportamentale, dovrebbe passare le giornate a spidocchiarsi ed a tirare feci.

Prima di Natale, alla cassa del supermercato, ho assistito alla seguente scena. Lui, lei e figlioletto di nove anni, tutti rigorosamente in tuta e lui (dolore) con la tuta della Roma. Accanto ai soliti Ferrero Roches, lamette e cazzate varie il fantolino vede l’arbre magique della magica e comincia a richiedere insistentemente l’acquisto “Mooooocompri? Mooooocompri? Moooooocompri?” Il padre amorevolmente analizza l’oggetto e con fine spirito commenta “famme vede che cazzata hai trovato”.. annuisce e lo mette nel carrello. Il puttino estatico già immagina la futura collocazione ed esclama :“pensa che bello naa maghina de mamma” “chissancula tu madre”, dissolvenza, sipario, morte.

Ora Luca, mi chiedo.. questo signore invecchiando diventerà un benevolo patriarca come il nonno di Heidi o è meglio che comincio a far sellare i cavalli per l’apocalisse?

gennaio 7, 2015 Posted by | Editoriali | 6 commenti

Il luogo dell’anima. Spin off etologico.

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Esistono poi altri luoghi che anche se hai frequentato poco riescono ad entrarti dentro in un soffio. Capita con qualcuno ti ha vissuto intensamente anche se l’hai conosciuto appena e si dissolve come un sogno lasciando l’immagine di un sorriso e niente altro, capita con una musica che senti distrattamente e ti rimbalza in testa tutta la giornata, con quel film che hai visto all’arena a 8 anni e i cui fotogrammi ti sono rimasti sul fondo della retina, capita con il Cinodromo.

Ora, almeno per sentito dire, sono certo che tutti sappiano cosa sia un Cinodromo ma ho grossi, grossissimi dubbi che anche una sola delle persone che leggerà queste righe ci abbia mai messo piede. Questo racconto parla di un luogo che non esiste più perché purtroppo ha chiuso nel 2002 ma serve a far si che i bolscevichi animalisti non l’abbiano vinta con infami calunnie su un luogo incantato anche se invaso dalle zecche (non i comunisti).
Esattamente come gli ippodromi i cinodromi esplosero in tutta Europa a fine 800 per permettere a ricchi scellerati di buttare al cesso  soldi faticossisimaente ereditati scommettendo su qualcosa che rappresentasse il loro blasone: cavalli e cani, due animali che impattano il mondo moderno grazie ad una cosa sola, la cacca per strada. Serve aggiungere altro?

Un gruppo di megalomani romani decise di costruire un ardito tempio al gioco d’azzardo camuffato di mondanità in quello che all’epoca era uno dei posti più sperduti e malsani di Roma, il greto del Tevere (sotto il livello degli argini) all’altezza del futuro ponte Marconi. Praticamente come se adesso, abitando a New York, vi costruiste una piscina in Canada.
All’inizio degli anni ’80 il glamour era completamente scomparso, il fango alluvionale e le zanzare anofele no.

Una sabato assolato della mia infanzia avevo appuntamento sotto casa con il mio amichetto del cuore (visto che gli voglio bene ed oramai è uno stimato professionista ne ometterò il nome) per una mattinata di svago all’aria aperta. Suo padre aveva anticipato a mia madre che avrebbe portato i ragazzi a vedere “le bestioline”. Il sorriso con cui la genitrice accolse la notizia credo implicasse l’intendimento che saremmo andati allo zoo, grossolano errore.
Quando imboccammo viale Marconi il dato era tratto, sicuramente stavamo andando altrove per cui la prima sensazione fu di delusione ma il ricordo che conservo è simile a quello della prima volta allo stadio. Stupore e magia.

Come tutti i posti pensati per il lusso andati poi rapidamente in vacca il cinodromo somigliava a quelle simpatiche battone dei western tutte piene di pizzi e corsetti che viste da fuori mantengono una certa attrazione, dentro.. lasciamo perdere, ho sbagliato metafora.
All’ingresso la prima meraviglia, i bambini sotto il metro (e forse a questo punto anche i nani?) entrano gratis. Capite, non vietato ai minori ma gratis! Quale lungimiranza, quale voglia di accompagnare i piccoli nel fatato mondo delle scommesse.
Dentro, una Babele rumorosa simile al mercato di Vukovar il sabato mattina. Ora, la scelta della amena cittadina croata non è casuale, avrei potuto scegliere Ariano Irpino ma è innegabile che il 75% della popolazione del cinodromo fosse di origine balcanica. Il rimanente 25% era fatto da malavita spicciola romana mista a pensionati inarcassa con enfisema e senza fissa dimora con un forte afrore di vinaccio in cartone.

Contrariamente a qualsiasi pregiudizio radical chic animalfemministarassegnadicinemaindipendeteiraniano la struttura presentava tutti i crismi di un liceo peripatetico aristotelico. Ogni tipo di insegnamento veniva trasmesso a noi giovani leve nella maniera più efficace, la prova sul campo.
Il calcolo delle quote era un banco più che valido per l’aritmetica di base: se Lampo è dato a 2.2, Menelicche a 4.19 e Reginella a 3, considerando il bonus all’ordine di 2 quando pagherà una puntata di 2000 lire per la trio? Rispondete voi a 7 anni!
La fisica era affrontata con esempi pratici ma che partivano da concetti complessi come la conservazione della quantità di moto (in cane che “piscia” andrà più veloce alla sgabbiata, quello che caca, nemmeno a dirlo). Il cane più grosso sebbene più potente faticherà sul terreno pesante ma reggerà meglio in curva introducendo i rudimenti di attrito statico, viscosità etc etc.
L’apprendimento delle lingue era poi condizione necessaria per confrontarsi con gli allibratori discendenti diretti dei pirati saraceni che flagellavano la costa dalmata o, nella migliore delle ipotesi, provenienti dal temibile triangolo Nola-Aversa-CastelVetrano. Elementi di semiotica ed antropologia erano fondamentali per rapportarsi con appartenenti a tribù che avrebbero fatto sembrare giuristi svedesi le popolazioni del Borneo.
Qualche rudimento legale poteva essere catturato ascoltando il pubblico sugli spalti che parlava dei propri trascorsi con la giustizia (mai vista una concentrazione tale di errori giudiziari) e per i più volenterosi si sarebbe potuta anche ipotizzare una formazione più pratica nella lavorazione dei metalli nel training camp Rom che era parte integrante della struttura.

Questi semi, lasciati su terra fertile hanno fatto del mio amico uno stimato docente di lingue straniere, in me hanno insinuato il germe della scienza. Forse avrei fatto meglio a seguire i corsi di borseggio, a quest’ora avrei avuto la mia famiglia anche se forse non proprio quella che si sarebbe aspettata mia madre

ottobre 14, 2014 Posted by | Editoriali | 2 commenti